Andrea Camilleri, L'odore della notte. Copyright 2001 Sellerio editore, Palermo. Trama. «Ha detto l'odore della notte?» «Sì, a seconda dell'ora la notte cangia odore.» A Vigàta è tornato l'inverno. Mimi Augello, il braccio destro, forse ha ceduto e sta per sposarsi. L'ultimo regalo di Livia, un pullover mai indossato che Montalbano per sbadataggine (o per rimozione, come dice Livia?) ha sciupato, inoccultabile corpo del reato di distrazione amorosa, scompare e ricompare, come sirena che canta le gioie della famiglia. E il commissario non è più un ragazzino. Lo si avverte perché i segni lasciati da tutte le inchieste passate, e prima di tutto il povero «grande aulivo saraceno» che tante volte lo ha ispirato, riaffiorano qui e là, con i colori della nostalgia, a ogni passo di quest'ultimo caso. Un caso anomalo in cui il cadavere non spunta all'inizio, e Montalbano non ne è proprio il titolare, ma vi si intrufola. Troppe coincidenze lo spingono. Scava nella scomparsa di un finanziere truffatore, che si è portato i soldi di mezzo paese e dintorni, e poi del suo aiutante (due «teste parziali», di quelli che sanno tutto di denaro e non sanno nient'altro e nient'altro sentono). E la soluzione sarebbe una fuga banale, col malloppo sottratto ai molti polli dell'epoca della borsa, connessa a un omicidio, se assai più carica di dolente orrore non si profilasse una soluzione laterale. Sull'enigma della quale Montalbano si sporge a vedere, con la pietà che si prova verso il dramma silenzioso di certe esistenze, mentre uno strano odore «di frutta marcia, di cose che si disfacevano», per qualche tempo, ne aveva sparso come la pro fezia nella notte di Vigàta. «E allora sentì che la notte aveva cangiato odore: era un odore leggero, fresco, era odore d'erba giovane, di citronella, di mentuccia.» Uno. La persiana della finestra spalancata sbattì tanto for- te contro il muro che parse una pistolettata e Montal- bano, che in quel priciso momento si stava sognando d'essiri impegnato in un conflitto a fuoco, s'arrisbigliò di colpo sudatizzo e, 'nzemmula, agghiazzato dal frid- do. Si susì santiando e corse a chiudere. Tirava una tra- montana accussì gelida e determinata che, invece di rav- vivare i colori della matinata, come sempre aveva fat- to, stavolta se li portava via cancellandoli a metà e la- sciandone le sinopie, o meglio, tracce splàpite come quel- le di un acquerello dipinto da un dilettante in libera usci- ta domenicale. Evidentemente l'estate, che già da qual- che giorno era trasuta in agonia, aveva addeciso durante la nottata di rendersi definitivamente defunta per la- sciare posto alla stagione che veniva appresso e che avrebbe dovuto essere l'autunno. Avrebbe dovuto, perché in realtà, da come s'annunziava, questo autun- no pareva già essere inverno e inverno profunno. Rimettendosi corcato, Montalbano si concesse un'e- legia alle scomparse mezze stagioni. Dove erano anda- te a finire? Travolte anch'esse dal ritmo sempre più ve- loce dell'esistenza dell'omo, si erano macari loro ade- guate: avevano capito di rappresentare una pausa ed era- no scomparse, perché oggi come oggi nisciuna pausa può essere concessa in questa sempre più delirante corsa che si nutre di verbi all'infinito: nascere, mangiare, studiare, scopare, produrre, zappingare, accattare, vendere, ca- care e morire. Verbi all'infinito però dalla durata di un nanosecondo, un vìdiri e svìdiri. Ma non c'era stato un tempo nel quale esistevano altri verbi? Pensare, me- ditare, ascoltare e, perché no?, bighellonare, sonnec- chiare, divagare? Quasi con le lagrime agli occhi, Mon- talbano s'arricordò degli abiti di mezza stagione e del- lo spolverino di suo padre. E questo gli fece macari ve- nire in testa che, per andare in ufficio, avrebbe dovu- to mettersi un vistito d'inverno. Si fece forza, si susì e raprì l'anta dell'arrnuar dove c'era la roba pesante. Il feto di un quintale o quasi di naftalina l'assugliò al- la sprovista. Prima gli mancò il sciato, poi gli occhi gli lagrimiarono e quindi principiò a stranutare. Di stra- nuti ne fece dodici a fila, col moccaro che gli colava dal naso, la testa intronata e sintendosi sempre più indo- lenzire la cassa toracica. Si era scordato che la cammarera Adelina da sempre conduceva una sua personale guer- ra senza esclusione di colpi contro le tarme, uscendo- ne sempre implacabilmente sconfitta. Il commissario ci arrinunciò. Richiuse l'anta e andò a pigliare un pullo- ver pesante dal settimanile. Macari qui Adelina aveva usato i gas asfissianti, ma Montalbano stavolta sapeva come stavano le cose e si parò tenendo il sciato. Andò sulla verandina ed espose sul tavolino il pullover per fargli svaporare all'aria aperta tanticchia di feto. Quan- do, dopo essersi lavato, sbarbato e vestito, tornò nel- la verandina per metterselo, il pullover non c'era più. Proprio quello novo novo che gli aveva portato Livia da Londra! E ora come faceva a spiegare a quella che qualche figlio di troia di passaggio non aveva resistito alla tentazione, aveva allungato una mano e vi saluto e sono? Si rappresentò paro paro come si sarebbe svol- to il dialogo con la sua zita. «Figurarsi! Era prevedibilissimo!» «Ma perché, scusa?» «Perché te l'ho regalato io!» « E che c'entra?» « C'entra sì! Eccome se c'entra! Tu non dai mai nes- suna importanza a quello che ti regalo! Per esempio, la camicia che ti portai da....» «Quella ce l'ho ancora.» «Sfido che ce l'hai ancora, non l'hai mai messa! E poi: il famoso commissario Montalbano che si lascia de- rubare da un ladruncolo! Roba da nascondersi sotto- terra!» E in quel momento lo vide, il pullover. Trascinato via dalla tramontana, s'arrotoliava sulla rena e arroto- liandosi arrotoliandosi sempre più s'avvicinava al pun- to dove la sabbia s'assuppava d'acqua a ogni ondata. Montalbano saltò la ringhiera, corse, la rena gli riempì quasette e scarpe, arrivò appena a tempo ad agguanta- re il pullover sottraendolo a un'onda arraggiata che pa- reva particolarmente affamata di quel capo di vestiario. Mentre tornava, mezzo accecato dalla rena che il ven- to gli infilava negli occhi, dovette rassegnarsi al fatto che il pullover si era arridotto un ammasso di lana informe e vagnatizza. Appena trasuto, il telefono squillò. «Ciao, amore. Come stai? Ti volevo dire che oggi non sarò in casa. Me ne vado in spiaggia con un'amica.» «Non vai in ufficio?» «Da noi è festivo, il patrono.» «Lì il tempo è buono?» «Una meraviglia.» «Beh, divertiti. A stasera.» Macari questa ci voleva a conzargli bona la giorna- ta! Lui che trimava di friddo e Livia che sinni stava bia- tamente stinnicchiata al sole! Ecco un'altra prova che il mondo non firriava più come prima. Ora al nord si moriva di càvudo e al sud arrivavano le gelate, gli or- si, i pinguini. Si stava preparando a raprire l'armuar in apnea quan- do il telefono sonò di nuovo. Restò tanticchia esitan- te, poi l'idea dello sconcerto di stomaco che gli avreb- be provocato il feto della naftalina lo fece pirsuaso a sollevare la cornetta. «Pronto?» «Ah dottori dottori! » fece la voce straziata e ansimante di Catarella. «Vossia di pirsona pirsonalmente è?» «No.» «Allura chi è col quale sto per parlando?» «Sono Arturo, fratello gemello del commissario.» Perché aveva principiato a fare lo stronzo con quel po- virazzo? Forse per sfogare tanticchia di umore malo? «Davero?» disse Catarella ammaravigliato. «Mi scu- sasse, signori gimello Arturo, ma se il dottori è come qualmenti in casa, ci lo dici che ho di bisogno di par- laricci?» Montalbano lasciò passare qualche secondo. Forse la facenna che aveva sul momento inventata gli poteva tor- nare comoda in qualche altra occasione. Scrisse su un foglio «mio fratello gemello si chiama Arturo» e rispose a Catarella. «Eccomi, che c'è?» «Ah dottori dottori! Un quarintotto sta capitando- si! Vossia l'acconosce il loco indovi che ci teneva il suo officio il ragionieri Gragano?» «Vuoi dire Gargano?» «Sì. Pirchì, come dissi? Gragano dissi.» «Lascia perdere, lo so dov'è. Embè?» «Embè che ci trasi uno armato di revorbaro. Se ne accorsi Fazio che putacaso stava passando pi caso. Pa- re che ha 'ntinzioni di sparari all'impiecata. Dice ac- cussì che voli narrè i soldi che Gragano gli arrubbò, va- sannò ammazza la fìmmina.» Gettò a terra il pullover, con un cavucio lo spostò sotto il tavolo, raprì la porta di casa. Il tempo di tra- sire in macchina fu bastevole perché la tramontana l'as- sintomasse. Il ragioniere Emanuele Gargano, quarantenne alto, elegante, bello che pareva l'eroe di una pillicela miri- cana, sempre cotto dal sole al punto giusto, apparteneva a quella razza di corta vita aziendale che era detta dei manager rampanti, corta vita in quanto a cinquant'anni erano già accussi usurati da doversi rottamare, tanto per usare un verbo che a loro piaceva assà. Il ragioniere Gar- gano, a suo dire, era nato in Sicilia ma aveva a lungo travagliato a Milano dove, in breve e sempre a suo di- re, si era fatto conoscere come una specie di mago del- la speculazione finanziaria. Poi, stimando di avere ac- quistato la fama necessaria, aveva addeciso di metter- si in proprio a Bologna dove, siamo ancora a suo dire, aveva fatto la fortuna e la filicità di decine e decine di risparmiatori. Si era appresentato a Vigàta poco più di due anni avanti per promuovere, diceva, «il risveglio economico di questa nostra amata e sventurata terra» e in pochi giorni aveva rapruto agenzie in quattro gros- si paìsi della provincia di Montelusa. Era uno che cer- tamente non gli mancava la parola come non gli man- cava la capacità di persuadere tutti quelli che incontrava, sempre con un gran sorriso rassicurante stampato in fac- cia. Tempo una simanata impiegata a correre da un paì- si all'altro con una strepitosa e sparluccicante auto di lusso, una specie di specchietto per le allodole, aveva conquistato un centinaro di clienti, la cui età media si aggirava sulla sissantina e passa, che gli avevano affi- dato i loro risparmi. Alla scadenza dei sei mesi, gli an- ziani pensionati erano stati chiamati e si erano visti con- segnare, rischiando di morire d'infarto sul posto, un in- teresse del venti per cento. Poi il ragioniere convocò a Vigàta tutti i clienti della provincia per un gran pran- zo, alla fine del quale lasciò capire che forse, col semestre che veniva, gli interessi sarebbero stati più alti, maca- ri se di poco. La voce si sparse e la gente principiò a fare la fila darre gli sportelli delle varie agenzie locali supplicando Gargano di pigliarsi i suoi soldi. E il ra- gioniere, magnanimo, accettava. In questa seconda mandata ai vecchietti si aggiunsero macari picciotti che avevano gana di fare soldi il più di prescia possi- bile. Alla fine del secondo semestre, gli interessi dei pri- mi clienti se ne acchianarono al ventitré per cento. La facenna andò avanti col vento in poppa, ma alla fine del quarto semestre Emanuele Gargano non riapparse. Gli impiegati delle agenzie e i clienti aspettarono due giorni e dopo s'addecisero a telefonare a Bologna, do- ve avrebbe dovuto esserci la direzione generale della «Re Mida», accussì si chiamava la finanziaria del ra- gioniere. Al telefono non arrispunnì nisciuno. Fatta una rapita inchiesta, si venne a scoprire che i locali della «Re Mida», in affitto, erano stati ridati al legittimo pro- prietario il quale, da parte sua, era arraggiato perché l'affitto non gli era stato pagato da parecchi mesi. Pas- sata una simanata d'inutili ricerche senza che del ra- gioniere a Vigàta e dintorni se ne vedesse manco l'ùm- mira, e dopo numerosi e turbolenti assalti alle agenzie da parte di chi ci aveva rimesso i soldi, nacquero, a pro- posito della misteriosa sparizione del ragioniere, due scuole di pensiero. La prima sosteneva che Emanuele Gargano, can- giatosi di nome, si fosse trasferito in un'isola dell'O- ceania indovi se la scialava con fìmmine bellissime mez- zo nude alla faccia di chi gli aveva dato fiducia e ri- sparmi. La seconda opinava che il ragioniere, incautamente, si fosse approfittato dei soldi di qualche mafioso e ora stava a produrre concime a una para di metri sottoterra o serviva da mangime ai pesci. In tutta Montelusa e provincia c'era però una fim- mina ch'era di diverso concetto. Una sola, che di no- me faceva Cosentino Mariastella. Cinquantina, tozza e sgraziata, Mariastella aveva presentato domanda d'assunzione per l'agenzia di Vigà- ta e, dopo un breve quanto intenso colloquio col ra- gioniere in pirsona, era stata pigliata. Accussì si dice- va. Breve il colloquio, ma abbastevole pirchì la fìmmina pirdutamente s'innamorasse del principale. E quello, era sì il secondo impiego per Mariastella, ch'era resta- ta per tanti anni casaligna dopo il diploma di ragiune- ra per aiutare prima il patre e la matre e po' il solo pa- tre sempri più pritinzioso fino alla morte, però era ma- cari il primo amore. Perché, in cuscenza, Mariastella fino dalla nascita era stata promissa dalla famiglia a un lontano cugino mai visto se non in fotografia e mai ac- canosciuto di pirsona pirchì morto picciotto di una malatia scognita. Ma ora la facenna era diversa, dato che Mariastella stavolta il suo amore aveva potuto vi- dirlo vivo e parlanti in più occasioni e accussì vicino, una matina, da sentire perfino il sciauro del suo do- pobarba. Si era spinta allora a fare una cosa tanto au- dace che mai e po' mai pinsava che ne sarebbe stata ca- pace: pigliato l'autobus, era andata a Fiacca da una pa- rente che aveva una profumeria e, sciaurando bottigliette una appresso all'altra fino a farsi venire il malo di te- sta, aveva ritrovato il dopobarba usato dal suo amore. Se ne era accattata una bottiglietta che teneva nel ca- lò scione del comodino. Quando certe notti s'arrisbiglia- va sola nel suo letto, sola nella grande casa deserta e l'assugliava una botta di sconforto, allora la stappava, aspirava il profumo e arrinisciva accussì a ripigliare son- no murmuriando: «Bonanotti, amuri me.» Mariastella si era fatta capace che il ragioniere Ema- nuele Gargano non era scappato portandosi appresso tutti i soldi depositati e tantomeno era stato ammaz- zato dalla mafia per qualche sgarro. Interrogata da Mimi Augello (Montalbano non si era voluto interes- sare di quell'indagine perché sosteneva che lui di sto- rie di soldi non ci capiva una minchia), la signorina Co- sentino aveva affermato che, a parer suo, il ragioniere era stato colpito da momentanea amnesia e che un giorno o l'altro sarebbe ricomparso mettendo a tacere le malelingue. E aveva detto quelle parole con tanto lu- cido fervore che lo stesso Augello aveva rischiato di far- sene convinto macari lui. Forte della sua fede nell'onestà del ragioniere, ogni matina Mariastella rapriva l'ufficio e si metteva ad aspittare il ritorno del suo amore. Tutti, in paìsi, ri- devano di lei. Tutti quelli che non avevano avuto chif- fari col ragioniere, si capisce, perché gli altri, quelli che ci avevano perso i soldi, ancora non erano capaci di ri- dere. Il giorno avanti Montalbano aveva saputo da Gallo che la signorina Cosentino era andata in banca a pagare, di sacchetta propria, l'affitto dell'ufficio. E allora che gli era venuto a mente, a quello che stava am- minazzandola col revorbaro, di pigliarsela con lei, po- virazza, che in tutta la facenna non ci trasiva il resto di nenti? E poi, pirchì il creditore aveva avuto questa bella alzata d'ingegno tardiva, una trentina di giorni ap- presso la scomparsa, vale a dire quando tutte le vitti- me del ragionier Gargano si erano messe l'animo in pa- ce? A Montalbano, che apparteneva alla prima scuola di pensiero, quella che sosteneva che il ragioniere se n'e- ra fujuto dopo aver fottuto tutti, Mariastella Cosenti- no faceva pena. Ogni volta che si trovava a passare da- vanti all'agenzia e la vedeva, compostamente assillata darre lo sportello, al di là del vetro divisorio, gli veni- va uno stringimento di core che non lo lasciava più per il resto della giornata. Davanti all'ufficio della «Re Mida» c'erano una tren- tina di persone che parlavano animatamente e gestico- lavano, eccitatissime, tenute a distanza da tre vigili ur- bani. Il commissario venne racconosciuto e circondato. «E' veru che c'è unu armatu dintra l'ufficio?» «Cu è, cu è?» Si fece largo ad ammuttuna e a vociate e finalmen- te arrivò alla soglia della porta d'ingresso. Qui si fermò, tanticchia strammato. Dintra c'erano, li riconobbe di spalle, Mimi Augello, Fazio e Galluzzo che pareva che erano impegnati in un curioso balletto: ora inclinava- no il busto a dritta, ora l'inclinavano a mancina, ora facevano un passo avanti, ora ne facevano uno narrè. Raprì senza fare rumorata la controporta a vetri e ta- liò meglio la scena. L'ufficio consisteva in una sola spa- ziosa càmmara divisa a metà da una banconata di ligno sopra la quali c'era una vetrata con lo sportello. Al di là della transenna ci stavano quattro scrivanie vacan- ti. Mariastella Cosentino era assittata al suo solito po- sto darre lo sportello, molto giarna in faccia, ma fer- ma e composta. Tra le due zone dell'ufficio si comu- nicava attraverso una porticina di ligno ricavata nella stessa transennatura. L'assalitore, o quello che era, Montalbano non sapeva come definirlo, stava addritta proprio nel vano della por- ticina, in modo da poter tenere sotto punterìa con- temporaneamente tanto l'impiegata quanto i tre della polizia. Era un vecchio ottantino che il commissario ri- conobbe immediatamente, lo stimato geometra Salva- tore Garzullo. Tanticchia per la tensione nirbusa, tan- ticchia per l'Alzheimer piuttosto avanzato, il revorba- ro che il geometra teneva in mano, chiaramente del- l'epoca di Buffalo Bill e dei Sioux, ballava tanto che, quando lo dirigeva verso uno degli omini del commis- sariato, si scansavano tutti perché non arriniscivano a capire dove l'eventuale colpo sarebbe andato a parare. « Arrivoglio il dinaro che quel figlio di buttana m'ar- rubbò. Vasannò ammazzo l'impiegata!» Era da un'orata e passa che il geometra gridava la stes- sa frase, né una parola di cchiù né una di meno, la stis- sa, e ora era stremato, rauco, e più che parlare pareva che stava facendosi dei gargarismi. Montalbano mosse risoluto tre passi, oltrepassò la li- nea dei suoi e stinnì la mano al vecchio con un sorriso che gli tagliava la faccia. «Carissimo geometra! Che piacere vederla! Come sta?» «Non c'è male, grazie» fece Garzullo imparpagliato. Ma s'arripigliò subito appena vide che Montalbano stava per fare un altro passo verso di lui. «Stia fermo o sparo!» «Commissario, per amor del cielo, non si esponga!» intervenne con voce ferma la signorina Cosentino. «Se qualcuno si deve sacrificare per il ragioniere Gargano, eccomi qua, sono pronta!» Invece di mettersi a ridere per la battuta da melo- dramma, Montalbano dintra di sé si sentì arraggiare. Se in quel momento avesse potuto avere davanti il ra- gioniere, gli avrebbe scassato la faccia a pagnittuna. «Non diciamo fesserie! Qua non si sacrifica nessu- no!» E poi, rivolto al geometra, principiò la sua recita im- provvisata. «Mi scusi, signor Garzullo, ma lei aieri a sira dov'era?» «E a lei che gliene fotte?» spiò battagliero il vecchio. «Nel suo stesso interesse, mi risponda.» Il geometra inserrò le labbra, dopo finalmente si de- cise a raprire la vucca. «Ero appena tornato a casa mia, qua. Ho passato quat- tro mesi allo spitali di Palermo indovi ho saputo che il ragioneri se n'era scappato coi soldi miei, tutto quello che avevo dopo una vita di travaglio!» «Quindi aieri a sira tardo non ha addrumato la te- levisione?» «Non avevo gana di stare a sentiri minchiate.» «Ecco perché non sa niente!» disse Montalbano trionfante. «E che dovrei sapere?» spiò intordonuto Garzullo. «Che il ragioniere Gargano è stato arrestato.» Taliò con la coda dell'occhio a Mariastella. Si aspet- tava un grido, una reazione qualsiasi, ma la fìmmina era restata immobile, e pareva più confusa che pirsuasa. «Daveru?» fece il geometra. «La mia parola d'onore» disse da grande attore Mon- talbano. «L'hanno arrestato e gli hanno sequestrato do- dici valigie grosse piene rase di dinaro. Stamatina stis- sa a Montelusa, in Prefettura, inizia la restituzione dei soldi agli aventi diritto. Lei ce l'ha la ricevuta di quel- lo che ha dato a Gargano?» «Eccome no!» arrispunnì il vecchio battendo la ma- no libera sulla sacchetta della giacca indove si tiene il portafoglio. «Allora non c'è problema, è tutto risolto» disse Montalbano. S'avvicinò al vecchio, gli levò il revorbaro dalla ma- no, lo posò sul bancone. «Ci posso andare in Prefettura domani?» spiò Gar- zullo. «Malo mi sto sintendo.» E sarebbe crollato 'n terra se il commissario non fos- se stato pronto a reggerlo. «Fazio e Galluzzo, di corsa, mettetelo in macchina e portatelo allo spitale.» Il vecchio venne sollevato dai due. Passando davan- ti a Montalbano, arriniscì a dire: «Grazii di tuttu.» «Per carità, di niente» fece Montalbano sentendosi il più miserabile dei miserabili. Due. Intanto Mimi era corso a dare adenzia alla signorina Mariastella che, pur restando sempre assittata, aveva pi- gliato a cimiare come un àrbolo sotto una ventata. «Le vado a pigliare qualcosa dal bar?» «Un bicchiere d'acqua, grazie.» In quel momento sentirono venire da fora uno scro- scio d'applausi e grida di «Bravo! Viva il geometra Gar- zullo!» Evidentemente tra la folla c'erano molte per- sone truffate da Gargano. «Ma perché gli vogliono tanto male?» spiò la fim- mina mentre Mimi nisciva. Si turciniava continuamente le mani, da giarna che era ora per reazione era addivintata russa come un pu- madoro. «Beh, una qualche ragione forse ce l'hanno» rispo- se diplomaticamente il commissario. «Lei sa meglio di me che il ragioniere è sparito.» «D'accordo, ma perché si deve pensare subito al male? Può avere perso la memoria per un incidente stra- dale, per una caduta, che so... Io mi sono permessa di telefonare....» S'interruppe, scotì la testa sconsolata. «Niente» fece, concludendo un suo pinsèro. «Mi dica a chi ha telefonato.» «Lei la talìa la televisione?» «Qualche volta. Perché?» «Mi avevano detto che c'è una trasmissione che si chiama "Chi l'ha visto?" che si occupa di persone scomparse. Mi sono fatta dare il numero e....» «Ho capito. Che le hanno risposto?» «Che non potevano farci niente perché io non ero in grado di fornire i dati indispensabili, età, luogo di sparizione, fotografia, cose così.» Calò silenzio. Le mani di Mariastella erano addi- veniate un unico nodo indistricabile. Il mallitto istin- to di sbirro di Montalbano, che se ne stava accuccia- to a sonnecchiare, va a sapiri pirchì, si arrisbigliò per un attimo all'improvviso. «Lei, signorina, deve macari considerare la facenna dei soldi scomparsi col ragioniere. Si tratta di miliardi e miliardi, sa?» «Lo so.» «Lei non ha la minima idea dove....» «Io so che quei denari li investiva. In cosa e dove non lo so.» «E lui con lei?....» La faccia di Mariastella addiventò una vampa di foco. « Che... che vuole dire?» «Si è fatto in qualche modo vivo con lei dopo la scom- parsa?» «Se l'avesse fatto l'avrei riferito al dottor Augello. E' lui che mi ha interrogata. E ripeto macari a lei quel- lo che dissi al suo vice: Emanuele Gargano è un uomo che ha un solo scopo nella vita, far felici gli altri.» «Non ho difficoltà a crederle» fece Montalbano. Ed era sincero. Era infatti convinto che il ragionie- re Gargano continuava a fare felici buttane d'alto bor- do, baristi, gestori di casinò, venditori d'auto di lusso in qualche isola persa della Polinesia. Mimi Augello tornò con una bottiglia d'acqua mi- nerale, na poco di bicchieri di carta e il cellulare im- piccicato alla grecchia. «Sissignore, sissignore, glielo passo subito.» Tese l'aggeggio al commissario. «E' per te. Il Questore.» «ih, che camurrìa!» I rapporti tra Montalbano e il Que- store Bonetti-Alderighi non si potevano definire im- prontati a reciproca stima e simpatia. Se gli telefonava, veniva a dire che c'era qualche sgra- devole facenna da discutere. E lui in quel momento non ne aveva gana. «Agli ordini, signor Questore.» «Venga immediatamente.» «Tra un'oretta al massimo sarò....» «Montalbano, lei è siciliano, ma almeno a scuola avrà studiato l'italiano. Lo sa il significato dell'avver- bio immediatamente?» «Aspetti un attimo che me lo ripasso. Ah, sì. Signi- fica "senza interposizione di luogo o di tempo." C'in- zertai, signor Questore?» «Non faccia lo spiritoso. Ha esattamente un quarto d'ora per arrivare a Montelusa.» E chiuse la comunicazione. «Mimi, devo andare subito dal Questore. Piglia il re- vorbaro del geometra e portalo in commissariato. Si- gnorina Cosentino, mi permetta un consiglio: chiuda ora stesso quest'ufficio e se ne vada a casa.» «Perché?» «Vede, tra poco in paìsi tutti sapranno della bella alza- ta d'ingegno del signor Garzullo. E non è da scartare che qualche imbecille voglia ripetere l'impresa e macari stavolta si tratta di qualcuno più picciotto e più pericoloso.» «No» disse arrisoluta Mariastella. «Io questo posto non l'abbandono. E se poi metti caso il ragioniere tor- na e non trova nessuno?» «Figurati che delusione!» disse Montalbano, infu- scato. «E un'altra cosa: lei ha intenzione di sporgere denunzia contro il signor Garzullo?» «Assolutamente no.» «Meglio accussì.» La strata per Montelusa era traficata assà e l'umore nìvuro di Montalbano aumentò di conseguenza. Inol- tre pativa di malostare per tutta la rena che gli faceva chiurìto tra le calze e la pelle, tra il colletto della cam- misa e il collo. A un centinaro di metri, a mano man- cina, e quindi in senso opposto al suo, ci stava il «Ri- storo del Camionista» dove facevano un cafè di prima. Arrivato quasi all'altizza del locale, mise il lampeggia- tore e girò. Scoppiò un subisso, un biribirissi di frenate, clacsonate, vociate, insulti, santioni. Miracolosamen- te, arrivò indenne nello spiazzo davanti al ristoro, scinnì, trasì. La prima cosa che vide furono due pirso- ne che riconobbe subito a malgrado fossero quasi di spal- le. Erano Fazio e Galluzzo che stavano scolandosi un bicchierino di cognac a testa, almeno accussì gli parse. A quell'ora di matina, un cognac? Si collocò in mezzo ai due e ordinò un cafè al banconista. Riconoscendo- ne la voce, Fazio e Galluzzo si voltarono di scatto. «Alla salute» disse Montalbano. «No... è che...» principiò a giustificarsi Galluzzo. «Eravamo tanticchia scuncirtati» disse Fazio. «Avevamo bisogno qualichicosa di forte» rincarò Galluzzo. «Sconcertati? E perché?» «Il poviro geometra Garzullo è morto. Ha avuto un infarto» disse Fazio. «Quando siamo arrivati allo spita- li era fora canuscenza. Abbiamo chiamato gli infermie- ri e se lo sono portati dintra di corsa. Appena posteg- giata la macchina, siamo trasuti e ci hanno detto che....» «Ci ha fatto 'mprissioni» fece Galluzzo. «Macari a mia mi sta facendo 'mprissioni» com- mentò Montalbano. «Fate una cosa, vedete se aveva parenti e se non li aveva trovate qualche amico strit- to. Informatemi quando torno da Montelusa.» Fazio e Galluzzo salutarono e se ne andarono. Mon- talbano bevve con calma il suo cafè, poi gli tornò a men- te che il «Ristoro» era conosciuto macari perché ven- deva tumazzo caprino che non si sapeva chi lo pro- duceva, ma che comunque era una squisitezza. Glie- ne venne immediato spinno e si spostò in quella par- te del bancone dove, oltre al tumazzo, erano esposti salami, capocotte, sosizze. Il commissario fu tentato di fare spisa granni, ma riuscì a vincersi, accattando solo una forma piccola di caprino. Quando dallo spiaz- zo tentò di immettersi sulla strada, capì che non sa- rebbe stata impresa facile, la fila di camion e automobili era compatta, non presentava varchi. Dopo cinque minuti di attesa, agguantò uno spiraglio e si accodò. Viaggiò avendo sempre in testa l'embrione di un pin- sèro al quale non ce la faceva a dargli corpo e la cosa l'irritava. E fu così che, senza manco essersene fatto capace, si ritrovò a Vigàta. E ora? Ripigliare la strata per Montelusa e presen- tarsi in Questura in ritardo? Perso per perso, tanto va- leva andare a casa a Marinella, farsi una doccia, can- giarsi di tutto punto e dopo, frisco e pulito, affronta- re il Questore con la testa libera. Fu mentre stava sot- to l'acqua che gli si chiarì il pinsèro. Appresso una mezzorata fermò l'auto davanti al commissariato, scinnì, trasì. E appena trasuto venne assordato da una vocia- ta di Catarella, ma più che una vociata, una via di mez- zo tra un latrato e un nitrito. \ «Aaaaahhh dottori dottori! Ccà è? E ccà, dottori?» «Sì, Catarè, qua sono. Che c'è?» « C'è che il signori e Quistori sta facenno come una Maria, dottori! Cinco volti chiamò! Sempri più infi- rocitissimo è!» «Digli di darsi una calmata.» «Dottori, ma e po' ma oskebbi parlari accussì col si- gnori e Quistori! Atto gravi di malaccrianza sarebbi! Che gli dico si tilifona di bel nuovo nuovamenti?» «Che non ci sono.» «Nzamà, Signuri! Non ci posso arraccontari una minzonia, una farfanteria al signori e Quistori!» «Allora lo passi al dottor Augello.» Raprì la porta della càmmara di Mimi. «Che voleva il Questore?» «Non lo so, ancora non ci sono andato.» «Oh Madunnuzza santa! E chi lo sente, ora a quel- lo?» «Tu lo senti. Lo chiami e gli conti che mentre mi sta- vo precipitando da lui, per eccesso di velocità sono usci- to di strada. Niente di grave, tre punti in fronte. Di- gli che se mi sento meglio, nel doppopranzo mi farò un dovere. Intronalo di chiacchiere. Dopo, passi da me.» Trasì nel suo ufficio e venne subito raggiunto da Fa- zio. «Le volevo dire che abbiamo trovato una nipote del geometra Garzullo.» «Bravi. Come avete fatto?» «Dottore, non abbiamo fatto niente. E' lei che si è presentata. Era preoccupata perché stamatina, andatoie a trovare, ha visto che non era in casa. Ha aspettato, poi si è decisa a venire qua. Le ho dovuto dare la tin- ta tripla notizia.» «Perché tripla?» «Dottore mio, uno: non sapeva che il nonno aveva perso tutti i risparmi col ragioniere Gargano; due: non sapeva che il nonno si era messo a fare scene da film di gangster; tre: non sapeva che il nonno era morto.» «Come ha reagito, poverina?» «Male, soprattutto quando ha saputo che il nonno si era fatto fottere i soldi che aveva sparagnato e che dovevano toccare a lei in eredità.» Fazio niscì e trasì Augello che si passava un fazzo- letto sul collo. «Sudare mi fece, il signor Questore! Alla fine mi ha detto di dirti che, se proprio non sei in punto di mor- te, ti aspetta nel doppopranzo.» «Mimi, assettati e contami la facenna del ragionie- re Gargano.» «Ora?» «Ora. Che vai, di prescia?» «No, però è una storia ingarbugliata.» «E tu fammela semprici semprici.» «Va bene. Ma guarda che io ti posso contare la mez- za messa, perché ce ne siamo occupati solo per la par- te di nostra competenza, così ha ordinato il Questore, il grosso dell'indagine se l'è pigliata a carico il dottor Guarnotta, quello specialista di truffe.» E, taliandosi negli occhi, non arriniscirono a tener- si dal farsi una grossa risata, perché era cosa cognita che Amelio Guarnotta, due anni avanti, si era fatto con- vincere ad accattare numerose azioni di una società che avrebbe dovuto trasformare il Colosseo, dopo la sua pri- vatizzazione, in un residence di lusso. «Dunque. Emanuele Gargano è nato a Fiacca nel feb- braio del 1960 e si è diplomato ragioniere a Milano.» «Perché proprio a Milano? I suoi si erano trasferiti là?» «No, i suoi si erano trasferiti in paradiso per un in- cidente stradale. Allora, dato che era figlio unico, è sta- to, come dire, adottato da un fratello del padre, sca- polo, direttore di banca. Coll'aiuto dello zio, Garga- no, pigliato il diploma, s'impiega nella stessa banca. Dopo una decina d'anni, rimasto solo per la morte del suo protettore, passa a un'agenzia d'affari dimo- strandosi abilissimo. Tre anni fa lascia perdere l'a- genzia e apre, a Bologna, la "Re Mida" della quale è titolare. E qui c'è la prima cosa stramma. Almeno co- sì mi hanno riferito, dato che questa parte non era di nostra competenza.» «Quale cosa stramma?» «Primo, che tutto il personale della "Re Mida" di Bo- logna consisteva in una sola impiegata, qualcosa di si- mile alla nostra signorina Cosentino, e che tutto il gi- ro d'affari della società era stato sì e no di due miliar- di in tre anni. Una miseria.» «Una copertura.» «Certo. Ma una copertura preventiva, in vista del- la grossa truffa che il ragioniere sarebbe venuto a fare dalle parti nostre.» «Me la spieghi bene questa truffa?» «E' semplice. Metti conto che tu mi affidi un milio- ne per farlo fruttare. Io, dopo sei mesi, ti do duecen- tomila lire d'interessi, il venti per cento. E' un tasso al- tissimo e la voce si sparge. Arriva un altro amico tuo e mi affida il suo milione. Alla fine del secondo seme- stre, io do a te altre duecentomila lire e altrettante ne do al tuo amico. A questo punto decido di sparire. E mi sono guadagnato un milione e quattrocentomila li- re. Levaci quattrocentomila di spese varie, la conclu- sione è che mi metto in tasca un milione netto. A far- tela breve, secondo Guarnotta, Gargano avrebbe ra- strellato una ventina e passa di miliardi.» «Minchia. Tutta colpa della televisione» fece Mon- talbano. «Che c'entra la televisione?» «C'entra. Non c'è telegiornale che non ti tempesti con la Borsa, il Nasdaq, il Dow Jones, il Mibtel, la Min- chiatel... La gente s'impressiona, non ci capisce nien- te, sa che si rischia ma che si può guadagnare e si get- ta tra le braccia del primo imbroglione che passa: fai giocare macari a mia, fammi giocare... Lasciamo per- dere. Che idea ti sei fatta?» «L'idea mia, che è pure di Guarnotta, è che tra i clien- ti più grossi c'era qualche mafioso il quale, vistosi truf- fato, l'ha fatto fuori.» «Quindi Mimi tu non appartieni a quella scuola di pensiero che vuole Gargano felice e contento in un'i- sola dei mari del Sud?» «No. E tu invece che pensi?» . «Io penso che tu e Guarnotta siete due stronzi.» «E perché?» «Ora vengo e mi spiego. Intanto mi devi convince- re che esiste un mafioso tanto fisso da non capire che quella di Gargano è una volgarissima truffa. Semmai il mafioso avrebbe obbligato Gargano a pigliarselo co- me socio di maggioranza. E poi: questo ipotetico ma- fioso come avrebbe fatto a intuire che Gargano stava per truffarlo?» «Non ho capito.» «Siamo tanticchia tardi, eh, Mimi? Rifletti. Come ha fatto il mafioso a indovinare che Gargano non si sa- rebbe presentato a pagare gli interessi? Quando è sta- to visto l'ultima volta?» «Ora non ricordo di preciso, una mesata fa, a Bolo- gna. Ha detto all'impiegata che il giorno appresso sa- rebbe partito per la Sicilia.» «Come?» «Che sarebbe partito per la Sicilia» ripeté Augello. Montalbano diede una gran manata sul tavolo. «Ma Catarella è diventato contagioso? Ti stai rincreti- nendo macari tu? Io ti stavo domandando con che mezzo sarebbe partito per la Sicilia. In aereo? In treno? A piedi?» «L'impiegata non lo sapeva. Ma ogni volta ch'era qua a Vigàta girava con un'Alfa 166 attrezzatissima, di quelle col computer sul cruscotto.» «Si è ritrovata?» «No.» «Aveva il computer nella macchina, ma nell'ufficio non ne ho visto manco uno. Strano.» «Ne aveva due. Li ha fatti sequestrare Guarnotta.» «E che ha scoperto?» «Ci stanno ancora lavorando.» «Quanti erano gli impiegati della filiale di qua, a par- te la Cosentino?» «Due picciotti, di questi giovani d'oggi che sanno tut- to di Internet e via discorrendo. Uno, Giacomo Pelle- grino, è laureato in economia e commercio; l'altra, Mi- chela Manganare, si sta laureando macari lei in economia e commercio. Abitano a Vigàta.» «Ci voglio parlare. Scrivimi i loro telefoni. Quando torno da Montelusa me li fai trovare.» Augello s'infuscò, si susì e niscì dalla càmmara sen- za salutare. Montalbano lo capì, Mimi si scantava che lui gli portasse via l'inchiesta. O peggio: pensava che lui aves- se avuto qualche idea geniale che poteva mettere l'in- dagine sulla strata giusta. Ma le cose non stavano ac- cussì. Poteva dire ad Augello che si muoveva per un'im- pressione inconsistente, un'ùmmira liggera, una filinia sottile pronta a spezzarsi a un minimo alito di vento? Alla trattoria «San Calogero» si sbafò due porzio- ni di pesce alla griglia, una appresso all'altra, come pri- mo e come secondo. Dopo si fece una lunga passiata digestiva sul molo, fino a sotto il faro. Restò indeci- so per un momento se assittarsi sul solito scoglio, ma c'era troppo vento friddo e inoltre pensò ch'era me- glio livarsi il pinsèro del Questore. Arrivato a Mon- telusa, invece di andare subito in Questura, s'appre- sentò nella redazione di «Retelibera.» Gli dissero che Zito, il giornalista suo amico, era fora per un servi- zio. Ma Annalisa, la segretaria tuttofare, si mise a sua disposizione. «Avete fatto dei servizi sul ragioniere Gargano?» «Per la sua sparizione?» «Anche prima.» « «Ne abbiamo quanti ne vuole.» Mi potrebbe riversare quelli che a lei sembrano più significativi? Li potrei avere domani doppopranzo?» Lasciata la macchina nel parcheggio della Questura, trasì da una porta laterale e aspittò che arrivasse l'a- scensore. C'erano tre persone che dovevano acchiana- re, con uno, un vicecommissario, si conoscevano e si salutarono. Fecero passare per primo Montalbano. Quando furono tutti trasuti, compreso un tale ch'era arrivato all'ultimo minuto di corsa, il vicecommissario puntò l'indice per premere il bottone e arrimase accussì, paralizzato dall'urlo di Montalbano. «Fermo!» Tutti si voltarono a taliarlo, tra scantati e imparpa- gliati. «Permesso! Permesso!» continuò facendosi largo a go- mitate. Fora dell'ascensore, corse verso la macchina, la mi- se in moto, partì santiando. Si era completamente scor- dato che Mimi doveva aver contato al Questore che gli avevano dato una para di punti sulla fronte. L'unica era tornare a Vigàta e farsi fare una fasciatura da un far- macista amico. Tre. «Tornò in Questura con una larga fascia di garza che gli firriava la testa, pareva un reduce del Vietnam. Nell'anticamera del Questore incontrò il Capo di Ga- binetto, il dottor Lattes, che tutti chiamavano «lattes e mieles» per i suoi modi untuosi. Lattes notò, e non avrebbe potuto farne assolutamente a meno, la visto- sa fasciatura. «Che le è successo?» «Un leggero incidente d'auto. Poca cosa.» «Ringrazi la Madonna!» «Già fatto, dottore.» «E la famiglia come va, carissimo? Tutti bene?» Era cosa cognita a porci e cani che Montalbano era orfano, non era maritato e manco aveva figli di strafo- ro. Eppure, immancabilmente, Lattes gli rivolgeva sem- pre la stessa precisa 'ntifica domanda. E il commissa- rio, con speculare ostinazione, non lo deludeva mai. «Tutti bene, ringraziando la Madonna. E i suoi?» «Anche i miei, ringraziando il Cielo» rispose Lattes compiaciuto per la possibilità di variante che Montal- bano gli aveva offerta. E proseguì: «Che fa di bello da queste parti?» Ma come? Il Questore non aveva detto della con- vocazione al suo Capo di Gabinetto? Era dunque una cosa accussì riserbata? «Mi ha telefonato il dottor Bonetti-Alderighi. Vuo- le vedermi.» «Ah sì?» s'ammaravigliò Lattes. «Avverto subito il signor Questore che lei è arrivato.» Tuppiò discretamente alla porta del Questore, tra- sì, chiuse la porta, dopo tanticchia la porta si raprì, com- parse nuovamente Lattes stracangiato, non sorrideva. «Si accomodi» fece. Passandogli davanti, Montalbano cercò di taliarlo ne- gli occhi, ma non ci arriniscì, il Capo di Gabinetto te- neva la testa vascia. Minchia, la facenna doveva esse- re gravissima. E che aveva fatto di male? Trasì, Lat- tes inserrò la porta darre le sue spalle e Montalbano eb- be la 'mprissioni che il coperchio di una bara fosse ca- lato su di lui. Il Questore, che ogni volta che lo riceveva montava una scenografia apposita, stavolta aveva fatto ricorso a effetti di luce che parevano quelli di una pellicola in bianco e nero di Fritz Lang. Le imposte erano rigoro- samente chiuse con le listelle abbassate ad eccezione di una che lasciava filtrare un sottile raggio di sole il qua- le aveva il compito di spaccare in due la càmmara. L'u- nica fonte di luce era una lampada da tavolo bassa, a fungo, che illuminava le carte sulla scrivania del Que- store, ma che teneva completamente allo scuro la sua faccia. Dall'apparato, Montalbano si fece di subito persuaso che sarebbe stato sottoposto a un interroga- torjo a mezza strata da quelli adoperati dalla Santa In- quisizione e da quelli un tempo in voga presso le SS. «Venga.» Il commissario avanzò. Davanti alla scrivania c'era- no due seggie, ma Montalbano non si assittò, del re- sto il Questore non l'aveva manco invitato a farlo. E non salutò Bonetti-Alderighi il quale, da parte sua, non l'aveva salutato. Il Questore continuò a leggere le carte che aveva davanti. Passarono cinco minuti boni. A questo punto il com- missario addecidì di passare al contrattacco; se non pi- gliava l'iniziativa, Bonetti-Alderighi era capace di la- sciarlo addritta e allo scuro, tanto di luce quanto di spie- gazioni, per qualche orata. Infilò una mano in sac- chetta, cavò fora il pacchetto di sigarette, ne pigliò una, se la mise tra le labbra, addrumò l'accendino. Il Que- store satò sulla seggia, la fiammella gli aveva fatto lo stesso effetto della vampata di una lupara. «Che fa?» gridò isando atterrito gli occhi dalle carte. «Mi sto accendendo una sigaretta.» «Spenga immediatamente quel coso! Qui è assolu- tamente vietato fumare!» Senza manco raprire vucca, il commissario astuto l'ac- cendino. Ma continuò a tenerlo in mano accussì come continuava a tenere tra le labbra la sigaretta. Però ave- va ottenuto il risultato che voleva ottenere, perché il Questore, scantato dalla minaccia dell'accendino pron- to a entrare in azione, affrontò l'argomento. «Montalbano, sono stato costretto purtroppo a met- tere il naso su alcuni incartamenti che riguardano una sua maleodorante indagine di alcuni anni fa, quando io non ero ancora Questore di Montelusa.» «Lei ha il naso troppo sensibile per fare il mestiere che fa.» Il commento gli era scappato, non ce l'aveva fatta a tenerselo. E se ne pentì immediatamente. Vide le ma- ni di Bonetti-Alderighi trasire nel cono di luce della lampada, artigliare il bordo della scrivania, le nocche diventare livide per la faticata di controllarsi. Mon- talbano temette il peggio, ma il Questore si contenne. Ripigliò a parlare con voce tesa. «Si tratta dell'inchiesta su una prostituta tunisina, poi trovata morta, che aveva un figlio di nome Francois.» Il nome del picciliddro lo colpì come una stilettata in mezzo al cuore. Dio mio, Francis! Da quanto non lo vedeva? S'impegnò però a prestare attenzione alle parole del Questore, non voleva che l'ondata di senti- menti che l'aveva assugliato lo travolgesse, impeden- dogli la possibilità della difesa, perché era chiaro che ora Bonetti-Alderighi sarebbe passato alle accuse. Cercò di farsi tornare a mente tutti i particolari di quella lon- tana indagine. Vuoi vedere che Lohengrin Pera, quel cornuto dei Servizi, aveva trovato modo di vendicar- si a tanti anni di distanza? Ma le parole che il Questore pronunziò appresso lo spiazzarono. «Pare che lei, in un primo tempo, avesse avuto l'in- tenzione di sposarsi e di adottare questo bambino. È vero o no?» «Sì, è vero» arrispunnì il commissario imparpa- gliato. Che minchia c'entrava un suo fatto personale con l'indagine? E come faceva Bonetti-Alderighi a sape- re questi particolari? «Bene. In seguito lei avrebbe cambiato opinione cir- ca l'adozione del bambino. E quindi Francois è sta- to successivamente affidato a una sorella del suo vi- ce, il dottor Domenico Augello. E così?» Ma dove voleva andare a parare quel grannissimo cor- nuto? «Sì, è così.» Montalbano si stava facendo sempre più squieto. Non capiva né perché quella vecchia storia interessa- va il Questore né da che parte gli sarebbe arrivata l'i- nevitabile botta. «Tutto in famiglia, eh?» Il tono sardonico di Bonetti-Alderighi sottintende- va una chiara quanto inspiegabile insinuazione. Ma che gli stava passando per la testa a quell'imbecille? «Signor Questore, senta. Mi pare di capire che lei si è fatto preciso concetto su una faccenda della quale qua- si non mi ricordavo più. Ad ogni modo, la prego di ri- flettere bene sulle parole che sta per dirmi.» «Lei non si permetta di minacciarmi!» gridò isteri- co Bonetti-Alderighi dando un gran pugno sulla scri- vania che reagì facendo crac. «Avanti, mi dica: che fi- ne ha fatto il libretto?» «Quale libretto?» Sinceramente, non gli tornava a mente nessun li- bretto. «Non faccia lo gnorri, Montalbano!» Furono proprio quelle parole, «non faccia lo gnorri», a scatenarlo. Odiava le frasi fatte, i modi di dire, gli facevano venire un nirbuso irrefrenabile. Stavolta fu lui a dare un gran pugno sulla scrivania che reagì facendo crac crac. «Ma di quale minchia di libretto straparla?» «Eh! Eh!» sghignazzò il Questore. «Abbiamo il car- bone bagnato, Montalbano?» Sentì che se dopo lo gnorri e il carbone bagnato ar- rivava un'altra frase di quel tipo avrebbe pigliato Bo- netti-Alderighi per il collo e l'avrebbe fatto morire as- sufficato. Arriniscì miracolosamente a non reagire, a non raprire vucca. «Prima del libretto» ripigliò il Questore «parliamo del bambino, del figlio della prostituta. Lei, senza av- vertire nessuno, si è portato a casa quest'orfano. Ma è un sequestro di minore, Montalbano! C'è un Tribu- nale, lo sa o no? Ci sono giudici appositi per i minori, lo sa o no? Lei doveva seguire la legge, non eluderla! Non siamo mica nel Far West!» Fece, esausto, una pausa. Montalbano non sciatò. «E non solo! Non contento di questa bella prodezza, poi regala il bambino alla sorella del suo vice, quasi fos- se un oggetto qualsiasi! Cose da gente senza cuore, cose da codice penale! Ma di questa parte della storia ne ri- parleremo. C'è di peggio. La prostituta possedeva un li- bretto al portatore con un deposito di mezzo miliardo. Questo libretto, a un certo momento, è passato dalle sue mani. E poi è sparito! Che fine ha fatto? Ha spartito il denaro con il suo amico e complice Domenico Augello?» Montalbano, lento lento, posò le mani sulla scriva- nia, lento lento calò il busto in avanti, lenta lenta la sua testa trasì nel cono di luce della lampada. Bonet- ti-Alderighi si scantò. La faccia di Montalbano, illu- minata a metà, era una stampa e una figura con una ma- schera africana, di quelle da mettersi prima dei sacri- fici umani. E poi, tra la Sicilia e l'Africa non c'era tan- ta distanza, pinsò fulmineo il Questore agghiazzando. Il commissario taliò fisso fisso a Bonetti-Alderighi e poi parlò, lento lento e vascio vascio. «Te lo dico da omo a omo. Lassa perdiri il piccilid- dro, lassalo fora da sta storia. Mi spiegai? E stato re- golarmente adottato dalla sorella di Augello e da suo marito. Lassalo fora. Per le tue personali vendette, per le tue minchiate basto io. D'accordo?» Il Questore non arrispunnì, lo scanto e la raggia gli facevano difficoltosa la parlata. «D'accordo?» rispiò Montalbano. E più quella voce era bassa, calma, lenta, più Bonet- ti-Alderighi ne intuiva la violenza a malappena trattenuta. «D'accordo» finì col dire con un filo di voce. Montalbano si rimise addritta, la sua faccia niscì dalla luce. «Posso domandarle, signor Questore, come ha avu- to tutte queste informazioni?» L'improvviso cangiamento di tono di Montalbano, formale e leggermente ossequioso, strammò tanto il Que- store da fargli dire quello che si era ripromesso di non dire. «Mi hanno scritto.» Immediatamente Montalbano capì. «Una lettera anonima, vero?» «Beh, diciamo non firmata.» «E non si vergogna?» fece il commissario voltando- si e avviandosi verso la porta, sordo all'urlo del Que- store. «Montalbano, torni qui!» Non era un cane che obbediva agli ordini. Si strappò dalla testa l'inutile fasciatura, arraggiato. Nel corri- doio andò a sbattere contro il dottor Lattes che balbettò: «Mi... mi pa... pare che il signor Questore la stia chia- mando.» «Pare macari a me.» In quel momento Lattes si addunò che Montalbano non portava più la benda e che la sua fronte era intatta. «È guarito?» «Non lo sa che il Questore è un taumaturgo?» La cosa bella di tutta la facenna, pinsò mentre con le mani contratte sul volante si dirigeva verso Mari- nella, era che non ce l'aveva con quello che aveva scrit- to la lettera anonima, sicuramente una vendetta alla scor- datina di Lohengrin Pera, l'unico in grado di rico- struire la storia di Francois e di sua madre. E non ce l'aveva manco col Questore. La raggia la provava con- tro se stesso. Come aveva fatto a scordarsi completa- mente del libretto coi cinquecento milioni? L'aveva con- segnato a un notare amico, di questo s'arricordava perfettamente, perché amministrasse quei soldi e li versasse a Francis appena addiventato maggiorenne. Ricordava, ma questo invece confusamente, che una de- cina di giorni appresso la visita al notare, questi gli ave- va spedito una ricevuta. Ma non sapeva più dove l'a- veva infilata. Il peggio era che di questo libretto lui non ne aveva mai fatto parola né con Mimi Augello né con la sorella. E questo faceva sì che Mimi, del tutto al- l'oscuro del fatto, poteva essere tirato in ballo dalla fer- tile fantasia di Bonetti-Alderighi, mentre invece era 'nnuccenti come a Cristo. Tempo un'orata scarsa, trasformò la sua casa in un appartamento visitato da ladri abili e coscienziosi. Tut- ti i cascioni della scrivania tirati completamente fora e le carte che c'erano dintra gettate 'n terra, macari 'n terra ci stavano i libri aperti a mezzo, sfogliati e ma- lotrattati. Nella càmmara di letto i due comodini era- no spalancati, lo stesso l'armuar e il settimanile con la roba levata e messa sul letto, sulle seggie. Cercò, Mon- talbano, e cercò sempre più facendosi capace che mai e po' mai sarebbe arrinisciuto a far comparire quello che cercava. Proprio quanno aveva abbandonato la spranza, dintra una scatola nel cassetto più basso del settimanile, 'nzemmula a una foto della madre scom- parsa prima che lui avesse potuto ritenere nella memoria l'immagine di lei viva, 'nzemmula a una foto del pa- dre e ad alcune delle sue rare lettere, trovò la busta spe- ditagli dal notare, la raprì, tirò fora il documento, lo lesse, lo rilesse, niscì di casa, si mise in macchina, ri- cordava che in una delle prime case di Vigàta c'era un tabaccare con la fotocopiatrice, fotocopiò il foglio, si rimise in macchina, tornò a Marinella, si scantò lui stes- so per il burdello che aveva combinato in casa, si mi- se a cercare un foglio e una busta santiando, li trovò, s'assittò alla scrivania e scrisse: Illustre Signor Questore di Vigàta, dato che lei è incline a prestare orecchio alle lettere ano- nime, non firmerò questa mia. Le compiego copia della ri- cevuta del notaio Giulio Carlentini che chiarisce la posizio- ne del commissario Montalbano dott. Salvo. L'originale, naturalmente, è in possesso dello scrivente e può essere esi- bito a gentile richiesta Firmato' un amico Si rimise in macchina, andò alla Posta, fece una rac- comandata con ricevuta di ritorno, niscì, si calò per ra- prire lo sportello e si paralizzò in quella posizione, co- me a chi lo piglia di botto uno di quei dolori alla schi- na, violenti, che appena minimamente ti catamini ti ar- riva la pugnalata feroce e l'unica è restarsene fermo ac- cussì come ti trovi sperando che un miracolo qualsiasi faccia, almeno momentaneamente, passare il male. Quel- lo che aveva fatto ingiarmare il commissario era la vi- sta di una fìmmina che stava in quel momento passan- do diretta evidentemente alla vicina salumeria. Era la signorina Mariastella Cosentino, la vestale del tempio del ragionier Gargano, la quale, avendo chiuso l'agen- zia alla scadenza dell'orario pomeridiano, ora stava fa- cendo la spisa prima di tornarsene a casa. La vista di Ma- riastella Cosentino gli aveva fatto venire un pinsèro ag- ghiazzante seguito da una domanda ancora più ag- ghiazzante: il notare, per disgrazia, non è che aveva in- vestito i soldi di Francois nell'impresa del ragioniere Gar- gano? Se sì, a quest'ora il denaro si era già volatilizza- to pigliando la strada dei mari del Sud e da ciò ne con- seguiva non solo che il picciliddro non avrebbe più avuto una lira dell'eredità materna, ma che lui, Mon- talbano, dopo avere allura allura spedito la provocato- ria lettera al Questore, se la sarebbe passata malo assà a giustificare la sparizione del denaro, avrebbe avuto vo- glia a dire che lui nella faccenda non ci trasiva nenti, il Questore non l'avrebbe mai creduto, minimo minimo avrebbe pinsato che si era appaltato col notare per spartirsi i cinquecento milioni del pò viro orfano. Arriniscì a scuotersi, a raprire lo sportello, a partire sparato, sgommando come in genere fanno la polizia e gli imbecilli, verso lo studio del notare Carlentini. Ac- chianò di curruta i due piani di scale facendosi venire il sciatene. La porta dello studio era inserrata, fora c'e- ra appizzato un cartellino con l'orario d'ufficio: era pas- sata un'ora dalla chiusura, capace che dintra c'era an- cora qualcuno. Suonò il campanello e per maggiore si- curezza tuppiò macari col pugno. La porta si raprì ap- pena appena e il commissario la spalancò del tutto con una violenza catarelliana. La picciotta ch'era venuta ad aprire si tirò narrè, scantata. «Che... che vuole? Non... non mi faccia male.» Certamente si era fatta capace che si trovava davanti a un rapinatore. Era addivintata giarna giarna. «Mi scusi se l'ho fatta spaventare» disse Montalbano. «Non ho nessun motivo di farle male. Montalbano sono.» «Oddio, che stupida! » fece la picciotta. «Ora mi ri- cordo d'averla vista in televisione. Si accomodi.» «C'è il notare?» spiò il commissario trasendo. La faccia della picciotta addiventò seria, di circo- stanza. «Non lo sa?» «Cosa?» fece Montalbano sentendosi ancora più squieto. «Il povero signor notaio....» «È morto?» ululò Montalbano, come se quella gli avesse comunicato la scomparsa dell'essere più amato al mondo. La picciotta lo taliò tanticchia strammata. «No, non è morto. Ha avuto un ictus. Si sta ri- prendendo.» « Ma parla? Ricorda?» «Certo.» «Come faccio a parlargli?» «Ora?» «Ora.» La picciotta taliò il ralogio al polso. «Forse ce la facciamo. E' ricoverato alla clinica San- ta Maria di Montelusa.» Trasì in una càmmara piena di cartelle, faldoni, car- pette, raccoglitori, compose un numero, si fece passa- re la stanza 114. Poi disse: «Giulio....» S'interruppe. Era cosa cognita che il signor notare non se ne faceva scappare una. E la picciotta che sta- va telefonando era una trentina alta, capelli neri lun- ghi fino al fondoschiena, gambe bellissime. «Signor notaio» proseguì. «C'è qui in studio il com- missario Montalbano che vorrebbe parlarle. . Sì? Noi ci sentiamo più tardi.» Passò il telefono a Montalbano, niscendo discreta- mente dalla càmmara. «Pronto, notare? Montalbano sono. Volevo sola- mente chiederle un'informazione. Si ricorda che qual- che anno fa io le consegnai un libretto con cinquecen- to milioni che... Ah, si ricorda? Glielo chiedo perché mi era venuto il dubbio che lei potesse avere investi- to il denaro con il ragioniere Gargano e allora... No, non si offenda... no, per carità, non intendevo... ma si figuri se io... Va bene, va bene, mi scusi. Si rimet- ta presto.» Riattaccò. Il notaro, al solo sentire il nome di Gar- gano, si era sentito offiso. «E lei pensa che io sono così coglione da credere a un imbroglione come Gargano?» aveva detto. I soldi di Francois erano al sicuro. Ma, mettendosi in macchina per andare al commis- sariato, Montalbano giurò che al ragioniere Gargano glie- la avrebbe fatta pagare, col palmo e la gnutticatùra, per il tremendo scanto che gli aveva fatto pigliare. Quattro. Ma al commissariato non ci arrivò, perché strata fa- cendo stabilì che aveva passato una giornata pisanti as- sà e che si meritava perciò un premio di consolazione. Gli avevano vagamente accennato a una trattoria aper- ta, da qualche misata, una decina di chilometri dopo Montelusa, sulla provinciale per Giardina e dove si man- giava bono. Gli avevano macari detto il nome, da «Giugiù 'u carritteri.» Sbagliò a pigliare la via giusta quattro volte e proprio quando aveva addeciso di tor- nare narrè e ripresentarsi alla trattoria «San Calogero», macari perché più passava il tempo e più si sentiva smor- care un pititto lupigno, vide, alla luce dei fari, l'inse- gna del locale, scritta a mano su un pezzo di tavola at- taccata a un palo della luce. Ci arrivò dopo cinco mi- nuti di trazzera autentica, di quelle che non ne esiste- vano più, tutta fossi e pitruna, e per un attimo gli ven- ne il sospetto di una messinscena di Giugiù che si fin- geva carrettiere e invece guidava auto di Formula 1. Sul- l'onda del sospetto, macari la casuzza solitària, dove ar- rivò, non lo persuase: malamente intonacata, senza lu- ci al neon, consisteva in una càmmara al piano terra e un'altra al primo e unico piano. Dalle due finestre del- la càmmara al piano terra trapelava una luce splàpita che faceva malinconia. Sicuramente il tocco finale del- la messinscena. Nello spiazzo c'erano due macchine. Scinnì dall'auto e si fermò indeciso. Non se la sentiva di finire la serata intossicato. Cercò d'arricordarsi chi gli aveva consigliato il locale e finalmente gli tornò a mente: il vicecommissario Lindt, figlio di sguìzzeri («parente del cioccolato?» gli aveva spiato quando gli era stato presentato), che fino a sei mesi avanti aveva travagliato a Bolzano. «Figurati» si disse. «Quello capace che non distin- gue un pollo da un salmone!» E in quel momento, leggio leggio, gli arrivò col ven- ticello della sera un sciauro che gli fece allargare le na- sche: sciauro di cucina genuina e saporita, sciauro di piatti cotti come u Signiruzzu comanda. Non ebbe più esitazioni, raprì la porta e trasì. Nella càmmara c'era- no otto tavolini e uno solo era occupato da una coppia di mezza età. S'assittò al primo tavolino che gli venne a tiro. «Mi scusasse, ma quello è prenotato» fece il cam- mareri-padrone, un tipo sissantino, pelato, ma coi baf- fi a manubrio, alto e tripputo. Ubbidiente, il commissario si risusì. Stava per posa- re le natiche su una seggia del tavolino allato che il baf- futo parlò nuovamente. «Macari quello.» Montalbano principiò a sentirsi arraggiare. Ma quel- lo gli dava la sconcica? Voleva attaccare turilla? Vole- va farla finire a schifìo? «Sono tutti occupati. Se vuole, posso conzare qua» fece il cammareri-padrone vedendo che gli occhi del cliente si erano fatti trùbboli. E indicò un tavolinetto sparecchiatavola cummiglia- to di posate, bicchieri, piatti, vicinissimo alla porta del- la cucina dalla quale si partiva quel scianco che ti saziava prima ancora d'avere principiato a mangiare. «Va benissimo» fece il commissario. Si trovò assittato come in castigo, aveva il muro praticamente sulla faccia, per taliare la sala avrebbe do- vuto mettersi di traverso sulla seggia e storcere il col- lo. Ma che gliene fotteva di taliare la sala? «Se se la sente, avrei i pirciati ch'abbruscianu» fe- ce il baffuto. Sapeva cos'era il pirciato, un tipo particolare di pa- sta, ma cosa avrebbero dovuto bruciare? Non volle però dare all'altro la soddisfazione di spiargli com'erano cu- cinati i pirciati. Si limitò a una sola domanda: «Che viene a dire, se se la sente?» «Precisamente quello che viene a dire: se se la sen- te» fu la risposta. «Me la sento, non si preoccupi, me la sento.» L'altro isò le spalle, sparì in cucina, ricomparse dop- po tanticchia, si mise a taliare il commissario. Venne chiamato dalla coppia di clienti che spiarono il conto. Il baffuto glielo fece, i due pagarono e niscirono sen- za salutare. «Il saluto qua non deve essere di casa» pinsò Mon- talbano, ricordandosi che macari lui, trasendo, non aveva salutato a nisciuno. Il baffuto tornò dalla cucina e si rimise nella stessa 'ntifica posizione di prima. «Tra cinco minuti è pronto» disse. «Vuole che le ra- pro la televisione, intanto che aspetta?» «No.» Finalmente dalla cucina si sentì una voce femminina. «Giugiù!» E arrivarono i pirciati. Sciauravano di paradiso ter- restre. Il baffuto si mise appuiato allo stipite della por- ta assistimandosi come per uno spettacolo. Montalbano decise di farsi trasire il sciauro fino in fondo ai polmoni. Mentre aspirava ingordamente, l'altro parlò. «La vuole una bottiglia di vino a portata di mano pri- ma di principiare a mangiare?» Il commissario fece 'nzinga di sì con la testa, non ave- va gana di parlare. Gli venne messo davanti un boccale, una litrata di vino rosso densissimo. Montalbano se ne inchì un bicchiere e si mise in bocca la prima forchet- tata. Assufficò, tossì, gli vennero le lagrime agli occhi. Ebbe la netta sensazione che tutte le papille gustative avessero pigliato foco. Si sbacantò in un colpo solo il bicchiere di vino, che da parte sua non sgherzava in quanto a gradazione. «Ci vada chiane chiane e liggero» lo consigliò il cammareri-proprietario. «Ma che c'è?» spiò Montalbano ancora mezzo as- sufficato. «Oglio, mezza cipuddra, dù spicchi d'agliu, dù an- giovi salati, un cucchiarinu di chiapparina, aulive nì- vure, pummadoro, vasalicò, mezzo pipiruncinu pic- canti, sali, caciu picurinu e pipi nivuru» elencò il baf- futo con una nota di sadismo nella voce. «Gesù» disse Montalbano. «E chi c'è in cucina?» «Me mogliere» rispose il baffuto andando incontro a tre nuovi clienti. Intercalando le forchettate con sorsate di vino e ge- miti ora di estrema agonia ora di insostenibile piacere («esiste un piatto estremo come il sesso estremo?» gli venne di spiarsi a un certo punto), Montalbano ebbe macari il coraggio di mangiarsi col pane il condimento rimasto sul fondo del piatto, asciucandosi di tanto in tanto il sudore che gli spuntava in fronte. «Che vuole per secondo, signore?» Il commissario capì che con quel «signore» il padrone gli stava rendendo l'onore delle armi. «Niente.» «E fa bene. Il danno dei pirciati ch'abbruscianu è che uno ripiglia i sapori il giorno appresso.» Montalbano spiò il conto, pagò una miseria, si susì, s'avviò per nesciri senza salutare come di rigore e pro- prio allato alla porta vide una grande fotografia con sot- to una scritta: «RICOMPENSA DI LIRI UN MILIONE A CHI MI DARA' NO- TIZZIE DI QUESTO UOMO.» «Chi è?» fece rivolto al baffuto. «Non lo conosce? Questo è quel granni e grannissi- mo cornuto del ragioniere Gargano, quello che....» «Perché vuole sue notizie?» «Per pigliarlo e scannarlo.» «Che le ha fatto?» «A me, nenti. Ma a me mogliere, trenta milioni ci fotté.» «Dica alla signora che sarà vendicata» disse solenne- mente il commissario posandosi una mano sul petto. E capì d'essere completamente 'mbriaco. C'era una luna che faceva spavento, tanto pareva gior- no chiaro. Guidava allegretto, se ne faceva capace: pi- gliava le curve sbandando, ora camminava a dieci ora- ri ora a cento. A metà strata tra Montelusa e Vigàta vide a distanza il cartellone pubblicitario darre al qua- le stava ammucciato il viottolo che portava alla casuz- za diroccata che aveva allato il grande aulivo saraceno. Siccome negli ultimi tre chilometri aveva scansato a ma- lappena l'urto frontale con due macchine che proce- devano in senso inverso, addecise di girare e andarsi a fare passare la 'mbriacatura tra i rami dell'àrbolo che era da quasi un anno che non andava a trovare. Sterzò a destra per imboccare il viottolo e subito eb- be la 'mprissioni d'avere sbagliato, in quanto al posto della stratuzza di campagna ora c'era una larga striscia asfaltata. Forse aveva scangiato un cartellone per un al- tro. Tornò a marcia indietro e andò a sbattere contro uno dei sostegni del cartellone che s'inclinò pericolo- samente. FERRAGUTO MOBILI-MONTELUSA. Non c'era dubbio, il cartellone era quello. Ritornò sull'ex viottolo e dopo un centinaio di metri si venne a trovare davanti alla cancellata di una villetta appena appena finita di costruire. Non c'era più la casuzza rustica, non c'era più l'aulivo saraceno. Non arrinisciva a raccapezzarsi, non riconosceva nenti del paesaggio al quale era abi- tuato. Possibile che un litro di vino, sia pure forte, l'aves- se ridotto a questo punto? Scinnì dalla macchina e, men- tre pisciava, continuava con la testa a taliare torno tor- no. La luce della luna consentiva una buona vista, ma quello che vedeva gli era straneo. Pigliò dal cassetto del cruscotto la pila e principiò a fare il giro della cancel- lata. La villetta era finita e chiaramente non era abi- tata, i vetri alle finestre avevano ancora a protezione le strisce di carta adesiva incrociate. Il giardino recin- tato era abbastanza grande, ci stavano costruendo una specie di gazebo, ammassati vicino si vedevano gli ar- nesi del travaglio, pale, pichi, secchi per la quacina. Quando arrivò nella parte di darre la villetta, andò a sbattere contro quella che sulle prime gli parse una trof- fa di spinasanta. Puntò la pila, taliò meglio e fece un urlo. Aveva visto un morto. O meglio, un moribondo. Il grande aulivo saraceno era davanti a lui, agonizzan- te, dopo essere stato sradicato e gettato 'n terra. Ago- nizzava, gli avevano staccato i rami dal tronco con la sega elettrica, il tronco stesso era stato già profonda- mente ferito dalla scure. Le foglie si erano accartocciate e stavano seccando. Montalbano si rese conto confu- samente che si era messo a chiangiri, tirava su il moc- caro che gli nisciva dal naso aspirando a sussulti come fanno i picciliddri. Allungò una mano, la posò sul chia- ro di una larga ferita, sentì sotto il palmo ancora tan- ticchia d'umidità di linfa che se ne stava andando a pic- ca a picca come fa il sangue di un omo che muore dis- sanguato. Levò la mano dalla ferita e staccò 'na poco di foglie che fecero ancora resistenza, se le mise in sac- chetta. Poi dal chianto passò a una specie di raggia lu- cida, controllata. Tornò alla macchina, si levò la giacchetta, infilò la pila nella sacchetta dei pantaloni, addrumò gli abba- glianti, affrontò il cancello in ferro battuto, lo scalò co- me una scimmia certamente in virtù del vino che con- tinuava a fare il suo effetto. Con un balzo degno di Tar- zan si trovò dintra al giardino, vialetti ghiaiati corre- vano da ogni parte, c'erano panchine di pietra lavora- ta disposte a ogni decina di metri, giarre con piante, finte lanceddre romane con finte escrescenze marine, capitelli di colonne chiaramente fabbricate a Fiacca. E l'immancabile, complesso, modernissimo grill per il barbecue. Si avviò verso il gazebo in costruzione, scel- se tra gli arnesi di travaglio una mazza da spaccapie- tre, la impugnò saldamente e principiò a spaccare i ve- tri delle finestre del piano terreno che erano due per facciata. Doppo avere frantumato sei finestre, appena girato l'an- golo, vide un gruppo di figure quasi umane immobili. Od- dio, che erano? Cavò fora dalla sacchetta la pila, l'ad- drumò. Erano otto grandi statue momentaneamente raggruppate in attesa che il proprietario della villetta le dislocasse a suo piacimento. Biancaneve e i sette nani. «Aspettatemi che torno» disse Montalbano. Scassò coscienziosamente le rimanenti due finestre e poi, facendo roteare alta sopra la sua testa la maz- za come Orlando faceva roteare la sua spada quand'e- ra furioso, s'avventò sul gruppo dando mazzate al- l'urbigna. Tempo una decina di minuti e di Biancaneve, Mam- molo, Bolo, Pisolo, Brontolo, Cucciolo, Ventole, Mi- gnolo, o come minchia si chiamavano, non rimasero al- tro che minuscoli frammenti colorati. Ma Montalbano ancora non si sentiva soddisfatto. Scoprì che sempre vi- cino al gazebo in costruzione c'erano delle bombole spray di colore. Ne pigliò una verde e scrisse, a carat- teri cubitali, quattro volte la parola STRONZO, una per lato della villetta. Quindi riscalò il cancello, si rimise in macchina e partì per Marinella, sentendo che la 'mbriacatura gli era completamente passata. Arrivato a Marinella, passò mezza nottata a rimet- tere in ordine la casa che era addiventata una casa- micciola in seguito alla cercatina della ricevuta del nò- taro. Non è che ci sarebbe voluto tutto questo tempo, ma il fatto è che quando hai sbacantato i cassetti tro- vi una quantità di carte vecchie, scordate, alcune del- le quali, quasi a forza, vogliono essere lette e tu, ine- vitabilmente, finisci col precipitare sempre più in fon- do al gorgo della memoria e ti tornano a mente maca- ri cose che per anni e anni hai fatto di tutto per scor- dare. E' un gioco tinto, quello dei ricordi, nel quale fi- nisci sempre col perdere. Andò a corcarsi verso le tre del matino; ma dopo essersi susuto almeno tri volte per andare a ber si un bicchiere d'acqua, addecise di por- tarsi la caraffa in càmmara da letto, sul comodino. Conclusione, alle sette aveva una panza che pareva in- cinto d'acqua. La giornata era nèvula e questo gli au- mentò il nirbuso già ai livelli di guardia per la mala not- tata. Squillò il telefono, sollevò il ricevitore, deciso. «Non mi rompere i cabasisi, Cataré.» «Non sugnu chisto ca vossia dici, ma iu sugnu, dot- tori.» «E tu chi sei?» «Nun m'arriconosci, dottori? Adelina sugnu.» «Adelina! Che c'è?» «Dottori, ci vuliva fari avvirtenzia che oggi non poz- zo avveniri.» «Va bene, non....» «E non pozzo avveniri né dumani né passannadu- mani.» «Che ti succede?» «La mogliere di me figliu nicu la portare allo spita- li ch'avi malo di panza e io ci devu abbadari 'e figli ca sunnu quattru e il chiù granni ch'avi deci anni è unu sdilinquenti peju di so patre.» «Va bene, Adelì, non ti dare pinsèro.» Riattaccò, andò in bagno, pigliò una montagnola di roba da lavare, compreso il pullover che gli aveva ar- rigalato Livia e che si era allordato di rena, infilò il tutto in lavatrice. Non trovò una cammisa pulita e si rimise quella usata. Pensò che per almeno tre pranzi e tre cene sarebbe dovuto andare in trattoria, ma giurò a se stesso di non cadere in tentazione e di re- stare fedele alla «San Calogero.» Con la telefonata di Adelina però il malo umore era tracimato, convinto com'era di non sapere dare adenzia né a se stesso né alla casa. In commissariato pareva esserci calma piatta, Ca- tarella manco s'addunò del suo arrivo impegnato com'era in una conversazione telefonica che doveva essere molto difficoltosa perché ogni tanto s'asciuca- va la fronte con la manica. Sul suo tavolo trovò un bi- glietto con scritto due nomi, Giacomo Pellegrino e Mi- chela Manganare, e due numeri di telefono. Rico- nobbe la grafia di Mimi e di subito s'arricordò: era- no i nomi degli impiegati alla «Re Mida», a parte na- turalmente la signorina Mariastella Cosentino. Ma Mimi non aveva scritto macari l'indirizzo e lui pre- feriva parlarci a vista con le persone oltre che col te- lefono. «Mimi» chiamò. Non arrispunnì nisciuno. Capace che quello se ne sta- va a casa sua ancora curcato o si stava bevendo la pri- ma tazza di cafè. «Fazio!» Fazio s'appresentò subito. «Non c'è il dottor Augello?» «Oggi non viene, dottore, manco domani e nemmanco dopodomani.» Come la cammarera Adelina. Pure Mimi aveva nipoti da abbadare? «E perché?» «Come perché, dottore? Che fece, se lo scordò? Oggi gli comincia la licenza matrimoniale.» Gli era completamente passato di mente. E dire che era stato lui a presentare a Mimi, sia pure per scopi in un certo senso inconfessabili, la futura sposa, Beatri- ce, bella e brava picciotta. «E quando si marita?» «Tra cinco giorni. E non se lo scordi, perché lei al dottor Augello ci deve fare da testimonio.» «Non me lo scordo. Senti, sei impegnato?» «Mi libero subito. C'è un tale, Giacomo Pellegrino, che è venuto a fare denunzia per atti di vandalismo con- tro una villetta che ha fatto appena appena fabbricare.» «Quand'è capitato il fatto?» «Stanotte.» «Va bene, vai e torna.» Dunque il vandalo era lui, Montalbano. A sentire par- lare accussì, dintra al commissariato, della prodezza cke aveva fatto, s'affruntò tanticchia, si vrigognò. Ma co- me poteva arriparare? Presentandosi di là, da Fazio e dire: «Senta, signor Pellegrino, mi perdoni, sono sta- to io che....» Si fermò. Giacomo Pellegrino, aveva detto Fazio. Giacomo Pellegrino era macari uno dei due nomi che Mimi gli aveva scritto, col numero di telefono, sul fo- glio che aveva davanti. Rapidamente mandò a memo- ria il numero di telefono di Pellegrino, si susì, trasì nel- la càmmara di Fazio. Questi, che stava scrivendo, isò gli occhi su Montal- bano. Si taliarono appena, ma si capirono. Fazio conti- nuò a scrivere. Che aveva detto Mimi di Giacomo Pel- legrino? Che era un picciotto laureato in economia e commercio. L'omo che stava assittato davanti la scriva- nia di Fazio pareva un pecoraro ed era minimo sissanti- no. Fazio finì di scrivere, Pellegrino firmò con una cer- ta difficoltà. Altro che economia e commercio, quello sì e no era arrivato alla terza elementare. Fazio si ripigliò la denunzia e a questo punto il commissario intervenne. «Ha lasciato il numero di telefono?» «No» disse l'omo. «Beh, è sempre meglio averlo. Com'è?» L'omo lo disse ad alta voce a Fazio che se l'appuntò. Non corrispondeva. Pareva piuttosto un numero del- la zona di Montereale. «Lei è di qua, signor Pellegrino?» «No, io ho una casa vicino a Montereale.» «E come mai si è fatto costruire una villetta tra Vigàta e Montelusa?» Aveva fatto una grossa minchiata, se ne rese conto subito. Fazio non gli aveva detto dov'era allocata la vil- letta. E infatti si mise a taliare il commissario con gli occhi stritti stritti. Ma forse Pellegrino pensò che i due sbirri ne avessero parlato quando Fazio era stato chia- mato fora e non si ammaravigliò della domanda. «Non è mia. E' di un mio nipote, figlio di un mio fra- tello. Porta lo stesso nome mio.» «Ah!» fece Montalbano recitando la parte di chi prova sorpresa. «Ho capito, suo nipote è quello ch'e- ra impiegato alla "Re Mida," vero?» «Sissignore, lui.» «Mi scusi ancora, ma perché la denunzia è venuto a farla lei e non suo nipote che è il proprietario?» «Il signor Pellegrino ha una procura» intervenne Fazio. «Forse suo nipote travaglia troppo e non può abba- dare a....» «No» fece l'omo. «Le cose sono andate accussì co- me ci dico. Una misata fa, la matina del giorno avan- ti che doveva arrivare quel cornuto del ragioniere Gar- gano....» «Macari a lei ha levato soldi?» «Sissignore, tutti quelli che avevo. La matina prima, me nipote s'appresentò a Montereale e mi disse che gli aveva telefonato Gargano ordinandogli di andare in Germania per un affare. Aveva l'aereo da Palermo che partiva alle quattro di doppopranzo. Me nipote mi dis- se che sarebbe rimasto fora minimo una misata e mi de- si l'incarrico d'abbadare alla costruzione. Dovrebbe tornare a giorni.» «Quindi se io ho bisogno di parlargli non lo trovo a Vigàta?» «Nonsi.» «E lei ha un indirizzo, un telefono di suo nipote in Germania?» «Vuole babbiare?» Cinque. Ma com'è che da quando la bonarma del geometra Garzullo era trasuto, revorbaro alla mano, nell'agenzia vigatese della «Re Mida», minacciando di fare minnitta, com'è che non poteva cataminarsi senza imbattersi in qualcosa che arriguardava, alla stritta o alla larga, lo scomparso ragioniere Gargano? Mentre il commissario stava a pinsari a questo succedersi di coincidenze che si trovano o in un romanzo giallo di secondo ordine o nella più trita realtà quotidiana, trasì Fazio. «Agli ordini, dottore. Ma prima mi spiegasse una co- sa. Come faceva a sapiri dov'è la villa di Pellegrino? Io non ce lo dissi. Me la leva questa curiosità?» «No.» Fazio allargò le vrazza. Il commissario decise di met- tersi al sicuro, con Fazio era meglio quatelarsi, quello era uno sbirro vero. «E so macari che hanno rotto i vetri del piano ter- ra, hanno ridotto in briciole Biancaneve e i sette nani e hanno scritto "stronzo" su tutte e quattro le pareti. E' così?» «E' così. Hanno usato una mazza e lo spray verde che hanno trovato sul posto.» «Benissimo. E ora che ne pensi? Che parlo con le cià- vole? Che ho la palla di vetro? Che faccio magarìe?» spiò Montalbano arraggiando di più di domanda in do- manda. «Nonsi. Ma non si arrabbiasse.» «E m'arrabbio sì! Ci sono passato stamatina presto da quelle parti. Volevo vedere come stava l'àrbolo d'aulivo.» «L'ha trovato bono?» spiò con leggera ironia Fazio che conosceva tanto l'àrbolo quanto lo scoglio, i due posti dove il suo superiore si rifugiava di tanto in tanto. «Non c'è più. L'hanno abbattuto per fare largo alla villetta.» Fazio si fece serio serio, come se Montalbano gli aves- se detto ch'era morta una criatura che gli stava cara. «Capisco» murmuriò a mezza voce. «Cosa hai capito?» «Nenti. Aveva ordini da darmi?» «Sì. Dato che abbiamo saputo che Giacomo Pellegrino se la sta spassando in Germania, vorrei che tu mi tro- vassi l'indirizzo della signorina o signora Michela Man- ganare che faceva l'impiegata di Gargano.» «Tra un minuto glielo porto. Vuole che prima pas- so da Brucale e le accatto una cammisa nova?» « Sì, grazie, accattamene tre, dato che ti ci trovi. Ma come hai fatto a indovinare che mi mancavano le cam- mise? Ora sei tu che parli con le ciàvole o fai maga- rie!» «Non c'è bisogno di parlare con le ciàvole, dottore. Vossia stamatina non si cangiò la cammisa, e invece avrebbe dovuto farlo perché ha un polsino tutto mac- chiato di vernice oramà secca. Vernice verde» sottoli- neò con un sorrisino, niscendo. La signorina Michela Manganare abitava con i genitori in una casa popolare di dieci piani dalle parti del cam- posanto. Montalbano preferì non avvertire del suo ar- rivo né telefonando e manco citofonando. Aveva ap- pena parcheggiato la macchina che vide nesciri un omo anziano dal portone. «Mi scusi, mi sa dire a quale piano abitano i signo- ri Manganare?» «Al quinto piano, buttanazza della miseria!» «Perché se la piglia se i signori Manganare....» «Perché l'ascensori da una simana arriva solo fino al quinto. E io abito al decimo! E me la devo fare a pie- di due volta la jurnata! Sempri un gran culu hanno avu- to sti Manganare! Si figurasse che qualiche anno pas- sato hanno macari vinciuto un terno!» «Hanno vinto molto?» «Poca roba. Ma vuole mettere la soddisfazioni?» Montalbano trasì nell'ascensore, premette il pulsan- te del quinto, l'ascensore partì e si fermò al terzo. Le provò tutte, ma quello era addiventato irremovibile. Si fece due piani di scale, consolandosi col pinsèro che, abbonè, se ne era risparmiati tre. «Cu è?» spiò una voce di fìmmina anziana. «Montalbano sono, un commissario di Pubblica Si- curezza.» «Commissario? Sicuri semo?» «Da parte mia ne sono sicuro, d'essere un commis- sario.» «E che voli da nui?» «Parlare con sua figlia Michela. E' in casa?» «Sì, ma è corcata, havi tanticchia d'infruenza. Aspit- tasse un mumentu ca chiamo a me marito.» Seguì un urlo che per un momento atterrì Montal- bano. «Filì! Veni ccà che c'è unu ca dici d'essiri un com- missario!» Non era riuscito a convincere la signora, lo rivelava quel "dici d'essiri." Poi, sempre da darre la porta inserrata, la signora disse: «Ci parlasse forte a me marito ch'è surdo!» «Cu è?» fece stavolta una voce mascolina e irritata. «Sono un commissario, apra!» L'aveva ululato accussì forte che, mentre la porta dei Manganare restava ostinatamente chiusa, si raprirono, in compenso, le altre due porte del pianerottolo e com- parsero due spettatori, uno per porta, una picciliddra decina che stava sbafandosi una merendina e un signore cinquantino, in canottiera, con una benda sull'occhio mancino. «Parlasse più forte che Manganare è surdo» suggerì amichevolmente l'omo in canottiera. Ancora più forte? Fece qualche esercizio di ventila- zione dei polmoni, come aveva visto fare a un campione di discesa in profondità in apnea, quindi, immagazzi- nata tutta l'aria possibile, gridò: «Polizia!» Sentì che le porte del piano di supra e del piano di sutta si raprivano contemporaneamente e che voci agi- tate spiavano: «Che fu? Che capitò? Che successe?» La porta dei Manganare si raprì lentissimamente e apparse un pappagallo. O almeno questa fu la prima 'mpressioni che il commissario ebbe. Naso lunghissimo e giallo, pomelli viola, occhi granni e neri, quattro pe- li rossi arruffati sul cranio, camicia verde squillante. «Trasisse» murmuriò il pappagallo. «Ma faccia chia- no pirchì me figlia dorme datosi ca non si sente bona.» Lo fece trasire in un salotto incongruamente svedese. Su un trespolo ci stava il fratello gemello del signor Man- ganare che aveva almeno l'onestà di mantenersi uccello e di non spacciarsi per omo. La mogliere di Manganare, una sorta di passero impallinato per errore o per malvagità che strascicava la gamba mancina, arrivò reggendo con fatica un minuscolo vassoio con sopra una tazzina di cafè. «E' già zuccherato» disse assittandosi comoda sul divanetto. Era evidente che la curiosità se la stava mangiando viva. Non doveva avere molte occasioni di svago, la si- gnora, e ora stava apprestandosi a scialarsela. «Se tanto mi da tanto» pinsò Montalbano. «Che uc- cello figlia verrà fora dall'incrocio tra un pappagallo e un passero?» «A Michela l'avvertii. Si sta susendo e a momenti vie- ne» pigolò il passero. «Ma da dove ha tirato fora quella voce quando ha chiamato il marito?» si spiò Montalbano. E s'arri- cordò d'avere letto in un libro di viaggi che esistono aceddri minuscoli in grado di fare un verso simile al- l'ululato di una sirena. La signora doveva appartenere a quella specie. Il cafè era tanto zuccherato che al commissario s'al- lappò la bocca. Il primo a parlare fu il pappagallo, quel- lo travestito da omo. «Io lo saccio pirchì lei voli parlari con me figlia. Per via di quel grannissimo cornuto del ragioniere Garga- no. E' accussì?» «Sì» gridò Montalbano. «Anche lei è vittima della truffa di....» «Tiè!» disse l'omo, poggiando con violenza la mano mancina sull'avambraccio di dritta proteso in avanti. «Filì!» lo rimproverò la mogliere usando la seconda voce, quella da Giudizio Universale. I vetri della finestra fecero tin tin. «Lei giudica a Filippo Manganare accussì fissa da ca- diri nello sfondapiedi priparato da Gargano? Pinsasse che io manco volevo ca me figlia ci s'impiegasse da quel truffatore!» «Lei a Gargano lo conosceva da prima?» «No. Non ce n'era di bisogno, pirchì le banche, i ban- chieri, quelli della Borsa, tutti quelli inzomma ca si oc- cupano di dinaro non possono essiri che truffatori. Per forza di cosi, signore mio. E se voli ci lo spiego. Lei pi caso ha mai liggiuto un libro ca si chiama il ca- pitale di Marx?» «Qua e là» fece Montalbano. «Lei è comunista?» «Attacca, Turì!» Il commissario, che non aveva capito la risposta, lo ta- liò imparpagliato. E poi chi era questo Turiddru? Lo sep- pe un attimo doppo, quando il gemello pappagallo vero, che di nome si chiamava evidentemente Turiddru, si schiarì la voce e attaccò a cantare l'Internazionale. La can- tava proprio bene e Montalbano si sentì acchianare din- tra un'ondata di nostalgia. Stava per complimentarsi coll'istruttore quando sulla porta apparse Michela. A vederla, Montalbano strammò. Tutto s'aspittava, meno quella picciottona piuttosto alta, bruna con gli occhi viola, il naso tanticchia arrussicato per via della 'nfruen- za, bella e china di vita, con una gonna corta a metà del- le cosce piene nella misura giusta e una cammisetta bian- ca che a malappena conteneva le minne non incarzarate nel reggiseno. Un pinsèro rapido e maligno, come il guiz- zare d'una vipera tra l'erba, gli traversò il ciriveddro. Si- curamente il bel Gargano con una picciotta come que- sta ci aveva, o ci aveva tentato, d'inzupparci il pane. «Eccomi a sua disposizione.» A sua disposizione? L'aveva detto con una voce va- scia e tanticchia rauca, alla Marlene Dietrich, che a Mon- talbano ci arrimiscoliò tanto il sangue che dovette trat- tenersi dal fare chicchirichì come il professore nel- l'Angelo azzurro. La picciotta s'assittò tirandosi la gon- na al massimo verso le ginocchia, compunta, sguardo basso, una mano su una gamba, l'altra sul bracciolo. Po- sa da brava picciotta di famiglia seria, lavoratrice e one- sta. Il commissario recuperò l'uso della parola. «Mi dispiace di averla fatta alzare.» «Non si preoccupi.» «Sono qua per domandarle notizie sul ragioniere Gargano e sull'agenzia dove lei lavorava.» «Faccia pure. Ma l'avverto che sono stata interrogata da uno del suo commissariato. Il dottor Augello, mi pa- re. Però, glielo dico francamente, mi è parso assai più interessato ad altro.» «Ad altro?» E mentre spiava, sinni pentì. Aveva capito. E si rap- presentò la scena: Mimi che le rivolgeva domande su domande e intanto i suoi occhi le levavano con deli- catezza la cammisetta, il reggipetto (se quel giorno l'a- veva), la gonna, le mutandine. Figurati se Mimi ce l'a- vrebbe fatta a resistere davanti a una billizza di quel tipo! E pinsò alla futura sposa, a Beatrice, povirazza, quanti bocconi amari avrebbe dovuto agliuttìri! La picciotta non rispose alla domanda, capì che il com- missario aveva capito. E sorrise, o meglio, lasciò im- maginare un sorriso, dato che teneva la testa bassa co- me si conviene davanti a uno straneo. Il pappagallo e il passero osservavano compiaciuti la loro creatura. A questo punto la picciotta isò gli occhi viola e taliò il commissario come in attesa delle domande. In realtà gli parlò, gli disse chiaramente senza usare parole: «Non perdere tempo qua. Non posso parlare. Aspet- tami sotto.» «Messaggio ricevuto» fecero gli occhi di Montalbano. Il commissario decise di non perdere altro tempo. Si finse meravigliato e imbarazzato. «Davvero è stata già interrogata? Ed è stato tutto verbalizzato?» «Certo.» «E come mai io non ho trovato niente?» «Mah! Lo chieda al dottor Augello che, oltre ad es- sere un vanesio, in questi giorni ha la testa persa per- ché si deve maritare.» E la luce fu. A metterlo sull'avviso era stato quel "va- nesio" che, in presenza dei genitori all'antica, sostituiva certamente la parola "stronzo", assai più pregnante co- me una volta scrivevano i critici letterari. Mentre la cer- tezza assoluta era arrivata subito dopo: sicuramente la picciotta aveva concesso i suoi favori (accussì ci si esprime in presenza di genitori all'antica) e Mimi, do- po essersi secolei giaciuto, l'aveva liquidata rivelando- le che era uno zito prossimo al matrimonio. Si susì. Tutti si susirono. «Sono veramente mortificato» fece. Tutti si mostrarono comprensivi. «Cose che capitano» disse il pappagallo. Si formò una piccola processione. La picciotta in te- sta, il commissario appresso, quindi il patre e darré di lui la matre. Osservando il moto ondoso che lo prece- deva, Montalbano rivolse un pensiero giallo d'invidia a Mimi. Rapruta la porta, la picciotta gli pruì la mano. «Piacere d'averla conosciuta» disse con la bocca. E con gli occhi: «Aspettami.» Aspettò chiussà di una mezzorata, il tempo indi- spensabile perché Michela s'alliffasse a dovere, facen- do scomparire il russichìo del nasino. Montalbano la vi- de comparire sul portone e taliarsi torno torno, allora diede un leggero colpo di clacson e raprì lo sportello. La picciotta si mosse verso la macchina con un'ariata d'indifferenza, a passi lenti, ma arrivata all'altezza del- lo sportello, velocissima trasì, chiuse, disse: «Via da qua.» Montalbano, che in quell'attimo aveva avuto modo di constatare che Michela si era scordata di mettersi il reggipetto, ingranò la marcia e partì. «Ho dovuto sostenere una lotta, i miei non mi vo- levano fare uscire, temono che abbia una ricaduta» dis- se la picciotta. E poi spiò: «Dove ci mettiamo a parlare?» «Vuole che andiamo al commissariato?» «E se incontro quello stronzo?» E così i peggiori (e i migliori) sospetti di Montalba- no vennero confermati in un colpo solo. «E poi il commissariato non mi piace» aggiunse Mi- chela. «In un bar?» «Scherza? La gente già sparla troppo di me. Per quanto, con lei, non c'è pericolo.» «Perché?» «Perché lei potrebbe essermi padre.» Una pugnalata sarebbe stato meglio. La macchina sbandò leggermente. «Colpito e affondato» fece a commento la picciot- ta. «E' un sistema che funziona spesso per smontare gli anzianotti intraprendenti. Ma a seconda di come lo si dice.» E ripeté con voce ancora più bassa e rauca: «Lei potrebbe essere mio padre.» Riuscì a mettere nella voce tutto il sapore del proi- bito, dell'incesto. Montalbano non poté scansare di vedersela allato nu- da, sul letto, sudata e ansante. Quella picciotta era pe- ricolosa, non solamente bella, ma macari carogna. «Allora dove andiamo?» fece autoritario. «Lei dove abita?» 'Nzamà, Signuri! Sarebbe stato come portarsi a ca- sa una bomba innescata. «A casa mia c'è gente.» «Maritato?» «No. Insomma, si decide?» «Forse ho trovato» fece Michela. «Pigli la seconda a destra.» Il commissario pigliò subito la seconda a destra. Era una di quelle rare strale che sono ancora in grado di dirti subito dove vanno a parare: in aperta campagna. E te lo dicono con le case che diventano sempre più piccole fino a cangiarsi in poco più che dadi con tan- ticchia di verde torno torno, con i pali della luce e del telefono che si fanno improvvisamente non allineati, con il fondo stradale che comincia a cedere il passo al- l'erba. Poi macari i dadi bianchi finirono. «Devo proseguire?» «Sì. Tra poco vedrà a sinistra una trazzera, ma è ben tenuta, non si preoccupi per la sua macchina.» Montalbano la pigliò e doppo tanticchia si trovò in mezzo a una specie di bosco fitto di araucarie e di trof- fe d'erba serbaggia. «Oggi non c'è nessuno» fece la picciotta «perché non è festivo. Ma deve vedere il tràfico che c'è il sabato e la domenica!» «Ci viene spesso?» «Quando capita.» Montalbano abbassò il finestrino e pigliò il pacchetto di sigarette. «Le dispiace ...» «No. Ne dia una anche a me.» Fumarono in silenzio. Arrivato a mezza sigaretta, il commissario attaccò. «Dunque, vorrei capire qualcosa di più su come fun- zionava il sistema inventato da Gargano.» «Mi faccia domande precise.» «Dove tenevate il denaro che Gargano razziava?» «Guardi, certe volte era Gargano ad arrivare con gli assegni e allora o io o Mariastella o Giacomo li de- positavamo alla filiale della Cassa di Credito di qua. Lo stesso facevamo se il cliente si presentava in agen- zia. Dopo un certo tempo, Gargano si faceva accredi- tare le somme nella sua banca di Bologna. Ma anche lì, a quanto abbiamo saputo, i soldi non restavano molto. Pare che andavano a finire in Svizzera e nel Liechtenstein, non so.» «Perché?» «Che domanda! Perché Gargano doveva farli frut- tare con le sue speculazioni. Almeno così pensavamo.» «E ora invece che pensa?» «Che stava accumulando i soldini all'estero per fot- tere tutti quanti al momento giusto.» «Anche lei è stata....» «Fottuta? No, non gli ho affidato manco una lira. An- che volendolo, non avrei potuto. Ha conosciuto papà, no? Però ci ha fregato due mesi di stipendio.» «Senta, mi permette una domanda personale?» «Ma si figuri!» «Gargano ha cercato di portarsela a letto?» La risata di Michela scoppiò improvvisa e inconte- nibile, il viola dei suoi occhi si fece più chiaro perché sbrilluccicò di lacrime. Montalbano la lasciò sfogare, spiandosi che cosa ci fosse di tanto comico nella do- manda. Michela s'arripigliò. «Ufficialmente, mi faceva la corte. E anche alla po- vera Mariastella la faceva. Mariastella era gelosissima di me. Sa, cioccolatini, fiori... Ma se io un giorno gli avessi detto che ero pronta ad andare a letto con lui, lo sa che sarebbe successo?» «No, me lo dica lei.» «Sarebbe svenuto. Gargano era gay.» Sei. Il commissario allucchì. Era una cosa che non gli era passata manco per l'anticamera del ciriveddro. Ma, superata la sorpresa iniziale, ci rifletté supra: il fatto che Gargano fosse omosessuale aveva importanza ai fi- ni dell'inchiesta? Forse sì e forse no, però Mimi non gliene aveva parlato, «Ne è sicura? Fu lui a dirglielo?» «Ne sono più che sicura, ma lui non me ne fece mai parola. Ci siamo capiti al volo, a prima taliata.» «Lei segnalò questo... questa circostanza, o meglio, questa sua impressione al dottor Augello?» «Augello mi faceva domande con la bocca, ma mi chie- deva altro con gli occhi. Sinceramente, non glielo so di- re se gliene parlai, allo stronzo.» «Mi perdoni, ma perché ce l'ha tanto con Augello?» «Vede, commissario, io con Augello ci sono stata per- ché mi piaceva. Ma lui, prima che me ne andassi da ca- sa sua, nudo, con un asciugamani sul pisellino, mi co- municò che era fidanzato e che era prossimo a sposar- si. Ma chi gli aveva domandato niente? Fu così me- schino che me la pentii di esserci stata, ecco tutto. Vor- rei scordarmelo.» «La signorina Cosentino era al corrente che Garga- no....» «Guardi, commissario, se Gargano all'improvviso si fosse trasformato in un mostro orrendo, che so, nello scarafaggio di Kafka, lei gli sarebbe rimasta davanti in adorazione, persa nel suo delirio amoroso senza accor- gersi di niente. E poi credo che la povera Mariastella non sia in grado di distinguere un gallo da una gallina.» Non avrebbe mai più finito di sorprenderlo, Miche- la Manganare. Ora se ne veniva fora con la meta- morfosi di Kafka? «Le piace?» «Chi? Mariastella?» «No. Kafka.» «Ho letto tutto, dal Processo alle Lettere a Milena. Sia- mo qua per parlare di letteratura?» Montalbano incassò. «E Giacomo Pellegrino?» «Certo, anche Giacomo aveva capito subito, forse tan- ticchia prima di me. Perché Giacomo lo è macari lui. E, prima che me lo domandi, le dico subito che man- co di questo ho parlato ad Augello.» Macari lui? Aveva capito bene? Ne volle conferma. «Macari lui?» spiò. E gli venne fora un'intonazione da caratterista co- mico siciliano, tra stupore e fastidio, della quale si vri- gognò perché era lontanissima dalla sua intenzione. «Macari lui» fece Michela senza nessuna intona- zione. «Si potrebbe avanzare l'ipotesi» principiò Montal- bano quatelosamente quasi camminasse sopra un tirreno cosparso di mine antiuomo. «Ma si tratta di una me- ra ipotesi, tengo a sottolinearlo, che tra Giacomo e Gar- gano siano intercorsi rapporti che potremmo definire alquanto....» La picciotta sgriddrò i bellissimi occhi viola. «Perché si è messo a parlare così?» «Mi scusi» disse il commissario. «Mi sono confuso. Volevo dire....» «Ho capito benissimo quello che voleva dire. E la ri- sposta è: forse che sì, forse che no.» «Pure questo ha letto?» «No. D'Annunzio non mi piace. Ma se dovessi avan- zare un'ipotesi, come dice lei, sarei più per il sì che per il no.» «Cosa glielo fa supporre?» «La storia tra loro due, secondo me, cominciò qua- si subito. Certe volte s'appartavano, parlavano a bas- sa voce....» «Ma questo non significa niente! Potevano benissi- mo parlare d'affari!» « Guardandosi occhi negli occhi come si guardavano? E poi c'erano i giorni sì e i giorni no.» «Non ho capito.» «Sa, tipico degli innamorati. Se il loro ultimo incontro è andato bene, allora quando si rivedono è tutto un sor- ridersi, uno sfiorarsi... ma se le cose sono andate ma- le, c'è stato un litigio, allora cala una specie di gelo, evi- tano di sfiorarsi, di guardarsi. Gargano, quando veni- va a Vigàta, si tratteneva almeno una settimana e c'e- ra perciò tutto il tempo per i giorni sì e per i giorni no... Difficile che non me ne accorgessi.» «Ha idea dove potevano incontrarsi?» «No. Gargano era un uomo riservato. E pure Gia- como non scherza in fatto di riservatezza.» «Senta, dopo la sparizione di Gargano, avete avuto più notizie di Giacomo? Vi ha scritto, telefonato, si è fatto vivo in qualche modo?» «Questo non deve domandarlo a me, ma a Mariastella, l'unica che è rimasta in ufficio. Io non mi sono fatta più vedere quando ho capito che qualche cliente infe- rocito poteva pigliarsela con me. Giacomo è stato il più furbo, perché la mattina nella quale Gargano non è ar- rivato, non si è fatto vedere nemmeno lui. Si vede che aveva intuito.» «Intuito cosa?» «Che Gargano si era fottuto i soldi. Commissario, Giacomo era l'unico tra noi che ci capisse qualcosa de- gli affari di Gargano. Si vede che il giorno avanti è pas- sato dalla Banca e lì gli hanno detto che il trasferimento di capitali da Bologna a Vigàta non c'era stato. E al- lora avrà pensato che c'era qualcosa che non funzionava e non si è fatto vedere. Almeno, io ho pensato così.» «E ha sbagliato, perché Giacomo, il giorno prima del- l'arrivo di Gargano, è partito per la Germania.» «Davvero?» spiò la picciotta sinceramente strammata. «E a fare che?» «Per incarico di Gargano. Una permanenza di almeno una mesata. Doveva sbrigare certi affari.» «Ma a lei chi glielo ha detto?» «Lo zio di Giacomo, quello che bada alla costruzio- ne della villa.» «Quale villa?» fece Michela completamente intronata. « Non sa che Giacomo si è fatto costruire una villetta tra Vigàta e Montelusa?» Michela si pigliò la testa tra le mani. «Ma che mi sta contando? Giacomo campava con i due milioni e duecentomila lire dello stipendio! Lo so con certezza!» «Ma forse i suoi genitori....» «I suoi genitori sono di Vizzini e sopravvivono man- giando la cicoria del loro orto. Senta, commissario, di questa storia che mi ha contata non mi torna niente. E' vero che Gargano ogni tanto spediva Giacomo a ri- solvere certe situazioni, ma si trattava di questioni di scarsa importanza e sempre nelle nostre agenzie di provincia. Non credo che l'avrebbe mandato in Ger- mania per affari importanti. Ho detto che Giacomo ci capiva più di noi, ma non era certo all'altezza di ma- novrare in campo internazionale. Non ha né l'età....» «Quanti anni ha?» l'interruppe Montalbano. «Venticinque. Né l'esperienza. No, sono convinta che ha tirato fuori quella scusa con lo zio perché voleva spa- rire per qualche tempo. Non ce l'avrebbe fatta a sop- portare i clienti inferociti.» «E se ne sta ammucciato per un mese intero?» «Boh, non so che pensare» fece Michela. «Mi dia una sigaretta.» Montalbano gliela diede, gliela addrumò. La pic- ciotta se la fumò a brevi tirate, senza raprire bocca, nir- busa. Manco Montalbano aveva gana di parlare, la- sciò che il suo ciriveddro marciasse a rota libera. Quando ebbe finito di fumare, Michela disse, con la sua voce alla Marlene (o alla Garbo doppiata?): «Mi è venuto mal di testa.» Tentò di raprire il finestrino, ma non ci arrinisrì. «Faccio io» disse Montalbano. «Ogni tanto intoppa.» Si calò verso la picciotta e troppo tardi capì di ave- re commesso un errore. Michela di colpo gli mise le vrazza sopra le spalle. Mon- talbano raprì la bocca, stupito. E fu il secondo errore. La bocca di Michela s'impadronì dell'altra bocca mez- zo aperta, principiò una sorta di coscienziosa esplorazione con la lingua. Montalbano per un attimo cedette, poi s'ar- ripigliò e fece una dolorosa manopera di scollamento. «Buona» comandò. «Sì, papà» fece Michela con una luce divertita in fon- do agli occhi viola. Mise in moto, ingranò, partì. Ma quel "buona" di Montalbano non era rivolto al- la picciotta. Era rivolto a quella parte del suo corpo che, sollecitata, non solo aveva prontamente risposto, ma ave- va macari intonato a voce squillante un inno "patriot- tico: «Si scopron le tombe, si levano i morti....» «Maria santissima, dottori! Maria, chi grannissimo scanto che mi pigliai! Ancora attremo, dottori! Mi ta- liasse la mano. Lo vitti come attrema?» «Lo vedo. Ma che fu?» «Tilifonò il signori e Quistori di pirsona pirsonalmenti e mi spiò di vossia. Io ci arrisposi che vossia era mo- mintaniamente asente e che appena che fosse stato d'arritorno ci l'avrebbi detto a lei che lui ci voliva par- lari a lei. Ma lui, cioeni il signori e Quistori, mi spiò se c'era un superiori ingrato.» «In grado, Cataré.» «Quello che è, è, dottori, basta che ci si accapisce. Allura io ci dissi che il dottori Augello erasi prossimi- tato a sponsalizio ed erasi in licenzia. E lo sapi che co- sa m'arrisposi il signori e Quistori? "Me ne fotto!." Pro- pio propio accussì, dottori! Allura io ci dissi, datosi che macari Fazio erasi nisciuto, che non c'era nisciuno in- grato. E allura lui mi spiò come mi chiamavo e io ci dis- si Catarella. E allura lui mi fece: "Senti, Santarella" e allura io mi promisi di corrigerlo e ci dissi "Catarella, mi chiamo." E lo sapi che cosa m'arrisposi il signori e Quistori? "Me ne fotto come ti chiami." Propio accussì. Fora dalla grazia di Dio, era!» «Cataré, qua facciamo notte. Che voleva?» «Mi disse di diricci a vossia che vossia avi vinti- quattro ori di tempo per daricci quella risposta che vos- sia sapi.» Il giorno appresso, poste permettendo, il signori e Qui- stori avrebbe ricevuto la lettera pseudo-anonima e si sarebbe dato una calmata. «Ci sono altre novità?» «Nenti di nenti, dottori.» «Dove sono gli altri?» «Fazio è in via Lincoln che c'è stata una sciarriati- na, Gallo nel negozio di Sciacchitano che ci fu una pic- cola arrapina....» «In che senso piccola?» «Nel senso che l'arrapinatore era un picciliddro di iridici anni con un revorbaro vero granni quanto il mio vrazzo. Galluzzo inveci è indovi stamatina attrovaro- no una bumma che non sbummò, Imbrò e Gramaglia inveci si trovino....» «Va bene, va bene» fece Montalbano. «Hai ragione tu, Cataré, niente di nuovo sul fronte occidentale.» E se ne andò nella sua càmmara mentre Catarella prin- cipiava a toccarsi perplesso la testa. «Quali è la fronti oncidentali, dottori? La mia?» Sulla scrivania Fazio gli aveva lasciato un metro e mez- zo di carte da firmare con supra un foglietto: urgen- tissime. Santiò, sapeva di non potersela scansare. Quando si fu assittato al solito tavolo della trattoria «San Calogero», il proprietario, Calogero, gli si avvi- cinò con aria cospirativa. «Dottore, nunnatu aiu.» «Ma non è proibito pescarli?» « Sissi, ma di tanto in tanto permettono di pigliari una cassetta a barca.» «Allora perché me lo dici accussì che pare una con- giura?» «Pirchì tutti lo vogliono e io non ci ne ho di baste- vole.» «Come me lo fai? Con la lumìa?» «Nonsi, dottore. La morti del nunnatu è fritto a pur- petta.» Aspettò un pezzo, ma ne valse la pena. Le polpetti- ne, schiacciate, croccanti, erano costellate di centinaia di puntini neri: gli occhietti dei minuscoli pesciolini ap- pena nati. Montalbano se li mangiò sacralmente, pur sapendo che stava ingoiando qualcosa di simile a una strage, uno sterminio. Per autopunirsi, non volle man- giare nient'altro. Appena fora dalla trattoria, si fece vi- va, come di tanto in tanto gli capitava, la voce, fasti- diosissima, della sua coscienza. «Per autopunirti, hai detto? Ma quanto sei ipocri- ta, Montalbà! O non è perché ti sei scantato d'aggra- vare la digestione? Lo sai quante polpettine ti sei fat- te? Diciotto!» Per il sì o per il no, se ne andò sul porto e caminò fino a sotto il faro, arricriandosi con l'aria di mare. «Fazio, secondo tia, quanti modi ci sono per arriva- re in Sicilia dal continente?» «Dottore, quelle sono. Coll'automobile, col treno, con la nave, con l'aereo. Oppure a pedi, volendo.» «Fazio, non mi piaci quando ti metti a fare lo spiri- toso.» «Non lo facevo, lo spiritoso. Me patre, durante l'ulti- ma guerra, se la fece a pedi da Bolzano fino a Palermo.» «Ce l'abbiamo da qualche parte il numero di targa dell'automobile di Gargano?» Fazio lo taliò sorpreso. «Di questa facenna non si occupava il dottor Au- gello?» «E ora me ne occupo io. Hai qualcosa contra?» «E perché ce la dovrei avere? Ora vado a vedere le carte del dottor Augello. Anzi, gli telefono. Se quello viene a sapere che ho smirciato tra le sue cose, capace che mi spara. Queste carte qua le firmò? Sì? Allora me le porto e ce ne porto altre.» «Se mi porti ancora carte da firmare, io te le faccio agliuttiri foglio a foglio.» Sulla porta, le vrazza carriche di carpette, Fazio si fermò, si voltò, «Dottore, se mi permette, tutto tempo perso è con Gargano. La vuole sapire come la penso?» «No, ma se non puoi farne a meno, parla.» «Maria, che grevianza che ha oggi! Che fece, gli andò di traverso il mangiare?» E sinni niscì, sdignato, senza rivelare come la pin- sava su Gargano. Non passarono manco cinco minuti che la porta sbattè contro il muro, un pezzo d'intona- co cadì 'n terra. Apparse Catarella, sulle vrazza un metro e passa di documenti, la faccia non si vedeva. «Mi scusassi, dottori, dovetti ammuttare col pede, pirchì le vrazza le ho accupate.» «Fermati lì!» Catarella s'immobilizzò. «Che sono?» «Carte da firmari, dottori. Me le desi Fazio ora ora.» «Conto fino a tre. Se non scompari, ti sparo.» Catarella ubbidì arretrando e gemendo di scanto. Una piccola vendetta di Fazio che si era offiso. Passò una mezzorata buona senza che Fazio si fosse fatto vivo. Dopo la vendetta era passato al sabotaggio? «Fazio!» Arrivò con la faccia seria seria. «Agli ordini, dottore.» «Ancora non ti è passata? Tanto te la sei pigliata?» «Per che cosa me la sarei pigliata?» «Perché non ti ho fatto dire come la pensavi. Va be- ne, dimmelo.» «Non ce lo voglio dire più.» Commissariato di Pubblica Sicurezza di Vigàta o Asilo Infantile Maria Montessori? Se gli dava una con- chiglia rossa o un bottone con tre pirtusa Fazio avreb- be in cambio parlato? Meglio andare avanti. «Allora questa targa?» «Non trovo il dottor Augello, manco al telefonino risponde.» «Guarda tra le sue carte.» «Mi autorizza lei?» «Ti autorizzo io. Vai.» «Non c'è bisogno di andare. In sacchetta ce l'ho.» Tirò fora un pizzino, lo pruì a Montalbano che non se lo pigliò. «Come l'hai avuto?» «Taliando tra le carte del dottor Augello.» A Montalbano venne voglia di pigliarlo a timpulate. Quando ci si metteva, Fazio era capace di far venire il nirbuso a un invertebrato. «Ora torna a taliare tra le carte di Augello, voglio sapere esattamente in che giorno tutti aspettavano la venuta di Gargano.» «Gargano doveva essere qua il primo settembre» fece immediatamente Fazio. «C'erano gli interessi da pagare, alle nove del matino già l'aspettavano una ven- tina di persone.» Montalbano capì che nella mezzorata nella quale non si era fatto vedere, Fazio si era sprofondato nella lettura dell'incartamento di Augello. Era uno sbirro au- tentico, ora sapeva tutto del caso. «Ma perché facevano la fila? Pagava in contanti?» «Nonsi, dottore. Con assegni, con bonifici, con tra- sferimenti. Quelli che facevano la fila erano vecchi pensionati, pigliare l'assegno dalle mani di Gargano gli faceva piacere.» «Oggi è il cinco d'ottobre. Quindi non se ne hanno notizie da trentacinque giorni.» «Nonsi, dottore. L'impiegata di Bologna ha detto che l'ultima volta che l'ha visto è stato il ventotto agosto. In quell'occasione Gargano le disse che il giorno ap- presso, e cioè il ventinove, sarebbe partito per venire qua. Dato che il mese è di trentuno, il ragioniere Gar- gano non si vede da trentotto giorni.» Il commissario taliò il ralogio, pigliò il telefono, com- pose un numero. «Pronto?» Mariastella Cosentino, dall'ufficio deserto, aveva ri- sposto al primo squillo con voce speranzosa. Questo cer- tamente sognava, che un giorno il telefono avrebbe squil- lato e dall'altro capo le sarebbe arrivata la voce calda, seduttrice, del suo amato capo. «Montalbano sono.» «Ah.» La delusione della picciotta si materializzò, trasì nel filo, lo percorse tutto, s'infilò nell'orecchio del com- missario sotto forma di fastidioso chiurìto. «Vorrei un'informazione, signorina. Quando il ra- gioniere veniva a Vigàta, come arrivava?» «In macchina. La sua.» «Mi spiego meglio. Se la faceva in macchina da Bo- logna fino a qua?» « No, assolutamente. Gli ho fatto sempre io i biglietti per il ritorno. Caricava la macchina sul traghetto Pa- lermo-Napoli e per lui pigliavo una cabina singola.» Ringraziò, riattaccò, taliò Fazio. «Ora ti spiego quello che devi fare.» Sette. Appena che raprì la porta di casa, capì che Adelina doveva aver trovato tanticchia di tempo per venire ad arrizzettare perché tutto era in ordine, i libri spruvu- lazzati, il pavimento sbrilluccicante. Ma non era stata la cammarera, sul tavolino della cucina c'era un biglietto: «Totori, ci manno a dari adenzia a la me niputi Cun- cetta ca è piciotta abbirsata e facinnera e ca ci pripa- ra macari anichi cosa di amangiari io tonno passanna- dumani.» Concetta aveva sbacantato la lavatrice e aveva mes- so tutto sullo stenditoio. Con un improvviso stringi- mento di core, Montalbano s'addunò che il pullover che gli aveva regalato Livia pinnuliava ridotto alla misura giusta per un picciliddro decino. Si era ristretto, non aveva tenuto conto che quello era un capo che andava a diversa temperatura dal resto. Venne pigliato dal pa- nico, doveva farlo scomparire, subito, non doveva re- starne traccia. L'unica era abbrusciarlo, ridurlo in ce- nere. Lo pigliò, ma era ancora troppo umidizzo. Che fare? Ah, ecco: scavare una fossa profunna nella rena e sotterrare il corpo del reato. Avrebbe agito ora ch'e- ra scuro di notte, uguale a un assassino. Stava per ra- prire la porta-finestra che dava sulla verandina quan- do il telefono squillò. «Pronto?» «Ciao, amore, come stai?» Era Livia. Assurdamente, sentendosi colto in fallo, fe- ce un gridolino, lasciò cadiri 'n terra il mallitto pullover, con un piede tentò di ammucciarlo sotto il tavolo. «Che ti succede?» spiò Livia. «Niente, mi sono scottato con la sigaretta. Hai fat- to una buona vacanza?» «Ottima, mi ci voleva. E tu? Novità?» «Le solite cose.» Va a sapiri pirchì, avevano sempre come un impac- cio, una sorta di pudore, ad avviare il discorso. «Come d'accordo, dopodomani sarò lì.» Lì? Che significava quel "lì?" Livia veniva a Vigà- ta? E perché? Ne era felice, questo era sicuro, ma di quale accordo parlava? Non ebbe bisogno di fare do- mande, Livia oramà sapeva come lui era fatto. «Naturalmente ti sei dimenticato che quindici gior- ni fa abbiamo concordato la data. Abbiamo detto: me- glio due giorni prima.» «Livia, non irritarti, ti prego, non perdere la pazienza, ma....» «Tu la pazienza la faresti perdere a un santo.» Oddio, no! Le frasi fatte no! Correre la cavallina, man- giare a quattro palmenti, vendere la pelle dell'orso pri- ma d'averlo ucciso, con la variante incomprensibile non dire quattro se non l'hai nel sacco! «Ti prego, Livia, non parlare così!» «Scusami, caro, ma io parlo come tutte le persone nor- mali.» «Perché, secondo te, io sarei un anormale?» «Lasciamo perdere, Salvo. Eravamo rimasti d'ac- cordo che io sarei venuta due giorni prima del matri- monio di Mimi. Anche di questo ti sei dimenticato? Del matrimonio di Mimi?» «Sì, te lo confesso. Macari Fazio m'ha dovuto ri- cordare che Mimi era già in licenza matrimoniale. Che strano.» «Io non lo trovo strano» fece Livia con una voce nel- la quale s'avvertiva il formarsi di banchise polari. «No? E perché?» «Perché non è che tu dimentichi, tu rimuovi. E' un'altra cosa.» Capì che non avrebbe retto a lungo quella conver- sazione. Oltre alle frasi fatte, ai luoghi comuni, lo ir- ritavano le botte di psicoanalisi spicciola alle quali spesso e volentieri Livia si lasciava andare. Quella psi- coanalisi da pellicola americana, dove putacaso uno ammazza a cinquantadue pirsone e poi si viene a sco- prire che la scascione era dovuta al fatto che al serial killer il patre, un giorno, quann'era picciliddro, gli aveva negato la marmellata. «Che cosa rimuovo, secondo te, e i tuoi colleghi Freud e Jung?» Sentì, all'altro capo, una risateddra sardonica. «L'idea stessa del matrimonio» spiegò Livia. Orsi polari s'aggiravano sulla banchina della sua vo- ce. Che fare? Reagire malamente e farla finire a schifìo? Oppure fingere sottomissione, arrendevolezza, bona di- sposizione d'animo? Scelse, tatticamente, questa se- conda strata. «Forse hai ragione» disse con voce da ravveduto. Risultò una mossa inzertata, vincente. «Lasciamo perdere quest'argomento» fece Livia, ma- gnanima. «Eh, no! Parliamone invece» ribattè Montalbano che ora capiva di caminare supra un tirreno sicuro. «Ora? Per telefono? Ne parleremo con calma quan- do sarò a Marinella.» «D'accordo. Guarda che dobbiamo scegliere ancora il regalo di nozze.» «Ma figurati!» fece Livia ridendo. «Non glielo vuoi fare?» spiò Montalbano strammato. «Ma il regalo l'ho già comprato e spedito! Figurati se mi riducevo all'ultimo giorno! Ho comprato una co- sina che sicuramente piacerà a Mimi. Conosco i suoi gusti.» Eccola qui, la puntuale fitta di gelosia, assoluta- mente irrazionale, ma sempre pronta all'appello. «Lo so che conosci benissimo i gusti di Mimi.» Non seppe che farci, la sciabolata gli era partita da sola. Un attimo di pausa da parte di Livia e quindi la parata. «Cretino.» Altro affondo: ,'' « Naturalmente hai pensato ai gusti di Mimi e non a quelli di Beatrice.» «Con Beba mi sono sentita e consigliata per telefono.» Montalbano non seppe più su quale terreno sposta- re la sfida. Perché negli ultimi tempi le loro telefona- te erano diventate più che altro occasioni, pretesti di scontri, di sciarriatine. E il bello era che questa ani- mosità prescindeva dall'immutata intensità del loro rapporto. Allora da cosa dipendeva il fatto che, al te- lefono, litigavano in media una volta ogni quattro fra- si? Forse, si disse il commissario, è un effetto della lon- tananza che di giorno in giorno si fa sempre meno sopportabile perché invecchiando, eh beh, ogni tanto bisogna taliarla in faccia la verità e usare le parole che ci vogliono, si sente sempre più il bisogno d'avere al- lato la persona che ci è più cara. Mentre andava accussì ragionando (e il ragionamento gli piaceva perché era ras- sicurante e banale come le frasi che si trovano nei "Ba- ci Perugina"), pigliò il pullover da sotto il tavolo, l'in- filò dintra a un sacchetto di plastica, raprì l'armuar, il feto della naftalina lo soffocò, arretrò mentre con un cavucio richiudeva l'anta, scagliò il sacchetto sopra il mobile. Provvisoriamente poteva starsene lì, l'avreb- be sotterrato prima dell'arrivo di Livia. Raprì il frigorifero e non ci trovò nenti di speciali, un barattolo d'aulive, uno d'angiovi e tanticchia di tu- mazzo. Si rincuorò invece raprendo il forno: Concet- ta gli aveva priparato un piatto di patati cunsati, sem- plicissimo, che poteva essere nenti e poteva essere tut- to a seconda della mano che dosava il condimento e fa- ceva interagire cipolla con capperi, olive con aceto e zuc- chero, sale col pepe. A prima forchettata, si fece pir- suaso che Concetta era picciotta virtuosa di cucina, de- gna allieva della zia Adelina. Finito l'abbondante piat- to di patati cunsati, si mise a mangiare pane e tumaz- zo non perché avesse ancora appetito, ma per pura in- gordigia. Si ricordò che era sempre stato goloso e in- gordo fin da picciliddro, tanto che suo patre lo chia- mava «liccu cannarutu» che significava esattamente go- loso e ingordo. Il ricordo lo stava trascinando a un prin- cipio di commozione al quale baldamente resistette con l'aiuto di tanticchia di whisky liscio. Si preparò per andarsi a corcare. Prima però voleva scegliersi un libro da leggere. Rimase incerto tra l'ultimo libro di Ta- bucchi e un romanzo di Simenon, vecchio, ma che non aveva mai letto. Stava allungando la mano verso Tabucchi quando squillò il telefono. Rispondere o non rispondere, questo è il problema. L'imbecillità della fra- se che gli era venuta da pinsare lo vrigognò al punto tale che decise di rispondere, macari se gliene sarebbe derivata una camurrìa gigantesca. «Ti disturbo, Salvo? Sono Mimi.» «Per niente.» «Stavi andando a dormire?» «Beh, sì.» «Sei solo?» «Chi vuoi che ci sia?» «Mi puoi dare cinque minuti?» «Come no, parla.» «Non per telefono.» «Va bene, vieni.» Certamente Mimi non voleva parlargli di facenne di servizio. Allora di che? Quali problemi poteva avere? Forse si era sciarriato con Beatrice? Gli venne un pin- sèro tinto: se si trattava di un'azzuffatina con la zita, gli avrebbe detto di telefonare a Livia. Tanto lui e Li- via non s'intendevano alla perfezione? Suonarono al- la porta. Chi poteva essere, a quell'ora? Mimi era da escludere, perché da Vigàta a Marinel- la almeno dieci minuti ci volevano. «Chi è?» «Io sono, Mimi.» E come aveva fatto? Poi capì. Mimi, che doveva già trovarsi nelle vicinanze, l'aveva chiamato col cellula- re. Raprì, Augello trasì, giarno in faccia, sbattuto, pa- tuto. «Stai male?» spiò Montalbano impressionato. «Sì e no.» «Che minchia viene a dire sì e no?» «Poi te lo spiego. Mi dai due dita di whisky senza ghiaccio? » fece Augello assittandosi supra una seggia allato al tavolo. Il commissario, che stava versando il whisky, si bloccò di colpo. Ma questa stessa 'ntifica scena lui e Mimi non l'avevano già fatta? Non avevano quasi det- to le stesse 'ntifiche parole? Augello si sbacantò il bicchiere in un solo sorso, si susì, andò a pigliarsi altro whisky, si riassittò. «Come salute starei bene» disse. «Il problema è un altro.» «Il problema, in politica, in economia, nel pubblico e nel privato, da qualche tempo a questa parte è sem- pre un altro» pensò Montalbano. «Uno dice: "ci sono troppi disoccupati" e il politico di turno risponde "ve- de, il problema è un altro." Un marito spia alla mogliere: "è vero che m'hai messo le corna?" e quella risponde: "il problema è un altro."» Ma siccome oramà si era per- fettamente ricordato il copione, disse a Mimi: «Non ti vuoi più maritare.» Mimi lo taliò ammammaloccuto. «Chi te l'ha detto?» «Nessuno, ma me lo dicono i tuoi occhi, la tua fac- cia, il tuo aspetto.» «Non è preciso accussì. La facenna è più complessa.» Non poteva mancare la complessità della faccenda se c'era già stata l'alterità del problema. Che veniva ora, che la questione stava a monte o che bisognava porta- re il discorso avanti? «Il fatto è» continuò Augello «che a Beba voglio un bene dell'anima, che mi piace farci all'amore, che mi piace come ragiona, come parla, come si veste, come cucina....» «Ma?» spiò Montalbano interrompendolo apposta. Mimi si stava mettendo su una strata lunga e faticosa: l'elenco delle qualità di una fìmmina della quale un omo è innamorato potrebbe essere infinito, come i nomi del Signore. «Ma non mi sento di maritarmela.» Montalbano non sciatò, sicuramente ci sarebbe sta- to un seguito. «O meglio, mi sento di maritarmela, ma....» Il seguito era venuto, ma aveva a sua volta un seguito. «Certe notti conto le ore che mi separano dal ma- trimonio.» Pausa tormentata. «Certe notti invece vorrei pigliare il primo aereo che passa e scapparmene nel Burkina Faso.» «Ne passano molti da qua aerei per il Burkina Fa- so?» fece Montalbano con ariata angelica. Mimi si susì di scatto, arrussicato in faccia. «Me ne vado. Non sono venuto qua per essere sfot- tuto.» Montalbano lo persuase a restare, a parlare. E Mimi principiò un lungo monologo. Il fatto era, spiegò, che una notte era addotato da un core d'asino e la notte appresso da un core di leone. Si sentiva spaccato a metà, ora aveva scanto di assumersi obblighi che non avreb- be saputo mantenere, ora si vedeva patre felice di al- meno quattro figli. Non sapeva arrisolversi, temeva di pigliare il fujuto al momento di dover dire sì, lascian- do tutto in tredici. E la povira Beba come avrebbe re- sistito a una botta simile? Come era capitato la volta precedente, si scolarono tutto il whisky che c'era in ca- sa. Il primo a crollare fu Augello, già provato dalle al- tre nottate, esausto per il monologo durato tre ore: si susì e niscì dalla càmmara. Montalbano pinsò ch'era an- dato in bagno. Si sbagliava, Mimi si era gettato per tra- verso sul suo letto e runfuliava. Il commissario santiò, lo maledisse, si stese sul divano e a picca a picca s'ad- drummiscì. S'arrisbigliò col malo di testa pirchì qualcuno cantava nel bagno. E chi poteva essere? Di colpo gli tornò la memoria. Si susì tutto duluri duluri per lo scomodo col quale aveva dormito, corse verso il bagno: Mimi si sta- va facendo la doccia allagando 'n terra. Ma non se ne curava, pareva felice. Che fare? Abbatterlo con un colpo alla nuca? Se ne andò sulla verandina, la giornata era potabile. Tornò in cucina, si preparò il cafè, se ne pigliò una tazza. Apparse Mimi rasato, freschissimo, sor- ridente. «Cè n'è macari pi mia?» Montalbano non rispose, non sapeva quello che po- teva nescirgli dalla bocca se la rapriva. Augello riempì a metà la tazza di zucchero e al commissario venne un conato di vomito, quello non beveva cafè, se lo man- giava a marmellata. Bevuto il cafè o quello che era, Mimi lo taliò serio. « Ti prego di scordarti di quello che ti ho detto sta- notte. Sono più che deciso a maritarmi con Beba. So- no minchiate passeggere che ogni tanto mi vengono in testa.» «Agùri e figli mescoli» murmuriò torvo Montalbano. E mentre Augello stava per andarsene, aggiunse, stavolta con voce chiara: «E tanti complimenti.» Mimi si voltò adascio, inquartandosi, il tono del commissario era stato volutamente incarcato. «Complimenti per che cosa?» «Per come hai travagliato su Gargano. Hai fatto una cosa pirtusa pirtusa.» «Hai taliato tra le mie carte?» spiò, di subito irri- tato, Augello. «Tranquillo, preferisco letture più istruttive.» «Senti, Salvo» fece Mimi tornando narrè e assil- landosi nuovamente. «Come te lo devo spiegare che io ho solamente collaborato, e in minima parte, alle in- dagini? Tutto è in mano a Guarnotta. Della cosa se ne occupa macari Bologna. Quindi non te la pigliare con me, io ho fatto quello che mi hanno detto di fare, pun- to e basta.» «Non hanno idea di dove sono andati a finire i soldi?» «Fino al momento in cui me ne sono occupato io, non riuscivano a capire che strada avessero pigliato. Sai come agiscono questi personaggi: fanno girare i soldi da un paese all'altro, da una banca all'altra, costruiscono società a scatole cinesi, off shore, roba accussì, e a un certo momento cominci a dubitare perfino che quei sol- di siano mai esistiti.» «Quindi l'unico a sapere dove si trova ora il malloppo sarebbe Gargano?» «Teoricamente dovrebbe essere il solo.» «Spiegati.» «Beh, non possiamo escludere che abbia avuto un complice. O che si sia confidato con qualcuno. Però io non ci credo che si sia confidato.» «Perché?» «Non era il tipo, non si fidava dei collaboratori, te- neva tutto sotto controllo. L'unico ad avere un mini- mo di autonomia, poca cosa, qua nell'agenzia di Vigà- ta, era Giacomo Pellegrino, mi pare si chiama accussì. Me l'hanno detto le altre due impiegate, io non l'ho potuto interrogare perché si trova in Germania e non è ancora tornato.» «Da chi l'hai saputo ch'era partito?» «Me l'ha detto la sua padrona di casa.» « Siete sicuri che Gargano non sia scomparso, o fat- to scomparire, dalle parti nostre?» « Guarda, Salvo, non è venuto fora un biglietto di tre- no, di nave o d'aereo che attesti una sua partenza per qualsiasi destinazione nei giorni precedenti la sua spa- rizione. Potrebbe essere venuto in macchina, ci siamo detti. Possedeva la tessera autostradale. Non c'è ri- scontro che l'abbia adoperata. Paradossalmente, Gar- gano potrebbe non essersi mai cataminato da Bologna. Nessuno ha visto la sua auto, che era visibilissima, dal- le parti nostre.» Taliò il ralogio. «C'è altro? Non vorrei che Beba si mettesse in pin- sèro non trovandomi.» Stavolta Montalbano, diventato di umore bono, si su- sì e l'accompagnò alla porta. Non perché Augello, con quello che aveva detto, gli aveva fatto apparire le co- se più facili. Ma per la ragione diametralmente oppo- sta: la difficoltà dell'indagine gli stava procurando una specie di contentezza, di allegria intcriore, simile a quella che prova un vero cacciatore davanti a una pre- da furba ed esperta. Sulla soglia, Mimi gli spiò: «Mi dici perché stai amminchiando con Gargano?» «No. O meglio: forse ancora non lo so bene manco io. A proposito, sai come sta Francis?» «Ieri ho parlato con mia sorella, mi ha detto che stan- no tutti bene. Li vedrai al matrimonio. Perché hai detto "a proposito"? Che c'entra Francois con Gar- gano?» Troppo lungo e difficile spiegargli lo scanto che s'e- ra pigliato, quando gli era venuto il malo pinsèro che i soldi del picciliddro fossero scomparsi 'nzemmula col ragioniere truffatore. E che quello scanto era una del- le ragioni che l'avevano spinto a pigliare di petto l'in- tera facenna. «Ho detto a proposito? Boh, non so perché» rispo- se con perfetta faccia stagnata. «Fazio, lascia perdere quello che ti avevo detto ieri. Mimi m'ha spiegato che hanno fatto ricerche serie, non è il caso che tu ci perda altro tempo. Tra l'altro, non c'è manco un cane che l'abbia visto da queste parti a Gargano.» «Come comanda lei, dottore» fece Fazio. E non si mosse da davanti alla scrivania del com- missario. «Mi volevi dire qualcosa?» «Mah. Ho trovato un foglio tra le carte del dottor Augello. C'era la testimonianza di uno che diceva di aver visto l'Alfa 166 di Gargano in una strada di cam- pagna nella notte tra il trentuno agosto e il primo set- tembre.» Montalbano satò dalla seggia. «Ebbé?» «Il dottor Augello ci ha scritto allato "da non pren- dere in considerazione." E così hanno fatto.» «Ma perché, Cristo santo?» «Perché l'omo si chiama Antonino Tommasino.» «Che me ne fotte come si chiama! L'importante è....» «Non deve fottersene, dottore. Questo Antonino Tommasino due anni fa andò a denunziare ai carrabi- nera che dalle parti di Puntasecca c'era un mostro ma- rino con tre teste. E l'anno passato s'appresentò da noi alle sett'albe, facendo voci ch'era atterrato un disco vo- lante. Si figurasse, dottore, che contò la cosa a Cata- rella, Catarella s'impressionò e si mise a fare voci ma- cari lui. Un quarantotto, dottore.» Otto. Da un'orata stava a firmare le pratiche che Fazio gli aveva messe sul tavolo vestendosi d'autorità («Dotto- re, queste le deve assolutamente sbrogliare, lei non s'arrimina da qua se non ha finito!») quando la porta si raprì e apparse Augello senza manco aver tuppiato. Pareva agitato assà. «Il matrimonio è rimandato!» Oddio, la botta di tira e molla doveva avere piglia- to una forma grave. «Te la sei ripinsata come i cornuti?» «No, ma stamattina hanno telefonato a Beba da Ai- done, suo padre ha avuto un infarto. Pare che non sia una cosa grave, ma Beba non si vuole maritare senza suo padre, gli è molto attaccata. E' già partita, io la raggiun- go oggi stesso. A occhio e croce, se tutto va bene, il ma- trimonio è rimandato di un mese. E io come faccio?» La domanda imparpagliò Montalbano. «Che vuoi dire?» «Che non ce la farò a resistere un mese, una notte ar- risbigliato a pensare quanto manca al matrimonio e la not- te appresso a pensare come scappare. Arriverò davanti all'altare o in cammisa di forza o coll'esaurimento.» «Te lo evito io l'esaurimento. Facciamo così. Vai ad Aidone, vedi come stanno le cose, poi te ne torni e ri- pigli servizio.» Allungò una mano verso il telefono. «Avverto Li via.» «Non ce n'è bisogno. L'ho già chiamata io» disse Au- gello niscendo. Montalbano si sentì arraggiare di gelosia. Ma co- me? Al tuo futuro suocero gli piglia il sintomo, la tua zita chiange e si dispera, il matrimonio va a farsi fot- tere e tu, la prima cosa che fai, è di telefonare a Livia? Diede una gran manata alle pratiche che si sparpaglia- rono 'n terra, si susì, niscì, arrivò al porto, principiò una lunga caminata per farsi passare il nirbuso. Non seppe perché, ma tornando al commissariato gli venne di cangiare strata e di passare davanti all'agen- zia della «Re Mida.» Era aperta. Ammuttò la porta a vetri, trasì. E di subito un senso di desolato squallore gli si at- taccò alla gola. Dintra all'agenzia c'era una sola lam- padina addrumata che spandeva una luce da veglia fu- nebre. Mariastella Cosentino stava assittata darré lo sportello, immobile, gli occhi fissi davanti a sé. «Buongiorno» fece Montalbano. «Passavo da qui e... Ci sono novità?» Mariastella allargò le vrazza senza raprire bocca. « Si è fatto vivo Giacomo Pellegrino dalla Germania?» Mariastella sgriddrò gli occhi. «Dalla Germania?» « Sì, è partito per la Germania per incarico di Gar- gano, non lo sapeva?» Mariastella parse confusa, imparpagliata. «Non lo sapevo. E infatti mi domandavo dove fos- se andato a finire. Ho pensato che non si fosse fatto vedere per evitare....» «No» fece Montalbano. «Suo zio, che porta il suo stesso nome, mi ha detto che Gargano aveva incarica- to Giacomo, telefonicamente, di partire per la Germania il pomeriggio del trentuno agosto.» «Il giorno avanti del giorno previsto per l'arrivo del ragioniere?» «Esattamente.» Mariastella restò muta. «C'è qualcosa che non la convince?» «Se devo essere sincera, sì.» «Mi dica.» «Beh, Giacomo era quello che, tra tutti noi, colla- borava col ragioniere in fatto di pagamenti e conteg- gio d'interessi. Che il ragioniere gli abbia dato un in- carico lontano quando ne avrebbe avuto più bisogno, mi sembra strano. E poi Giacomo....» Si arrestò, chiaramente non avrebbe voluto conti- nuare. «Abbia fiducia, mi dica tutto quello che pensa. Nel- l'interesse stesso del ragioniere Gargano.» Disse l'ultima frase sentendosi peggio di un imbro- glione da tre carte, ma la signorina Cosentino abboccò. «Non credo che Giacomo ci capisse molto di alta fi- nanza. Il ragioniere invece sì, era un mago.» Ora le sparluccicavano gli occhi al pinsèro di quant'e- ra bravo il suo amore. «Senta» spiò il commissario. «Lo sa l'indirizzo di Giacomo Pellegrino?» «Certo» fece Mariastella. E glielo diede. «Se ci sono novità, mi chiami» disse Montalbano. Le pruì la mano, Mariastella si limitò a esalare un buongiorno sotto il limite dell'udibilità. Forse non ave- va più forze, capace che stava lasciandosi morire di fa- me come certi cani sulla tomba del padrone. Niscì dal- l'agenzia di corsa, gli mancava l'aria. La porta dell'appartamento di Giacomo Pellegrino era spalancata, sacchetti di cemento, scatole di colori per pareti ed altre robe di muratori erano ammucchiati sul pianerottolo. Trasì. «C'è permesso?» «Che vuole?» spiò dall'alto di una scala un mura- tore in tenuta da muratore, cappellino di carta com- preso. «Boh» fece Montalbano tanticchia disorientato. «Qui non ci abita uno che si chiama Pellegrino?» «Nenti saccio di cu ci abita o non ci abita» rispose il muratore. Isò un vrazzo e tuppiò con le nocche al soffitto co- me si fa con le porte. «Signora Catarina!» chiamò. Si sentì una voce fimminina arrivare dall'alto, soffo- cata. «Chi c'è?» «Scinnisse, signora, c'è uno ca la voli.» «Arrivo.» Montalbano si spostò sul pianerottolo. Sentì al pia- no di sopra una porta che si rapriva e si chiudeva e poi principiò una curiosa rumorata, pareva quella di un man- tice in azione. Montalbano se la spiegò quando vide comparire in cima alla rampa la signora Catarina. Do- veva stazzare non meno di centoquaranta chili, a ogni passo che dava respirava in quel modo. Appena vide il commissario si fermò. «Lei cu è?» «Un commissario di Pubblica Sicurezza. Montalba- no sono.» «E chi voli di mia?» «Parlarle, signora.» «Cosa longa è?» Il commissario fece un gesto evasivo con la mano. La signora Catarina lo taliò meditativa. «Meglio che acchiana lei» stabilì alla fine, princi- piando la difficoltosa manopera di ruotare su se stessa. Il commissario s'attardò, per cataminarsi aspettò il rumore della chiave che apriva la porta del piano di supra. «Vinisse ccà» lo guidò la voce della fìmmina. Si trovò nel salotto bono. Madonne sotto campane di vetro, riproduzioni di Madonne lacrimanti, bottigline a forma di Madonna ripiene d'acqua di Lourdes. La si- gnora stava già assittata su una poltrona evidente- mente costruita su misura. Fece 'nzinga a Montalba- no d'assittarsi allato a lei sul divano. «Mi dicisse, signor commissario. Mi l'aspittava! Mi la sintiva che andava a finire accussì, questo sdilinquenti diginirato! In carzaro! In galera pi tutta la vita finu a lu jornu di la morti so!» «Di chi parla, signora?» «E di chi voli che parlo? Di me marito! Tre nutta- te sta passando fora di casa! Joca, s'imbriaca, si la fa con le buttanazze, stu granni e grannissimu fitusu!» «Mi scusi, signora, non sono venuto per suo mari- to.» «Ah, no? E pi cu vinni, allura?» «Per Giacomo Pellegrino. Lei gli ha affittato la casa al piano di sotto, no?» Quella specie di mappamondo ch'era la faccia della signora Catarina cominciò a gon- fiarsi sempre di più, il commissario temette un'esplo- sione. La signora invece stava sorridendo compiaciuta. «Maria, chi bravu picciottu ca è! Aducatu, pulitu! Pic- catu ca lu persi!» «In che senso lo ha perso?» «Lo persi pirchì mi lassò la casa.» «Non abita più al piano di sotto?» «Nonsi.» «Signora, mi racconti tutto dal principio.» «Quali principiu? Versu lu vinticincu d'austu, ac- chiana e mi dici che lassa la casa e, siccomu ca non mi aviva datu lu priavviso, mi metti in manu i sordi di tri misi. Jornu trenta, a matinu, si priparò dù baligi cu la robba so, mi salutò e lassò la casa vacanti. E chistu è il principiu e la fini.» «Le disse dove sarebbe andato ad abitare?» « E pirchì me lo duviva diri? Chi èramu? Matre e figliu? Mari tu e mogliere? Frati e soro?» «Manco cugini eravate?» spiò Montalbano propo- nendo un'interessante variante alle possibili parente- le. Ma la signora Catarina non colse l'ironia. «Ma quannu mai! Mi dissi sulamenti che sarebbi an- dato in Germania una misata, ma che al ritorno sinni andava ad abitari in una casa so. Tuttu bonu e bini- dittu! U Signuri lu devi prutiggiri e aiutari a stu pic- ciottu!» «Ha scritto, telefonato dalla Germania?» «E pirchì? Chi semu, parenti?» «Questo mi pare sia stato assodato» disse Montal- bano. «E' venuto qualcuno a cercarlo?» «Nonsi, nisciuno. Sulamenti versu lu quattru o lu cin- cu di settembiru vinni unu a circarlu.» «Lo sa chi era?» «Sissi, una guardia. Dissi che u signurinu Giacumu doviva apprisintarsi in commissariatu. Ma iu ci dissi ch'era par tutù pi la Germania.» «Aveva una macchina?» «Jacuminu? Nonsi, sapiva guidari, teneva la paten- ti. Però non aviva una machina, aviva un muturinu scas- satu, ora ci partiva ora no.» Montalbano si susì, ringraziò, salutò. «Mi scusassi si nun l'accumpagnu» fece la signora Ca- tarina. «Ma susirimi mi porta fatica.» «Ragionate con mia un momento» disse il commis- sario alle triglie di scoglio che aveva nel piatto. « Secondo quello che mi ha detto la signora Catarina, Giacomo ha lasciato la casa la mattina del trenta agosto. Secon- do lo zio omonimo, Giacomo il giorno appresso gli ha detto che nel pomeriggio, alle quattro, avrebbe piglia- to un aereo per la Germania. Allora la domanda è que- sta: dove ha dormito Giacomo nella notte tra il tren- ta e il trentuno? Non sarebbe stato più logico lasciare l'appartamento la mattina del trentuno dopo averci pas- sato la nottata? E poi: dov'è il motorino? Ma la do- manda fondamentale è: questa storia di Giacomo ha im- portanza per l'inchiesta? Se sì, perché?» Le triglie di scoglio non risposero macari perché non stavano più nel piatto, ma nella panza di Montalbano. «Facciamo come se avesse importanza» concluse. «Fazio, vorrei che tu controllassi se nel volo delle se- dici per la Germania di giorno trentuno agosto c'era una prenotazione a nome di Giacomo Pellegrino.» «Dove, in Germania?» «Non lo so.» «Dottore, taliasse che in Germania città assai ce ne sono.» «Vuoi fare lo spiritoso?» «Nonsi. E da quale aeroporto? Punta Raisi o Fon- tanarossa?» «Da Punta Raisi, mi pare. E fora subito dai cabasisi.» «Agli ordini, dottore. Ci volevo solo dire che telefonò il preside Burgio per ricordarle quella cosa che lei sa.» Il preside Burgio gli aveva telefonato una decina di giorni avanti per invitarlo a un dibattito tra favorevo- li e contrari al ponte sullo Stretto. Il preside era il re- latore dei favorevoli. Alla fine, va a sapiri pirchì, sa- rebbe stata proiettata «La vita è bella» di Benigni. Mon- talbano aveva promesso d'essere presente per fare un piacere al suo amico e macari per vedere il film sul qua- le aveva sentito pareri contrastanti. Decise di andare a Marinella a cangiarsi d'abito, coi jeans non gli pareva cosa. Pigliò la macchina, andò a casa e qui ebbe l'infelice idea di stinnicchiarsi tantic- chia sul letto, proprio cinco minuti contati. Dormì tre ore di seguito. Quando s'arrisbigliò di colpo, capì che se si sbrigava sarebbe arrivato a tempo a tempo per la proiezione. La sala era affollatissima, la sua trasuta quasi coinci- se con lo spegnersi delle luci. Rimase addritta. Ogni tanto rideva. Ma le cose cangiarono verso la fine, quan- do principiò a sentire la commozione acchianargli alla go- la... Mai, prima, gli era capitato di chiangiri vedendo un film. Niscì dalla sala avanti che si riaccendessero le lu- ci, vrigognoso che qualchiduno potesse addunarsi che ave- va gli occhi vagnati di lagrime. Perché stavolta gli era ca- pitato? Per l'età? Era un signali di vicchiaia? Succede che invecchiando ci si comincia a intenerire con una cer- ta facilità. Ma non era solo per questo. Per la storia che la pellicola contava e per come la contava? Certamen- te, ma non era solo per questo. Aspettò fora che la gen- te niscisse per salutare di passata il preside Burgio. Ave- va gana di starsene solo, di andarsene subito a casa. Sulla verandina tirava vento e faceva friddo. Il ma- re si era mangiato quasi tutta la spiaggia. Nella picco- la anticamera teneva un impermeabile pesante, di quel- li con la fodera. L'indossò, tornò nella verandina, s'as- sittò. Non arrinisciva, per le ventate, ad addrumarsi una sigaretta. Per farlo, bisognava rientrare nella càmma- ra. Piuttosto che susirisi, scelse di non fumare. Al lar- go si vedevano luci lontane che ogni tanto scompari- vano. Se erano pescatori, se la stavano vedendo male con quel mare. Stette accussì, immobile, le mani infi- late nelle sacchette dell'impermeabile, a ripistiare su quello che gli era capitato vedendo il film. E tutto 'nzemmula, la vera, unica, innegabile ragione del suo pianto gli s'appresentò chiara chiara. E di subito la ri- fiutò, parendogli incredibile. Ma a picca a picca, a malgrado ci girasse torno torno per attaccarla da tutte le parti, quella ragione solidamente resisteva. Alla fi- ne dovette darsi vinto. E allura pigliò una decisione. Prima di partire, dovette aspettare che al bar Alba- nese arrivassero i cannoli di ricotta freschi. Ne accattò una trentina, assieme a chili di biscotti regina, di pa- sta di mandorle, di mustazzola. Viaggiando, la sua macchina lasciava una scia odorosa. Doveva per forza tenere i finestrini aperti, altrimenti l'intensità di quel sciauro gli avrebbe fatto venire malo di testa. Per arrivare a Calapiano scelse di fare la strata più lunga e meno agevole, quella aveva sempre pigliato le poche volte che c'era andato perché gli permetteva di rivedere quella Sicilia che di giorno in giorno scompa- riva fatta di terra avara di verde e d'omini avari di pa- role. Dopo due ore che viaggiava, appena nisciuto da Cagliano, si trovò darré a una fila d'auto che procedeva lentissima sull'asfalto malannato. Un cartello scritto a mano e appizzato a un palo della luce intimava: «Procedete a paso d'uomo!» Un tale, con una faccia da ergastolano (ma siamo cer- ti che gli ergastolani hanno quella faccia?), vestito bur- gisi e con un friscaletto in bocca, sparò un fischio da arbitro isando un vrazzo e la macchina che precedeva quella di Montalbano si fermò di colpo. Dopo tantic- chia che non capitò nenti, il commissario addecise di sgranchirsi. Scinnì, si avvicinò all'orno. «Lei è una guardia comunale?» «Io? Ma quando mai! Io sono Gaspare Indelicato, bi- dello alle elementari. Si sposti che stanno arrivando le auto che vengono in qua.» «Mi scusi, ma oggi non è giorno di scuola?» «Certo. Ma la scuola è chiusa, sono crollati due soffitti.» «Per questo l'hanno distaccato a fare il vigile?» «Nessuno mi distaccò. Volontario venni. Se non ci sono io da questa parti e Peppi Brucculeri dall'altra, ma- cari lui volontario, se l'immagina che burdello può ca- pitari?» «Ma che è successo alla strata?» «A un chilometro da qua è franata. Cinque mesi fa. Si può passare una macchina alla volta.» «Cinque mesi fa?» «Sissignura. Il comune dice che la devi arriparari la provincia, la provincia dice la regioni, la regioni dice l'azienda stratale e voi intanto vi la pigliati seennemente 'n culu.» «E lei no?» «Iu in bicicletta caminu.» Passata una mezzorata, Montalbano poté ripigliare il viaggio. Si ricordava che l'azienda agricola distava un quattro chilometri da Calapiano, per raggiungerla bi- sognava fare una trazzera accussì piena di fossa, pie- truna e pruvulazzo che per sino le capre la scansavano. Stavolta invece si venne a trovare su una strata strit- ta sì, ma asfaltata e tenuta bene. I casi erano due: o si era sbagliato o il comune di Calapiano funzionava be- ne. Risultò giusto il secondo caso. La grande casa co- lonica apparse dopo una curva, dal camino nisciva fu- molizzo, segno che qualcuno in cucina stava priparan- do il mangiare. Taliò il ralogio, era quasi l'una. Scinnì, si carricò di cannoli e dolci, trasì in casa, nella grande sala ch'era càmmara di pranzo, ma macari càmmara di stare, come dimostrava il televisore in un angolo. Po- sò il suo carricò supra il tavolino e andò in cucina. Fran- ca, la sorella di Mimi, gli voltava le spalle, non si ad- dunò che lui era trasuto. Il commissario stette tantic- chia a taliarla in silenzio, ammirato dall'armonia dei suoi movimenti e soprattutto imbarsamato dal sciauro di ragù che allargava il respiro. «Franca.» La fìmmina si voltò, la faccia le si illuminò, corse tra le braccia di Montalbano. «Che sorpresa granni che mi hai fatto, Salvo!» E subito dopo: «Hai saputo del matrimonio di Mimi?» «Sì.» «Stamattina mi ha telefonato Beba, suo patre mi- gliora.» E non disse più niente, tornò a badare ai fornelli, non domandò perché Salvo fosse venuto a trovarli. «Gran fìmmina!» pensò Montalbano. E spiò: «Dove sono gli altri?» «I granni a travagliare. Giuseppe, Domenico e Francis sono a scuola. Tra poco tornano. Li va a pi- gliare con la macchina Ernst, te lo ricordi quello stu- dente tedesco che passava le vacanze dandoci una ma- no? Quando può, torna, si è affezionato.» «Ti devo parlare» fece Montalbano. E gli contò la facenna del libretto e dei soldi dal no- taro. Non ne aveva mai accennato prima né con Fran- ca né con suo marito Aldo per la semplice ragione che se ne era sempre scordato. Durante il racconto, Fran- ca andava e veniva dalla cucina alla càmmara di man- giare con il commissario appresso. Alla fine, tutto il suo commento fu: «Hai fatto bene. Mi fa piacere per Francis. Mi aiu- ti a portare le posate?» Nove. Quando sentì un'auto trasire nel baglio, non resistette, corse fora. Riconobbe subito Francis. Dio, quant'era cangiato! Non era più il picciliddro che ricordava, ma un ragaz- zo spicato, bruno, riccioluto, occhi grandissimi e neri. E nello stesso momento Francis lo vide. «Salvo!» E gli volò incontro, l'abbracciò stretto. Non come quella volta che prima era corso verso di lui e poi, al- l'improvviso, aveva fatto uno scarto, ora tra loro non c'erano problemi, non c'erano ombre, solo un gran be- ne che si manifestava attraverso l'intensità e la dura- ta del loro abbraccio. E accussì, con Montalbano che gli posava un braccio sopra le spalle e Francois che ten- tava di tenerlo per la vita, trasirono in casa seguiti da- gli altri. Poi arrivarono Aldo e i suoi tre aiutanti e si misero a tavola. Francois era assittato alla destra di Montal- bano, a un certo momento la mano mancina del ragazzo si posò sul ginocchio di Salvo. Questi spostò la forchetta nell'altra mano e s'ingegnò a mangiare la pasta col ragù con la mancina, mentre teneva la dritta su quel- la del picciotteddro. Quando le due mani dovevano la- sciarsi per bere tanticchia di vino o per tagliare la car- ne, si ritrovavano subito dopo al loro appuntamento se- greto sotto il tavolo. «Se ti vuoi riposare, c'è una camera pronta» fece Fran- ca alla fine del mangiare. «No, riparto subito» disse Montalbano. Aldo e i suoi aiutanti si susirono, salutarono Mon- talbano e niscirono. Macari Giuseppe e Domenico fecero lo stesso. «Vanno a travagliare fino alle cinque» spiegò Fran- ca. «Poi tornano qua e fanno i compiti.» «E tu?» spiò Montalbano a Francis. «Io resto con te fino a quando non sei partito. Ti vo- glio fare vedere una cosa.» «Andate» disse Franca. E poi, rivolta a Montalbano: «Intanto ti scrivo quello che mi hai domandato.» Francis lo portò darré la casa, dove c'era un am- pio prato verde d'erba medica. Quattro cavalli pa- scolavano. «Bimba!» chiamò Francis. Una cavalla giovane, criniera bionda, isò la testa, si mosse verso il picciotteddro. Quando arrivò a tiro, Francis pigliò la rincorsa, con un balzo montò a pelo sulla vestia, fece un giro, ritornò narrè. «Ti piace?» spiò Francois felice. «Me l'ha regalata papà.» Papà? Ah, si riferiva ad Aldo, giustamente lo chia- mava papà. Fu semplicemente una punta di spillo che per un attimo gli pungi il cuore, un niente, ma ci fu. «L'ho fatto vedere macari a Livia quanto sono bra- vo» disse Francis. «Ah, sì?» «Sì, l'altro giorno, quando è venuta. E si scantava che cadessi. Sai come sono fatte le fìmmine.» «Ha dormito qua?» «Sì, una notte. L'indomani è partita. Ernst l'ha ac- compagnata a Punta Raisi. Sono stato contento.» Montalbano non sciatò, non disse niente. Tornaro- no verso casa, in silenzio, tenendosi come prima, il com- missario con un vrazzo sulle spalle del ragazzo e Francis che tentava di abbracciarlo alla vita, ma in realtà si af- ferrava alla giacchetta. Sulla porta Francis disse a vo- ce vascia: «Ti devo dire un segreto.» Montalbano si chinò. «Quando diventerò grande, voglio fare il poliziotto come a tia.» Al ritorno pigliò l'altra strata e quindi invece di met- terci quattro ore e mezza ce ne mise solamente tre ab- bondanti. Al commissariato venne subito assugliato da un Catarella che pareva più sconvolto del solito. «Ah dottori dottori! Il signori e Quistori dice che....» «Non mi rompete, tu e lui.» Catarella rimase incenerito. Non ebbe manco la for- za di reagire. Appena dintra l'ufficio, Montalbano si dedicò al- l'affannosa ricerca di un foglio e una busta che non aves- sero l'intestazione del commissariato. Ebbe fortuna e scrisse una lettera al Questore, senza preamboli di il- lustre o egregio. « Spero lei abbia già ricevuto copia della lettera del notaio da me inviatale anonimamente. In questa mia le trascrivo tutti i documenti relativi alla regolare ado- zione di quel bambino che lei è arrivato ad accusarmi d'aver sequestrato. Da parte mia, considero chiusa la questione. Se lei ha desiderio di tornare sull'argomen- to, la preavviso che la querelerò per diffamazione. Montalbano.» «Catarella!» «Ai comandi, dottori!» «Piglia queste mille lire, accatta un francobollo, l'im- piccichi su questa busta e la spedisci.» «Dottori, ma qua in officio di franchibolli ce ne stanno a tinchitè!» «Fai come ti dico.» «Fazio!» «Agli ordini, dottore.» «Abbiamo notizie?» «Sissi, dottore. E devo ringraziare un amico mio del- la polizia aeroportuale che ha un amico che è zito con una picciotta che è impiegata alla biglietteria di Punta Raisi. Se non avevamo questa bona occasione, passavano minimo minimo tre mesi prima di aviri risposta.» La via italiana allo sveltimento della burocrazia. For- tunatamente c'è sempre uno che conosce qualcuno che conosce qualcun altro. «Allora?» Fazio, che voleva godersi il meritato trionfo, ci mi- se un tempo eterno a infilare una mano in sacchetta, pigliare un foglio di carta, spiegarlo, tenerlo davanti a sé per promemoria. «Risulta che Giacomo Pellegrino aveva un biglietto, rilasciato dall'agenzia Icaro di Vigàta, per un volo in partenza alle sedici del trentuno agosto. E la sapi una cosa? Quel volo non lo pigliò.» «E cosa certa?» «Vangelo, dottore. Però lei non mi pare tanto me- ravigliato.» «Perché stavo cominciando a persuadermi che Pel- legrino non è partito.» «Vediamo se quello che le dico ora la fa meraviglia- re. Pellegrino di persona s'appresentò a dire che ri- nunziava alla partenza, due ore avanti.» «Cioè alle due di doppopranzo.» «Giusto. E cangiò destinazione.» «Stavolta m'hai meravigliato» ammise Montalbano. «Dov'è andato?» «Aspittasse, non finisce accussì la facenna. Si fece un biglietto per Madrid. L'aereo partiva il primo set- tembre alle dieci del matino, ma....» Fazio fece un sorrisino trionfale. Forse, in sottofondo, s'immaginava la marcia dell'Aida. Raprì la bocca per parlare, ma il commissario, carognescamente, lo battè sul tempo. «... ma non acchianò manco su questo» concluse. Fazio, visibilmente, s'irritò, sgualcì il foglio, lo in- filò sgarbatamente in sacchetta. «Con lei non è cosa, non c'è piaciri.» «Avanti, non te la pigliare» lo consolò il commissa- rio. «Quante agenzie di viaggi ci sono a Montelusa?» «Qua a Vigàta ce ne sono altre tre.» «Non m'interessano quelle di Vigàta.» «Vado di là a taliare l'elenco telefonico e le porto i numeri.» «Non c'è bisogno. Telefona tu e spia se, tra il ven- totto di agosto e il primo settembre, c'è stata una qual- che prenotazione a nome Giacomo Pellegrino.» Fazio restò ammammaloccuto. Poi si riscosse. «Non si può fare. L'orario è passato, me ne occupo domani a matino appena arrivo. Dottore, e se trovo che questo Pellegrino aveva fatto ancora una prenotazio- ne, che saccio, per Mosca o Londra, che viene a dire?» «Viene a dire che il nostro amico ha voluto confon- dere le acque. In sacchetta ha un biglietto per Madrid, mentre invece aveva detto a tutti che andava in Ger- mania. Domani sapremo se in sacchetta ce ne ha altri. Ce l'hai da qualche parte il numero di casa di Maria- stella Cosentino?» «Vado a vedere tra le carte del dottor Augello.» Niscì, tornò con un pizzino, lo dette a Montalbano, niscì. Il commissario fece il numero. Non ebbe rispo- sta, forse la signorina Cosentino era andata a fare la spisa. Si mise il pizzino in sacchetta e decise d'andar- sene a Marinella. Non aveva pititto, la pasta al ragù e la carne di maia- le che si era mangiate da Franca l'avevano tanticchia assintomato. Si fece un ovo fritto e appresso ci man- giò quattro angiovi con oglio, acìto e origano. Finito di mangiare, riprovò il numero della Cosentino la qua- le doveva evidentemente starsene con la mano sempre stinnuta verso l'apparecchio telefonico perché rispose che il primo squillo non aveva avuto tempo a finire. Una voce da moribonda, una voce che aveva la stessa con- sistenza di una filinia, di una ragnatela. «Pronto? Chi parla?» «Montalbano sono. Mi scusi se la disturbo, macari stava taliando la televisione e....» «Non ho la televisione.» Il commissario non seppe spiegarsi perché ebbe la 'mpressioni che un campanello lontano, remoto, aves- se fatto uno squillo brevissimo nel suo ciriveddro. Tan- to rapido e corto che non arriniscì manco ad essere cer- to se quel sono ci fosse stato o no. «Desideravo sapere, sempre che lei lo ricordi, se Giacomo Pellegrino non venne in ufficio nemmeno il trentuno agosto.» La risposta fu immediata, senza la minima esitazione. «Commissario, non posso scordarmi quelle giornate perché me le sono passate e ripassate nella memoria. Giorno trentuno Pellegrino arrivò all'agenzia sul tar- do, diciamo verso le undici. E' andato via quasi subi- to, disse che doveva incontrare un cliente. Nel dop- popranzo è tornato, potevano essere le quattro e mez- zo. E' rimasto fino all'ora della chiusura.» Il commissario ringraziò, riattaccò. Tornava, quatrava. Pellegrino, dopo essere andato in matinata a parlare con lo zio, si presenta in agenzia. A mezzojorno se ne va, non per incontrarsi con un clien- te, ma per pigliare un taxi o una macchina a noleggio. Va a Punta Raisi. Arriva all'aeroporto alle due, disdi- ce il biglietto per Berlino e se ne fa uno per Madrid. Si rimette in taxi o nell'auto a noleggio e alle quattro e mezzo del doppopranzo si ripresenta in agenzia. I tem- pi corrispondevano. Ma tutto questo mutuperio Giacomo perché lo arma? D'accordo, non vuole essere rintracciato facilmente. Ma da chi? E soprattutto, perché? Mentre il ragioniere Gar- gano aveva venti miliardi di ragioni per scomparire, ap- parentemente Pellegrino non ne aveva manco una. «Ciao, amore. Hai avuto una giornata pesante oggi?» «Livia, mi puoi aspettare un momento?» «Certo.» Pigliò una seggia, s'assittò, s'addrumò una sigaretta, si mise comodo. Era certo che quella telefonata sareb- be stata longa assà. «Sono un pochino stanco, ma non perché ho avuto molto lavoro.» «E allora perché?» «In complesso, mi sono fatto quasi otto ore di mac- china.» «Dove sei andato?» «A Calapiano, amore.» A Livia si dovette interrompere il sciato di colpo per- ché il commissario sentì nitidamente una specie di sin- ghiozzo. Generosamente, aspettò che si ripigliasse, le lasciò la parola. «Sei andato per Francis?» «Sì.» «Sta male?» «No.» «Allora perché ci sei andato?» «Avevo spinno.» «Salvo, non cominciare a parlare in dialetto! Sai che in certi momenti non lo sopporto! Che hai detto?» «Che avevo desiderio di vedere Francois. Spinno si traduce in italiano con desiderio, voglia. Ora che ca- pisci la parola, ti domando: a te non è mai venuto spin- no di vedere Francis?» «Che carogna che sei, Salvo.» « Facciamo un patto? Io non uso il dialetto e tu non m'insulti. D'accordo?» «Chi te l'ha detto ch'ero stata a trovare Francis?» «Lui stesso, il bambino, mentre mi faceva vedere quant'è bravo a cavalcare. I grandi sono stati al tuo gio- co, non hanno aperto bocca, hanno rispettato il patto. Perché è evidente che sei stata tu a pregarli di non dir- mi della tua venuta. A me invece hai raccontato che ave- vi un giorno di vacanza, che andavi in spiaggia con un'a- mica e io, da cretino, ho abboccato. Levami una curiosità: a Mimi glielo hai detto che saresti andata a Calapiano?» S'aspettava una risposta violenta, da azzuffatina me- morabile. Invece Livia scoppiò a piangere, singhiozzi lunghi, disperati, straziati. «Livia, senti....» La comunicazione venne troncata. Si susì con calma, andò in bagno, si spogliò, si lavò e prima di nesciri dal cammarino si taliò allo specchio. A longo. Poi raccolse tutta la saliva che aveva in boc- ca e sputò alla sua immagine nello specchio. Astuto la luce e si corcò. Si risusì immediatamente perché il te- lefono aveva squillato. Sollevò il ricevitore, ma chi era all'altro capo non parlò, se ne sentiva solamente il re- spiro. Montalbano conosceva quel respiro. E cominciò a parlare. Un monologo che durò quasi un'o- rata, senza pianti, senza lagrime, ma doloroso come i sin- ghiozzi di Livia. E le disse cose che non aveva mai vo- luto dire a se stesso, come feriva per non essere ferito, come da qualche tempo aveva scoperto che la sua soli- tudine stava cangiandosi da forza in debolezza, come gli fosse amaro pigliare atto di una cosa semplicissima e na- turale: invecchiare. Alla fine, Livia disse semplicemente: «Ti amo.» Prima di riattaccare, aggiunse: «Non avevo ancora rinunziato alla licenza. Riman- go qua un giorno in più e poi vengo a Vigàta. Libera- ti di tutto, ti voglio solo per me.» Montalbano tornò a corcarsi. Ebbe appena il tempo di trasire sotto il linzolo che chiuse gli occhi e s'ad- drumiscì. Entrò nel paese del sonno col passo leggero di un picciliddro. Erano le undici del matino quando Fazio s'appresentò nell'ufficio di Montalbano. «Dottore, la sa l'ultima? Pellegrino, all'agenzia In- tertour di Montelusa, si era fatto fare un biglietto per Lisbona. L'aereo partiva alle tre e mezzo del doppo- pranzo del trentuno. Ho telefonato a Punta Raisi. Questo volo risulta che Pellegrino l'ha pigliato.» «E tu ci credi?» «Perché non ci devo credere?» «Perché l'avrà rivenduto a qualche passeggero in li- sta d'attesa e lui se ne è tornato in ufficio qua, a Vigà- ta. Questo è sicuro. Pellegrino alle cinque era all'agenzia "Re Mida", non poteva essere in volo per Lisbona.» «Ma che viene a dire?» «Viene a dire che Pellegrino è un cretino che si cre- de sperto, mentre sempre cretino resta. Fai una cosa. Informati presso tutti gli alberghi, le pensioni, gli af- fittacàmmare di Vigàta e di Montelusa se Pellegrino ha dormito da qualcuno di loro nella notte tra il trenta e il trentuno agosto.» «Subito.» «Ancora una cosa: spia agli autonoleggi, sempre di Vigàta e di Montelusa, se Pellegrino, suppergiù alle stes- se date, ha affittato qualche macchina.» «Ma com'è che prima cercavamo a Gargano e ora ci siamo messi a cercare a Pellegrino?» spiò Fazio dubi- toso. «Perché oramà mi sono fatto persuaso che appena tro- viamo uno sappiamo subito dove andare a trovare l'al- tro. Ci vuoi scommettere?» «Nonsi. Con vossia non scommetterei mai» fece Fa- zio niscendo. Invece, se avesse accettato la scommessa, avrebbe vinto. Gli era smorcato il solito pititto lupigno, forse per- ché da tempo non aveva dormito accussì bene. Lo sfo- go fatto a Livia l'aveva come alleggerito, gli aveva fat- to ritrovare la giusta misura di se stesso. Gli venne ga- na di babbiare. Interruppe subito Calogero che aveva principiato la breve litania del menù: «Oggi mi andrebbe una cotoletta alla milanese.» «Bavero?» fece strammato Calogero, sostenendosi al tavolino per non cadere. « E tu pensi che io la cotoletta la vengo a domanda- re a tia? Sarebbe come pretendere la santa Messa da un monaco buddista. Che hai oggi?» «Spaghetti al nìvuro di siccia.» «Portameli. E dopo?» «Polpettine di polipetti.» «Di queste, portamene una decina.» Alle sei di sira, Fazio gli fece rapporto. «Dottore, non risulta che abbia dormito da nessuna parte. Invece ha affittato una macchina a Montelusa. La mattina del trentuno e l'ha riconsegnata nel dop- popranzo alle quattro. L'impiegata, che è una picciot- ta sperta, m'ha detto che il chilometraggio poteva cor- rispondere a un viaggio a Palermo e ritorno.» «Combacia» commentò il commissario. «Ah, la picciotta m'ha macari detto che Pellegrino ha specificato che voleva una macchina col bagagliaio capiente.» «Eh, sì. Si doveva portare appresso le due valigie.» Rimasero tanticchia in silenzio: «Ma dove ha dormito questo santo cristiano?» si do- mandò Fazio ad alta voce. L'effetto che le sue parole fecero sul commissario gli procurarono un granni scanto. Montalbano infatti lo aveva taliato con gli occhi sgriddrati e poi si era dato una violenta manata sulla fronte. «Che stronzo!» «Che dissi?» fece Fazio, pronto a domandare scusa. Montalbano si susì, pigliò una cosa dal cascione, se la mise in sacchetta. «Andiamo.» Dieci. Montalbano, con la sua macchina, principiò a correre verso Montelusa come se fosse assicutato. Quando pi- gliò la strata che portava verso la villetta appena fini- ta di costruire di Pellegrino, la faccia di Fazio addiventò di petra, taliava fisso davanti e non rapriva vucca. Ar- rivati al cancello chiuso, il commissario fermò e scin- nirono. I vetri rotti delle finestre non erano stati so- stituiti, qualcuno però aveva impiccicato al loro posto fogli di cellophan attaccati con puntine di disegno. Le scritte "stronzo" in verde non erano state cancellate. «Capace che c'è qualcuno dintra, macari lo zio» dis- se Fazio. «Mettiamoci al sicuro» fece il commissario. «Te- lefona subito in ufficio, fatti dare da qualcuno il nu- mero di Giacomo Pellegrino, quello che ha fatto la de- nunzia. Poi lo chiami, gli dici che sei venuto qua per un sopralluogo e gli spii se è stato lui a mettere il cel- lophan e se ha avuto notizie del nipote. Se non ti ri- sponde, decidiamo che fare.» Mentre Fazio accominzava le telefonate, Montalba- no si mosse verso l'aulivo abbattuto. L'àrbolo aveva per- so il grosso delle foglie che ora stavano, ingiallute, sparse sul terreno. Chiaramente ci mancava picca per- ché da àrbolo vivo si cangiasse in legna inerte. Il com- missario fece allora una cosa stramma, o meglio, da pic- ciliddro: si mise all'altezza del centro del tronco ab- battuto e vi appuiò l'orecchio come si fa con un mori- bondo per sentire se c'è ancora il battito del cuore. Re- stò accussì tanticchia, sperava forse di arrivare a per- cepire il fruscio della linfa? A un tratto gli venne da ridere. Ma che faceva? Quelle erano cose da barone di Mùnchhausen, al quale bastava appoggiare l'orecchio 'n terra per sentir crescere l'erba. Non si era adduna- to che, da lontano, Fazio aveva visto tutto il mutupe- rio e ora gli si stava avvicinando. «Dottore, ho parlato con lo zio. E' stato lui a coprire le finestre perché il nipote gli ha lasciato la chiave del cancello, ma non quella di casa. Non ha avuto sue noti- zie dalla Germania ma, secondo lui, manca picca al ri- torno.» Poi taliò l'àrbolo d'aulivo, scutuliò la testa. «Talìa che minnitta!» fece Montalbano. «Stronzo» disse Fazio usando, a bella posta, la stes- sa parola che il commissario aveva scritto sui muri. «Hai capito ora pirchì m'è venuta una botta di rag- gia?» «Non ha bisogno di darmi altre spiegazioni» disse Fa- zio. «E ora che facciamo?» «Ora trasemo dintra» rispose Montalbano tirando fo- ra quella specie di sacchetto che aveva pigliato dal ca- scione della sua scrivania, un ricco assortimento di gri- maldelli e chiavi false, regalo di un ladro suo amico. «Tu sta attento se viene qualcuno.» Armeggiò con la serratura del cancello e la raprì ab- bastanza facilmente. Più difficile gli venne con la porta della villetta, ma alla fine ci arriniscì. Chiamò Fazio. Trasirono. Un grande salone completamente vacan- te s'appresentò ai loro occhi. Vacanti della minima co- sa erano macari la cucina e il bagno. Dal salone si par- tiva una scala in pietra e ligno che portava al piano di sopra. Qui c'erano due grandi càmmare di dormiri senza mobili. Nella seconda però, stesa per terra, ci sta- va una spessa coperta nova nova, appena incignata, an- cora con la targhetta della marca attaccata. Il bagno, arredato, era situato tra le due càmmare. Nella men- sola sotto lo specchio c'era una confezione di sapone da barba spray e cinque rasoi usa e getta. Due erano stati adoperati. «Giacomo ha fatto la cosa più logica che c'era da fa- re. Quando ha lasciato la casa in affitto, è venuto qua. Ha dormito sopra la coperta. Ma dove sono le due va- ligie che si portava appresso?» fece Montalbano. Cercarono nel soppalco, in un cammarino ricavato dal sottoscala. Nenti. Richiusero la porta e, per scrupolo, fecero il giro della villetta. Nel muro di darré c'era una porticina di ferro con la parte superiore fatta a maglie, in modo che circolasse l'aria. Montalbano la raprì. Era una specie di ripostiglio per gli attrezzi. In mezzo c'e- rano due grosse valigie. Le portarono fora, il vano era troppo nico. Non era- no chiuse a chiave. Montalbano se ne pigliò una, Fa- zio l'altra. Non sapevano cosa cercavano, ma cercaro- no lo stesso. Calzini, mutande, cammise, fazzoletti, un vistito, un impermeabile. Si taliarono. Infilarono ma- lamente nelle valigie quello che avevano tirato fora, sen- za scangiare una parola. Fazio non arrinisciva a chiu- dere la sua. «Lasciala accussì» ordinò il commissario. Le rimisero din tra, richiusero la porticina e il can- cello, ripartirono. «Dottore, la facenna non mi quadra» disse Fazio quando erano vicini a Vigàta. «Se questo Giacomo Pellegrino è partito per un lungo viaggio in Germania, come mai non si è portato manco una mutanna di ri- cambio? Non mi pare ragionato che si sia accattato tut- to novo novo.» «E c'è un'altra cosa che non quatra» fece Montal- bano. «Ti pare logico che nelle valigie non abbiamo tro- vato un foglio, un pezzo di carta, una littra, un qua- derno, un'agenda?» A Vigàta, il commissario imboccò una strata stritta che non portava al commissariato. «Dove stiamo andando?» «Io vado a trovare l'ex padrona di Giacomo: tu invece ti pigli la mia macchina e me la porti in ufficio. Quan- do ho finito, vengo a piedi, non è molto distante.» «Cu è, camurrìa?» spiò da darré la porta la voce di balena asmatica della signora Catarina. «Montalbano sono.» La porta si raprì. Apparse una testa mostruosa, irta di cannolicchi di plastica per bigodini. « Non lo pozzo fari accomidari pirchì sono in disab- bigliè.» «Le domando perdono per il disturbo, signora Ca- tarina. Solo una domanda: Giacomo Pellegrino quan- te valigie aveva?» «Non ce lo dissi? Due.» «E nient'altro?» «Aveva macari una valigetta, nica però. Ci teneva car- te.» «Lei sa che tipo di carte?» «E io, secondo a lei, sono una pirsona ca si mette a taliare nella robba degli altri? Che sono, una vastasa? Una sparlittera?» «Signora Catarina, ma come fa a pinsare che io pos- sa pinsare di lei una cosa simile? Dicevo che può ca- pitare che, trovandosi la valigetta aperta, uno ci getta l'occhio accussì, per caso, senza 'ntinzioni....» «Mi capitò, una volta. Ma pi caso, ah? Dintra c'erano tante littre, fogli di carta chini di nummari, agende, e 'na poco di quei cosi nìvuri ca parino dischi nichi nichi....» «Dischetti per computer?» «Eh, cose accussì.» «Giacomo aveva un computer?» «L'aviva. Si lo portava sempri appresso in una vur- za apposita.» «Sa se si collegava con Internet?» «Commissario, io di chiste cose non ci accapiscio nen- ti. Ma m'arricordo ca una vota, dovendoci parlari di un tubo d'acqua ca pirdeva, ci telefonai e trovai il te- lefono accupato.» «Scusi, signora, perché gli telefonò invece di scen- dere un piano e....» «A lei ci pare cosa da nenti scinniri un piano di sca- li, ma a mia mi pisa.» «Non ci avevo pensato, mi scusi.» «Telefona ca ti ritelefona, sempre accupato era. Al- lura mi fici di curaggio, scinnii e tuppiai. Ci dissi a Ja- cuminu che forsi aviva miso malamenti il telefono. M'arrispunnì ca il telefono arresultava accupato perché era collecato con chisto intronet.» «Ho capito. E si è portato via macari valigetta e com- puter?» «Certo che se li portò. Che faciva, li lassava a mia?» Si avviò al commissariato di umore malo. Certo, do- veva essere contento di sapere che le carte di Pellegri- no esistevano e che probabilmente se l'era portate ap- presso, ma il timore di dover avere chiffari nuova- mente, come già avvenuto per il caso che venne chia- mato della gita a Tindari, con computer, dischetti, CD- rom e camurrìe simili gli faceva lo stomaco una pesta. Meno male che c'era Catarella che avrebbe potuto dargli una mano. Contò a Fazio quello che gli aveva detto la signora Ca- tarina, tanto nel primo quanto nel secondo incontro. «Va bene» fece Fazio dopo averci pinsato supra tan- ticchia. «Mettiamo che Pellegrino se ne è scappato al- l'estero. La prima domanda è: pirchì? Lui, diretta- mente, con la truffa di Gargano non ci trasiva nenti. Solo qualche esaltato come la bonarma del geometra Garzullo se la poteva pigliare con lui. La seconda do- manda è: dove ha trovato i soldi per farsi costruire la bella villetta?» « Da questa storia della villetta se ne ricava una con- seguenza» disse Montalbano. «Quale?» «Che Pellegrino vuole starsene ammucciato per un certo tempo, ma che ha comunque 'minzioni di tornare prima o dopo, meglio alla scordatina, e godersi in pa- ce la villetta. Altrimenti perché se la sarebbe fatta co- struire? A meno che non sia intervenuto un fatto nuo- vo, inaspettato, che l'ha obbligato a scapparsene, ma- cari per sempre, fottendosene della villetta» «E c'è un'altra cosa» ripigliò Fazio. «E' logico che uno, partendo per fora paìsi, si porti appresso docu- menti, carte e computer. Ma non penso che si porti ap- presso un motorino in Germania, semmai ci è andato.» «Telefona allo zio, vedi se l'ha lasciato da lui.» Fazio niscì, tornò dopo picca. «No, non l'ha lasciato da lui, non ne sa niente. Guar- di, dottore, che lo zio sta appizzando le orecchie, mi ha spiato perché ci stiamo interessando tanto a suo nipo- te. M'è parso preoccupato, lui si è bevuto come acqua frisca la storia dell'andata in Germania per affari.» «E siamo rimasti con una mano davanti e una darré» concluse il commissario. Calò un silenzio di partita persa. «Però ancora si può fare qualichicosa» arrisolse a un certo momento Montalbano. «Tu domani a matino ti fai il giro delle banche che ci sono a Vigàta e cerca di sapere in quale di esse Pellegrino tiene i suoi soldi. Si- curamente sarà una diversa da quella di cui si serviva Gargano. Se hai qualche amico, vedi di scoprire quan- to ci ha, se versa altri soldi oltre lo stipendio, cose ac- cussì. Un ultimo favore: come si chiama quello che ve- de dischi volanti e draghi con tre teste?» Prima di rispondere, Fazio fece la faccia alloccuta. «Antonino Tommasino, si chiama. Ma, dottore, ab- badasse: pazzo scatinato è, non si può pigliare supra u seriu.» «Fazio, che fa un omo quando è malato gravissimo e i medici allargano le vrazza? Pur di non mòriri, è ca- pace di ricorrere a uno stregone, a un mago, a un ciar- latano. E noi, caro amico, a quest'ora di notte mi pa- re che siamo in punto di morte per quello che riguar- da questa indagine. Dammi il numero di telefono.» Fazio niscì, tornò con un foglio in mano. «Questa è la sua testimonianza volontaria. Dice che non ha telefono.» «Ha almeno una casa?» «Sissi, dottore. Ma è difficile arrivarci. Vuole che ci faccio una piantina?» Mentre stava raprendo la porta, s'addunò che nella cassetta c'era una busta La pigliò e arriconobbe la scrittura di Livia. Ma non era una littra, dintra c'era un ritaglio di giornale, un'intervista a un vecchio filo- sofo che viveva a Torino. Pigliato di curiosità, decise di leggerla subito, prima ancora di scoprire quello che la nipote di Adelina gli aveva lasciato in frigo. Parlan- do della sua famiglia, il filosofo a un certo punto di- ceva: «Quando si diventa vecchi, contano più gli af- fetti che i concetti.» Il pititto gli passò di colpo. Se per un filosofo arri- va il momento che la speculazione vale meno di un af- fetto, quanto può valere per uno sbirro sul viale del tra- monto un'indagine di polizia? Questa era la domanda implicita che Livia gli rivolgeva mandandogli quel pez- zo di giornale. E, a malincuore, dovette ammettere che non c'era che una sola risposta: forse un'indagine vale meno di un concetto. Durmì malamente. Alle sei del matino era già fora di casa. La giornata s'appresentava bona, cielo sgombro e chiaro, non c'e- ra vento. Aveva posato la cartina disegnata da Fazio sul sedile allato e ogni tanto la consultava. Tommasi- no Antonino o Antonino Tommasino, se la fotte lui come si chiamava, abitava in campagna, dalle parti di Montereale, e quindi non era tanto distante da Vigà- ta. Il problema era scegliere la strata giusta perché era facile perdersi in una sorta di deserto senza manco un àrbolo e cicatrizzato da trazzere, viottoli, tracce di cin- golati e interrotto qua e là da casuzze di viddrani e da qualche rara casa di campagna. Un posto che faceva di tutto per non trasformarsi, in un biz, in un cafar- nao di villette a schiera per fine settimana, ma già si cominciavano a vedere i primi segni dell'inutilità di quella resistenza, scavi per tubature, pali di luce e te- lefoni, tracciati di vere e proprie strate a carreggiata larga. Girò tre o quattro volte dintra al deserto tor- nando sempre al punto di prima, la cartina di Fazio era troppo generica. Vistosi perso, puntò decisamen- te verso una specie di casale. Fermò, scinnì, la porta era aperta. «C'è qualcuno?» «Si accomodi» fece una voce fimminina. Era un grande ambiente ben tenuto, in ordine, una specie di salotto-càmmara di mangiare, mobili vecchi ma lucidati. Una signora sissantina, vestita di grigio, curata nella pirsona, si stava bevendo una tazza di cafè, sul tavolo la cafittera fumava. «Solo un'informazione, signora. Vorrei sapere dove abita il signor Antonino Tommasino.» «E' qua che abita. Io sono la mogliere.» Va a sapiri pirchì, si era immaginato che Tommasi- no fosse un mezzo vagabunno o, nell'ipotesi migliore, un viddrano, un contadino, razza da proteggere perché in via d'estinzione. «Il commissario Montalbano sono.» «L'ho riconosciuta» fece la signora indicando con un movimento della testa la televisione in un angolo. «Va- do a chiamare mio marito. Intanto si pigli un cafè, io lo faccio forte.» «Grazie.» La signora glielo servì, niscì, ricomparse quasi subito. «Mio marito dice se non l'incomoda di andare da lui.» Percorsero un corridoio imbiancato, la fìmmina gli fece 'nzinga di trasire nella seconda porta a mano man- cina. Era un vero e proprio studio, grandi scaffalatu- re con libri, vecchie carte nautiche alle pareti. L'omo che si susì da una poltrona andandogli incontro era un sittantino alto e dritto, vestito con un elegante blazer, occhiali, bei capelli bianchi. Metteva una certa sogge- zione. Montalbano s'era fatto pirsuaso che si sarebbe trovato davanti a un mezzo demente con gli occhi spir- dati e con un filo di vava all'angolo della bocca. E strammò. Sicuro che non c'era equivoco? «Lei è Antonino Tommasino?» spiò. E avrebbe voluto aggiungere, per maggior sicurezza: quel pazzo da catina che vede mostri e dischi volanti? «Sì. E lei è il commissario Montalbano. Si accomodi.» Lo fece assittare su una comoda poltrona. «Mi dica, sono a sua disposizione.» E questo era il busillisi. Come principiare il discor- so senza fare offisa al signor Tommasino che gli pare- va un omo di testa normalissima? «Che sta leggendo di bello?» La domanda che gli era nisciuta fora era accussì cre- tina e assurda che se ne vrigognò. Tommasino invece sorrise. «Sto leggendo il cosiddetto Libro di Ruggero scrit- to da Idrisi, un geografo arabo. Ma lei non è venuto qua per domandarmi che cosa sto leggendo. Lei è ve- nuto qua per sapere che cosa ho visto una notte, poco più di un mese fa. Forse al commissariato hanno can- giato parere.» «Sì, grazie» fece Montalbano grato che quello pigliasse l'iniziativa. Non solo era normale, Tommasino, ma era macari pir- sona fine, colta e intelligente. «Devo fare una premessa. Che le hanno detto di me?» Montalbano esitò, impacciato. Poi decise che la me- glio è sempre la verità. «Mi hanno detto che lei, ogni tanto, vede cose stram- me, cose inesistenti.» «Lei è un signore gentile, commissario. In parole povere, di mia dicono che sono pazzo. Pazzo tran- quillo, un cittadino che paga le tasse, rispetta le leggi, non fa atti osceni o violenti, non minaccia, non mal- tratta la moglie, va a messa, ha allevato figli e nipoti, ma sempre un pazzo è. Lei ha detto bene: ogni tanto mi capita di vedere cose inesistenti.» «Mi scusi» l'interruppe Montalbano. «Lei che fa?» «Come professione, dice? Ho insegnato geografia al liceo di Montelusa. Da anni sono in pensione. Mi per- mette di contarle una storia?» «Certo.» «Ho un nipote, Michele, che ora ha quattordici an- ni. Un giorno di una decina d'anni passati mio figlio è venuto a trovarmi con moglie e figlio. Continua a far- lo macari ora, ringraziando Dio. Michele e io ci siamo messi a giocare fora di casa. A un tratto Michele ha co- minciato a fare voci, diceva che lo spiazzo era pieno di draghi terribili e furiosi: io sono stato al gioco, e mi so- no messo a gridare di spavento. Allora il picciliddro si è scantato del mio scanto, ha voluto rassicurarmi. Non- no, mi ha detto, guarda che questi draghi non esisto- no, perciò non devi spaventarti. Sono io che me l'in- vento per gioco. Commissario, mi creda, io sono, da qualche anno a questa parte, nelle stesse condizioni di mio nipote Michele. Una certa parte del mio cervello deve essere, per qualche misteriosa ragione e in qual- che modo, regredita agli anni dell'infanzia. Solo che, a differenza del picciliddro, io piglio per vero ciò che vedo e continuo a crederlo vero per un certo tempo. Poi mi passa e mi rendo conto che avevo visto l'inesi- stente. Fin qui sono stato chiaro?» «Chiarissimo» disse il commissario. «Le posso ora spiare che cosa le hanno contato che ho visto?» «Beh, mi pare un mostro marino a tre teste e un di- sco volante.» « Solo questo? Non le hanno detto che ho visto ma- cari uno stormo di pesci con le ali, fatti di latta, che si posavano su un albero? O di quella volta che un ve- nusiano nano mi spuntò in cucina domandandomi una sigaretta? Ci vogliamo interrompere qua per non confonderci?» «Come vuole.» «Allora metto in fila le cose che le ho detto o che lei sapeva già. Un mostro marino a tre teste, un disco vo- lante, uno stormo di pesci con le ali di latta, un venu- siano nano. E' d'accordo con me che sono tutte cose che non esistono?» «Certo.» «Allora, se io vengo da lei e le dico: guarda che l'al- tra notte ho visto un'automobile così e così, lei perché non mi crede? Forse che le automobili sono di fantasia, non esistono? Io sto parlando di una cosa di tutti i gior- ni, una macchina vera, con quattro ruote, la targa, im- matricolata, non le sto dicendo che mi sono imbattuto in un monopattino spaziale per arrivare su Marte!» «Mi porti dove ha visto l'auto di Gargano» fece Montalbano. Aveva trovato un testimonio prezioso, ne era certo. Undici. Era bastato quel poco tempo passato dintra la casa perché il tempo cangiasse. Si era levato un vento bi- lioso, friddo, con folate che parevano zampate di ve- stia inferociuta. Dalla parte di mare arrancavano ver- so terra nuvole grasse e prene. Montalbano guidava se- guendo le istruzioni del professor Tommasino e intanto si faceva spiegare meglio la facenna. «E' sicuro che fosse la notte tra il trentuno agosto e il primo settembre?» «La mano sul foco.» «Come fa ad esserne accussì certo?» «Perché stavo proprio pinsando che il giorno appres- so, primo settembre, Gargano mi avrebbe pagato gli in- teressi quando vidi la sua macchina. E mi meravigliai.» « Mi perdoni, professore, macari lei è una vittima di Gargano?» «Sì, sono stato così fisso da credergli. Trenta milio- ni mi ha tappiate. Ma allora, quando vidi l'auto, mi fe- ci meraviglia sì, ma ne fui macari contento. Pinsai che sarebbe stato di parola. Invece la matina dopo mi dis- sero che non si era appresentato.» «Perché si fece meraviglia quando vide la macchina?» «Per tanti motivi. Cominciamo dal posto nel quale si trovava. Se ne meraviglierà macari lei quando ci ar- riveremo. Si chiama Punta Pizzillo. Poi l'ora: sicura- mente era mezzanotte passata.» «Guardò l'ora?» «Non ho ralogio, di giorno mi regolo col sole; quand'è scuro, con l'odore della notte: ho una specie di segna- tempo naturale, inserito dintra al mio corpo.» «Ha detto l'odore della notte?» «Sì. A seconda dell'ora, la notte cangia odore.» Montalbano non insistette. Disse: «Può darsi che Gargano fosse in compagnia, voles- se appartarsi.» «Dottore Montalbano, quello è un posto troppo iso- lato per essere sicuro. Si ricorda che due anni fa ci ag- gredirono una coppietta? E poi mi domandai: Garga- no, con tutti i soldi che tiene, la posizione, il dovere di salvare le apparenze, che bisogno ha di mettersi a fottere in macchina come un picciottazzo qualsiasi?» «Le posso spiare, liberissimo di non rispondere, che ci faceva lei da quelle parti che mi dice accussì solità- rie e a quell'ora di notte?» «Io di notte cammino.» Montalbano si tenne dal fare altre domande. Dopo man- co cinco minuti, passati in silenzio, il professore disse: «Siamo arrivati. Questa è Punta Pizzillo.» E scinnì per primo, seguito dal commissario. Erano in un piccolo altipiano, una sorta di prua, completamente deserto, spoglio d'alberi, solo qua e là qualche troffa di saggina o di chiapparina. L'orlo dell'altipiano era a una decina di metri, sotto doveva esserci uno sbalan- co che dava sul mare. Montalbano mosse alcuni passi e venne fermato dal- la voce di Tommasino. «Attento, il terreno è franoso. La macchina di Gar- gano era ferma dove ora c'è la sua, nella stessa posi- zione, col cofano verso il mare.» «Lei da dove veniva?» «Dalla direzione di Vigàta.» «E' distante.» «Non quanto pare. Da qui a Vigàta, a farsela a pie- di, ci vuole tre quarti d'ora, un'ora al massimo. Dun- que, venendo da quella direzione, dovevo di necessità passare davanti al muso della macchina, a cinque o sei passi di distanza. A meno di non fare un lungo giro al- l'interno per scansarla. Ma che motivo avevo di scan- sarla? Così la riconobbi. C'era luce di luna bastevole.» «Ha avuto modo di vedere la targa?» «Vuole babbiare? Avrei dovuto avvicinarmi tanto da incollarci il naso sopra per leggerla.» «Ma se non ha visto la targa, come ha fatto a....» «Ho riconosciuto il modello. Era un'Alfa 166. La stes- sa macchina con la quale si presentò l'anno passato a casa mia per fottermi i soldi.» «Lei che macchina ha?» gli venne di spiare al com- missario. «Io? Io non ho manco la patente.» Nottata persa e figlia femmina, si disse deluso Mon- talbano. Il professor Tommasino era un pazzo che ve- deva cose inesistenti, ma quando vedeva le cose esi- stenti se le aggiustava a modo suo. Il vento si era fat- to più friddo, il cielo si era cummigliato. Che stava a perdere tempo in quel posto desolato? Però il profes- sore dovette in qualche modo avvertire la delusione del commissario. «Guardi, commissario, che ho una fissazione.» Oddio, un'altra? Montalbano si preoccupò. E se a quello gli pigliava un attacco e cominciava a fare voci che stava vedendo a Lucifero in persona come si do- veva comportare? Fare finta di niente? Mettersi in mac- china e pigliare il fujuto? «La mia fissazione» proseguì Tommasino «riguarda le automobili. Sono abbonato a riviste italiane e straniere specializzate in questo campo. Potrei concorrere a un quiz televisivo sull'argomento e sarei sicuro di vincere.» «C'era qualcuno dentro l'auto?» fece il commissario, rassegnato oramà al fatto che il professore era assolu- tamente imprevedibile. «Vede, venendo da là come le ho detto, per un cer- to tempo ho potuto osservare il profilo laterale della mac- china, diciamo. Poi, arrivato più vicino, ho avuto la pos- sibilità di capire se, all'interno, ci fossero sagome uma- ne. Non ne ho notate. Può darsi che quelli che erano nell'auto, vedendo un'ombra che si avvicinava, si sia- no abbassati. Io sono passato oltre senza voltarmi.» «Ha sentito poi il rumore dell'auto messa in moto?» «No. Però mi pare, ripeto mi pare, che il bagagliaio fosse aperto.» «E non c'era nessuno all'altezza del bagagliaio?» «Nessuno.» A Montalbano venne un'idea della cui semplicità quasi si affruntò. «Professore, per favore, si vuole allontanare di una trentina di passi e poi tornare verso la mia macchina rifacendo la strada che fece quella notte?» «Certo» disse Tommasino. «Mi piace camminare.» Mentre il professore si avviava voltandogli le spalle, Montalbano raprì il bagagliaio della sua auto e poi si acculò darré la macchina, isando la testa quel tanto che gli permetteva di scorgere, attraverso i vetri degli spor- telli posteriori, Tommasino che, fatti i trenta passi, si voltava e tornava narrè. Allora calò macari la testa, am- mucciandosi completamente. Quando calcolò che il professore era arrivato all'altezza del muso dell'auto, sempre acculato si mosse fino ad assistemarsi a livello del bagagliaio. Si spostò ancora, arrivando all'altra fiancata, quando capì che il professore era passato: una precauzione inutile dato che aveva detto di non es- sersi mai voltato. A questo punto si susì addritta. «Professore, basta, grazie.» Tommasino lo taliò strammato. «Dove si è nascosto? Io ho visto il portabagagli aper- to, ma l'auto era vacante e lei non era da nessuna parte.» «Lei veniva da lì e Gargano, vedendo la sua om- bra....» S'interruppe. Il cielo aveva fatto improvvisamente oc- chio. Un piccolo pirtuso, uno strappo si era prodotto nel tessuto nìvuro e uniforme delle nuvole e da quel var- co si era partito un raggio di sole luminoso e quasi in- teramente circoscritto al posto dove loro due si trova- vano. A Montalbano venne da ridere. Parevano due per- sonaggi di un ingenuo ex voto illuminati dalla luce di- vina. E in quel momento notò una cosa che solo quel particolare taglio della luce, quasi un riflettore di tea- tro, aveva potuto mettere in evidenza. Sentì un brivi- do di friddo, il ben conosciuto campanello principiò a sonargli nel ciriveddro. «La riaccompagno» disse al professore che lo taliava interrogativo, aspettando il seguito della spiegazione. Lasciato il professore dopo essersi trattenuto a ma- lappena dall'abbracciar lo, tornò al loco di prima cor- rendo a rotta di collo. Non erano arrivate altre auto nel frattempo a rompergli i cabasisi. Fermò, scinnì, s'av- vicinò lentamente, un pedi leva e l'altro metti, gli oc- chi sempre calati 'n terra, fino all'orlo dello sbalanco. Non c'era più il raggio di luce ad aiutarlo, quel raggio ch'era stato come il fascio di luce di una pila elettrica nello scuro, ma oramà sapeva cosa doveva cercare. Poi, cautamente, si protese a taliare sutta di lui. L'altipiano era fatto di uno strato di terra posato sul- la marna. E infatti una parete di marna liscia e bianca cadeva a perpendicolo fino al mare che lì doveva esse- re profondo minimo minimo una decina di metri. L'ac- qua era di un grigio scuro, come il cielo. Non voleva perdere altro tempo. Si taliò torno torno una, due, tre volte a stabilire punti fermi di riferimento. Quindi si rimise in macchina e corse al commissariato. Fazio non c'era, c'era invece, inatteso, Mimi Augello. «Il padre di Beba sta meglio. Abbiamo stabilito di spostare il matrimonio di un mese. Ci sono novità?» «Sì, Mimi. E tante.» Gli contò tutto e alla fine Augello restò con la vuc- ca aperta. «E ora che vuoi fare?» «Tu procurami un gommone con un buon motore. In un'orata ce la dovrei fare ad arrivare sul posto, ma- cari se il tempo non è proprio bono.» «Guarda, Salvo, che capace che ti viene un infarto. Rimanda. Oggi l'acqua dev'essere un gelo. E tu, scu- sami se te lo dico, non sei un picciotteddro.» «Procurami un gommone e non mi scassare la min- chia.» «Ce l'hai almeno una muta? Le bombole?» «La muta dovrei averla a casa da qualche parte. Le bombole non le ho mai usate. Vado in apnea.» «Salvo, tu andavi, una volta, in apnea. Sono anni che non lo fai più. E in tutti questi anni hai continuato a fumare. Non lo sai a che punto sono i tuoi polmoni. Quindi, quanto tempo potrai stare sott'acqua? Facciamo venti secondi per essere generosi?» «Non dire minchiate.» «Fumare la chiami una minchiata?» «Ma finitela con questa storia del fumo! A chi fu- ma, certo che fa male. Ma secondo voi lo smog non con- ta, l'elettrosmog non conta, l'uranio impoverito fa be- ne alla salute, le ciminiere non fanno danno, Cernobyl ha incrementato l'agricoltura, i pesci all'uranio o quel- lo che è nutrono meglio, la diossina è un ricostituen- te, la mucca pazza, l'afta epizootica, i cibi transgeni- ci, la globalizzazione vi faranno campare da Dio, l'u- nica cosa che fa danno e ammazza milioni di persone è il fumo passivo. Lo sai quale sarà lo slogan dei pros- simi anni? Fatevi una pista di coca, così non inquinate l'ambiente.» «Va bene, va bene, calmati» disse Mimi. «Ti procuro il gommone. Ma a un patto.» «Quale?» «Io vengo con te.» «A fare che?» « Niente, ma non me la sento di lasciarti solo, starei male.» «D'accordo, allora. Alle due al porto, tanto devo restare a digiuno. Non dire dove andiamo, mi racco- mando. Se poi risulta per disgrazia che mi sono sba- gliato, al commissariato ci pigliano a frisca e pìrita.» Montalbano sperimentò quanto fosse difficile met- tersi la muta a bordo di un gommone che filava su un mare che tanto calmo non poteva dirsi. Mimi, al timone, pareva teso e preoccupato. « Soffri di mare?» gli spiò a un certo momento il com- missario. «No. Soffro di me.» «Perché?» «Perché certe volte mi capita di rendermi conto quanto sono stronzo a seguirti in certe tue alzate d'in- gegno.» Non si dissero altro. Ripigliarono a parlarsi quando, dopo un lungo prova e riprova, arrivarono da parte di mare davanti a Punta Pizzillo dove Montalbano, in ma- tinata, era stato dalla parte di terra. La parete di mar- na s'alzava senza una sporgenza o una cavità. Mimi la taliò nìvuro in faccia. «Rischiamo di andarci a sbattere contro» disse. «E tu stacci attento» fece per tutto conforto il com- missario, cominciando a calarsi strisciando la panza sul bordo del gommone. «Non ti vedo tanto disinvolto» disse Mimi. Montalbano lo taliò senza decidersi a trasire in ma- re. Aveva un core d'asino e uno di leone. La gana di andare a controllare sott'acqua se aveva visto giusto era fortissima, ma altrettanto forte era l'improvviso impulso di lasciar fottere tutto. Certo non contribui- va la giornata, il cielo era tanto nìvuro da fare una lu- ce quasi notturna, il vento era addiveniato friddo as- sà. Si decise, macari pirchì mai e po' mai avrebbe fat- to la mala figura di pentirsela davanti ad Augello. Mol- lò la presa. E di subito si venne a trovare nello scuro più fitto, impenetrabile, tanto da non capire come fosse posi- zionato il suo corpo dintra all'acqua. Era orizzontale o verticale? Una volta gli era capitato, arrisbigliando- si di notte nel suo letto, di non riuscire a orientarsi, di non sapere più dove fossero i segnali di sempre, la fi- nestra, la porta, il tetto. Urtò di spalle contro qualco- sa di solido. Si scostò. Toccò con la mano una massa viscida. Se ne sentì avviluppare. Si dibattè, se ne liberò. Allora cercò freneticamente di fare due cose: contra- stare l'assurdo scanto che lo stava assugliando e pigliare la torcia elettrica che aveva alla cintura. Finalmente ar- riniscì ad addrumarla. Con orrore, non vide nessun fa- scio luminoso, la pila non funzionava. Poi una forte cor- rente principiò a tirarselo verso il fondo. «Ma pirchì mi metto a fare queste spirtizze?» si spiò sconsolato. Lo scanto si cangiò in panico. Non arriniscì a con- trastarlo e assumò a razzo, andando a sbattere la testa contro la faccia di Augello che stava tutto sporto dal gommone. «A momenti mi scugnavi il naso» fece Mimi toc- candoselo. «E tu levati di mezzo» replicò il commissario, ag- grappandosi al gommone. Possibile che fosse già not- te? Continuava a non vedere niente. Sentiva solo il suo ansimare da moribondo. «Perché tieni gli occhi chiusi?» spiò preoccupato Augello. Solo allora il commissario capì che per tutta l'im- mersione aveva tenuto gli occhi inserrati, un ostinato rifiuto d'accettare quello che stava facendo. Raprì gli occhi. A conferma, addrumò la pila che funzionava benissimo. Stette accussì per qualche minuto, insul- tandosi mentalmente e poi, quando sentì che il batti- to del cuore gli era tornato normale, se ne calò nuo- vamente. Ora si sentiva calmo, lo scanto che aveva pro- vato certamente era dovuto al primo impatto. Una rea- zione naturale. Era sotto di cinque metri. Diresse la luce ancora più in basso, sussultò e non credette a quello che vide. Spen- se la torcia, contò lentamente fino a tre, la riaccese. A tré-quattro metri ancora più sotto c'era, comple- tamente incastrata tra la parete e uno scoglio bianco, la carcassa di un'automobile. L'emozione gli fece ne- sciri fora l'aria dai polmoni. Riassumò di prescia. «Trovato niente? Cernie? Sauri?» spiò ironicamente Mimi che si teneva un fazzoletto vagnato sul naso. «Ho avuto una botta di culo incredibile, Mimi. L'au- to è quassotto. E' stata fatta precipitare o è precipita- ta. Avevo visto giusto stamattina, le tracce dei coper- toni finivano proprio sull'orlo dello sbalanco. Ora scen- do giù a vedere una cosa e poi ce ne torniamo.» Mimi era stato previdente. Si era portato appresso un sacchetto di plastica con asciugamani e una botti- glia di whisky ancora sigillata. Prima di cominciare a fare domande, Augello aspettò che il commissario si fos- se spogliato della muta, asciucato, rivestito. Aspettò an- cora che il suo superiore la finisse d'attaccarsi alla bot- tiglia e ci si attaccò pure lui. Alla fine spiò: «Allora? Che hai visto ventimila leghe sotto i mari?» «Mimi, tu fai lo spiritoso perché non vuoi riconoscere che ti sei fatto mettere la sputazza sul naso da me. Tu quest'indagine l'hai pigliata sottogamba, me l'hai det- to tu stesso, e io invece ti ho fottuto. Passami la bot- tiglia.» Tirò una lunga sorsata, pruì la bottiglia ad Augello che l'imitò. Ma era chiaro che, dopo le parole di Mon- talbano, non se la godeva più tanto. «Allora?» rispiò contrito. «Dentro la macchina c'è un morto. Non so dirti chi è, è tutto ridotto malamente. Nella botta si sono aperti gli sportelli, può darsi che nelle vicinanze ci sia un altro cadavere. Macari il portabagagli era aperto. E lo sai che c'era ancora dintra? Un motorino. Que- sto è quanto.» «E ora che facciamo?» «L'indagine non è nostra. E quindi informiamo chi di dovere.» I due signori che scinnirono dal gommone erano in- dubbiamente il commissario Salvo Montalbano e il suo vice, il dottor Domenico «Mimi» Augello, i due noti custodi della Legge. Ma quelli che li incontrarono, strammarono alquanto. I due si tenevano sottobraccio, traballavano tanticchia sulle gambe e canticchiavano a mezza voce «la donna è mobile.» Trasirono in commissariato, si lavarono, s'aggiustarono, si fecero portare due cafè. Poi Montalbano disse: «Esco, vado a telefonare a Montelusa.» «Non puoi farlo da qua?» «Da una cabina è più sicuro.» «Brondo? C'è Guannodda?» fece il commissario con voce da arrifriddato. «Il dottor Guarnotta ha detto?» «Di.» «Chi parla?» «Il generale Jaruzelski.» «Glielo passo subito» disse il centralinista impres- sionato. «Pronto? Sono Guarnotta. Non ho capito chi parla.» «Zenda, doddore, mi sdia a zentire zenza fade do- madde.» Fu una telefonata lunga e tormentata, ma alla fine il dottor Guarnotta della Questura di Montelusa capì d'avere ricevuto da un polacco sconosciuto un'infor- mazione preziosa. Erano le sette di sira e di Fazio in commissariato non avevano visto manco l'ùmmira. Chiamò al telefono il suo amico giornalista Nicolo Zito di «Retelibera.» «Ti sei deciso a venirti a pigliare la cassetta che An- nalisa ti ha preparato?» «Quale cassetta?» «Quella con i pezzi su Gargano.» Se ne era completamente scordato, ma fece finta di avere telefonato proprio per quello. «Se tra una mezzorata passo, ci sei?» Arrivò a «Retelibera» e trovò sulla porta Zito che l'aspettava, la cassetta in mano: «Dai, vado di prescia, devo preparare il notiziario.» «Grazie, Nicolò. Ti dico una cosa: da questo mo- mento tieni d'occhio quello che fa Guarnotta. E se puoi, riferiscimi.» La prescia a Nicolò gli passò di colpo, appizzò le orec- chie, sapeva bene che mezza parola di Montalbano va- leva più di un discorso di tre ore. «Perché, c'è cosa?» «Sì.» «Riguardo a Gargano?» «Penso proprio di sì.» Alla trattoria «San Calogero» gli smorcò un tale pi- titto che persino il proprietario ch'era abituato a ve- derlo mangiare s'imparpagliò: «Dottore, che fece? Si sfondò?» Arrivò a Marinella in preda a un'autentica conten- tezza. Non per la facenna della macchina, di quella in quel momento non gliene fotteva tanto, ma piuttosto per l'orgoglio di essere stato ancora in grado di ci- mentarsi in quelle faticose immersioni. «Voglio vidiri quanti picciotti sono capaci di quello che ho fatto io!» Altro che vecchio! Come gli erano potuti venire in testa quei mali pinsèri di vicchiaia? Ancora non era tempo! La cassetta, mentre la stava infilando nel videoregi- stratore, cadì 'n terra. Si chinò per pigliarla e restò ac- cussì, mezzo calato, senza potersi cataminare, una la- cerante fitta di dolore alla schiena. La vecchiaia si stava ignobilmente vendicando. Dodici. Era il telefono a suonare, non il violino del maestro Cataldo Barbera il quale, appena apparsogli in sogno, gli aveva detto: «Ascolti questo concertino.» Raprendo gli occhi, taliò il ralogio: le otto meno cin- que del matino. Rarissimamente gli era capitato d'arrisbigliarsi tan- to tardo. Susendosi, notò con soddisfazione che il do- lore alla schiena gli era passato. «Pronto?» «Salvo, sono Nicolò. C'è un mio servizio in diretta col notiziario delle otto. Talìatelo.» Addrumò, si sintonizzò su «Retelibera.» Dopo la si- gla, apparse la faccia di Nicolò. In poche parole disse che si trovava a Punta Pizzillo perché alla Questura di Montelusa era arrivata una telefonata di un ammira- glio polacco riguardante una macchina caduta in ma- re. Il dottor Guarnotta aveva avuto la brillante intui- zione che potesse trattarsi dell'Alfa 166 del ragionie- re Emanuele Gargano. Non aveva perciò perso tempo a organizzare il recupero dell'auto. Recupero che non era stato ancora possibile portare a termine. Qui ci fu uno stacco. L'operatore, vertiginosamente zumando dall'alto, fece vedere un ristretto pezzo di mare in fondo allo sbalanco. La macchina, spiegò Zito fuori campo, si trova lì, a una decina di metri di profondità, letteralmente inca- strata tra la parete di marna e un grosso scoglio. L'o- peratore allargò l'immagine e sullo schermo apparsero un grande pontone con una gru, una decina tra moto- scafi, gommoni e pescherecci. Le operazioni sarebbero continuate in giornata, aggiunse Zito, imprigionato nel- la carcassa. Stacco. Sul ponte di un peschereccio, un cor- po stinnicchiato e un omo acculato allato al morto. Era il dottor Pasquano. Voce di un giornalista: «Scusi, dottore, secondo lei è morto nella caduta o è stato ammazzato prima?» Pasquano (isando appena gli occhi): «Ma non mi scassate la (bip)...» La sua solita, incantevole grazia. «Ora passiamo la parola ai responsabili delle indagini» fece Nicolò. Apparsero tutti stritti come in una foto: famiglia nu- merosa in un esterno. Il Questore Bonetti-Alderighi, il PM Tommaseo, il Capo della Scientifica Arquà, il re- sponsabile dell'indagine commissario Guarnotta. Tut- ti sorridenti come se si trovassero a una festa e tutti pericolosamente vicini al ciglio franoso dello sbalanco. Montalbano scacciò il tinto pinsèro che gli era venu- to, ma certo vedere scomparire in diretta mezza Que- stura di Montelusa sarebbe stato perlomeno uno spet- tacolo inconsueto. Il Questore ringraziò tutti, dal Padreterno all'uscie- re, per l'impegno dimostrato nell'espletamento ecc. ecc. Il PM Tommaseo disse che era da escludersi un de- litto a sfondo sessuale e quindi di tutta la faccenda non gliene poteva fregare di meno. Questa seconda parte in verità non la disse, ma la lasciò chiaramente capire dall'espressione della faccia. Arquà, il Capo della Scien- tifica, rese noto che così, a prima vista, quella macchina risultava trovarsi in acqua da oltre un mese. Quello che parlò più di tutti fu Guarnotta solo perché Zito, da bra- vo giornalista, capì che la diretta stava andando a vac- ca e che toccava a lui fare le domande appropriate per salvare il salvabile. «Dottor Guarnotta, il cadavere trovato nella macchina è stato identificato con certezza?» «Ancora non c'è una identificazione ufficiale, ma pos- siamo affermare che trattasi, con buone probabilità, di Pellegrino Giacomo.» «Era solo in macchina?» «Non possiamo dire niente in proposito. Dentro l'a- bitacolo c'era solo quel cadavere, ma non è escluso che possa esserci stata una seconda persona che probabil- mente nell'impatto della macchina con l'acqua è stata sbalzata lontano. I nostri sommozzatori stanno attiva- mente ispezionando la zona.» « Questo secondo cadavere potrebbe essere quello di Gargano?» «Potrebbe.» « Giacomo Pellegrino era ancora vivo quando la mac- china è precipitata oppure è stato assassinato prima?» «Questo ce lo dirà l'autopsia. Ma guardi, non è det- to che si tratti di un'azione delittuosa. Può anche es- sersi trattato di una disgrazia. Qua il terreno, vede, è molto....» Non arriniscì a finire la frase. Il cameraman, che ave- va allargato, colse la scena. Alle spalle del gruppo una larga striscia di terra franò. Tutti, come in un ballet- to bene allenato, fecero in contemporanea un grido e un balzo in avanti. Montalbano si susì a mezzo dalla poltrona, di scatto, gli capitava accussì macari quando vedeva pellicole d'avventura tipo «Alla ricerca del- l'arca perduta.» Quando si furono messi in zona di si- curezza, Zito riattaccò. «Avete trovato altro nell'auto?» «Ancora l'interno della macchina non è stato possi- bile ispezionarlo. Molto vicino all'auto è stato rinve- nuto un motorino.» Montalbano appizzò le orecchie. E qui terminò la di- retta. Che significava quella frase, "molto vicino all'auto"? L'aveva visto coi suoi occhi il motorino dintra il ba- gagliaio, senza possibilità d'errore. E allora? Non ci po- tevano essere che due spiegazioni: o qualche sub l'a- veva levato dal posto dov'era, macari senza una 'ntin- zioni particolare, o Guarnotta diceva una cosa fàvusa sapendo di dirla. Ma in questo secondo caso, a che sco- po? Guarnotta aveva una sua idea e cercava di far com- baciare ogni particolare nel suo quadro d'insieme? Squillò il telefono. Era nuovamente Zito. «Ti è piaciuto il servizio?» «Sì, Nicolò.» «Grazie d'avermi fatto fregare la concorrenza.» «Sei riuscito a capire come la pensa Guarnotta?» « Non c'è bisogno di capire perché Guarnotta non am- muccia come la pensa, lui parla chiaro. In privato, però. Trova prematuro fare pubbliche dichiarazioni. Se- condo lui, Gargano ha pestato il piede alla mafia. Di- rettamente, vale a dire intascando i grana di qualche mafioso, o indirettamente, vale a dire invadendo un ter- reno nel quale non doveva né seminare né azzappare.» «Ma che c'entra quel povirazzo di Pellegrino?» «Pellegrino ha avuto la disgrazia di trovarsi in com- pagnia di Gargano. Riferisco sempre l'opinione di Guarnotta, bada bene. E così li hanno ammazzati tut- ti e due, poi li hanno infilati dintra la macchina e li han- no catafottuti a mare. Appresso, o prima, ma non ha importanza, hanno gettato a mare macari il motorino di Pellegrino. Questione di ore e troveremo il catafe- ro di Gargano nelle vicinanze dell'auto, a meno che la corrente non l'abbia trascinato lontano.» «Ti persuade a tia?» «No.» «Perché?» «Mi spieghi che ci facevano Pellegrino e Gargano a quell'ora di notte in quel posto perso? Lì ci vanno so- lo per fottere. E non mi risulta che Gargano e Pelle- grino fossero....» «E invece dovrebbe risultarti.» Nicolò fece una specie di risucchio, il sciato gli si era fermato. «Ma che stai dicendo?» «Per maggiori particolari, passare alle ore undici di stamattina al commissariato di Vigàta» fece Montal- bano con la voce di un'annunciatrice di grandi ma- gazzini. Mentre riattaccava, gli venne un pinsèro che l'obbligò a vestirsi e nesciri di casa senza essersi lavato e fatto la barba. Arrivò a Vigàta in pochi minuti e davanti al- l'ufficio della «Re Mida» finalmente si sentì più cal- mo: era ancora chiuso. Posteggiò e si mise ad aspetta- re. Poi, dallo specchietto retrovisore, vide arrivare una vecchia Cinquecento gialla, da collezionista. La mac- china trovò posto poco davanti a quella di Montalba- no. Ne scinnì la signorina Mariastella Cosentino, com- punta, che andò a raprire la porta della «Re Mida.» Il commissario lassò passari qualichi minuto, poi trasì. Ma- riastella era già al suo posto, immobile, una statua, la mano dritta posata sul telefono in aspittanza di una te- lefonata, di quella particolare telefonata che non sarebbe mai arrivata. Non si arrendeva. Non possedeva la te- levisione e può darsi che non aveva manco amici, ca- pace dunque che non sapeva ancora niente del ritro- vamento di Pellegrino e dell'auto di Gargano. «Buongiorno, signorina, come sta?» «Non c'è male, grazie.» Dal timbro della voce il commissario capì che Ma- riastella era all'oscuro di quello che era capitato. Ora doveva giocarsi quella carta che aveva in mano con abi- lità, con accortezza, Mariastella Cosentino era capace di chiudersi ancora di più di quanto non lo facesse d'a- bitudine. «Le sa le novità?» attaccò. Ma come? Prima ti riprometti di trattare la facen- na con abilità e accortezza e poi te ne esci con una fra- se d'inizio accussì diretta, brutale e banale che manco Catarella? Tanto valeva continuare a procedere a car- rarmato e bonanotti ai sonatori. L'unico segno d'at- tenzione di Mariastella consistette nel mettere a foco lo sguardo sul commissario, ma non raprì vucca, non spiò nenti. «Hanno ritrovato il cadavere di Giacomo Pellegrino.» Ma Cristo di Dio, la vuoi avere una reazione qual- siasi? «Era in mare, dentro all'auto del ragioniere Gargano.» Finalmente Mariastella fece una cosa che da ogget- to inerte la promosse ad appartenente al genere uma- no. Si mosse, levò lentamente la mano da sopra il te- lefono, la congiunse all'altra come in un gesto di pre- ghiera. Gli occhi di Mariastella erano ora sbarracati, do- mandavano, domandavano. E Montalbano ne ebbe pe- na, rispose. «Lui non c'era.» Gli occhi di Mariastella tornarono normali. Come in- dipendente dal resto del corpo sempre immobile, la ma- no si mosse di nuovo, lentamente si posò sul telefono. L'attesa poteva ricominciare. Allora Montalbano si sentì pigliare da una raggia sor- da. Infilò la testa dintra lo sportello, si trovò faccia a faccia con la fìmmina. «Tu lo sai benissimo che non ti telefonerà mai più» sibilò. E gli parse d'essiri addiveniato un sirpenti maligno, di quelli ai quali si schiaccia la testa. Niscì dall'agen- zia di furia. Appena in commissariato, chiamò a Montelusa il dottor Pasquano. «Montalbano, che vuole? Che mi rompe? Non ci so- no stati morti ammazzati dalle parti sue, mi pare» fe- ce Pasquano col garbo che l'aveva reso famoso. «Quindi Pellegrino non è stato ammazzato.» «Ma chi le ha detto una minchiata simile?» «Lei, dottore, ora ora. Sino a prova contraria il po- sto dove è stata trovata l'auto di Gargano è territorio mio.» «Sì, ma l'inchiesta non è sua! E di quella testa eme- rita di Guarnotta! Per sua conoscenza sappia che il pic- ciotto è morto sparato, in faccia. Un colpo solo. Al mo- mento, altro non posso e non voglio dirle. Nei prossi- mi giorni s'accatti i giornali e saprà il risultato del- l'autopsia. Buongiorno.» Squillò il telefono. «Che faccio, ci la passo questa tilifonata sì o no?» «Cataré, se non mi dici chi è al telefono, come fac- cio a dirti sì o no?» «Vero è, dottori. Il fatto è che la telefonista voli ar- ristare gnònima, non mi voli diri accome si chiama.» «Passamela.» «Pronto, papà?» La voce roca alla Marlene di Michela Manganare, la carogna. «Che vuole?» «Ho sentito la televisione stamattina.» «E' così mattiniera?» «No, ma dovevo preparare le mie cose. Oggi pome- riggio vado a Palermo a dare qualche esame. Starò via un po' di tempo. Prima però vorrei vederla, le devo di- re una cosa.» «Venga qua.» «Lì non vengo, potrei fare cattivi incontri. Andiamo in quel boschetto che le piace tanto. Se le va bene, a mezzogiorno e mezzo sotto casa mia.» «Ma sei sicuro di quello che mi dici?» spiò Nicolò Zito che si era appresentato puntuale alle undici. «Io non lo avrei mai sospettato. E dire che l'ho intervistato tre o quattro volte.» «Io ho visto la cassetta» disse Montalbano. «E a guar- dare come parlava e come si muoveva non pareva pro- prio un omosessuale.» «Lo vedi? Chi te l'ha detta questa storia? Non può essere una filama, una voce messa in giro così, tanto per....» «No, di quella fonte mi fido. E' una fìmmina.» «E macari Pellegrino lo era?» «Sì.» «E pensi che tra loro due ci fosse qualcosa?» «Mi hanno detto che c'era.» Nicolò Zito ci meditò supra tanticchia. «Questo però non sposta sostanzialmente la situa- zione. Può darsi che fossero complici nella truffa.» «E' una possibilità. Io ti volevo dire semplicemente di tenere le orecchie appizzate, la facenna forse è me- no semplice di quanto la fa Guarnotta. E un'altra co- sa: cerca di sapere dove hanno trovato esattamente il motorino.» «Guarnotta ha detto che....» «Lo so quello che ha detto Guarnotta. Ma mi ne- cessita sapere se corrisponde alla verità. Perché se il motorino è stato trovato poco distante dalla macchi- na, viene a dire che un sub l'ha levato da dove si tro- vava.» «E dove si trovava?» «Nel bagagliaio.» «Tu come lo sai?» «L'ho visto.» Nicolò lo taliò annichiluto. «Sei tu l'ammiraglio polacco?» «Io non ho mai detto d'essere né ammiraglio né po- lacco» disse, sullenne, Montalbano. Carogna era, ma bellissima, anzi ancora più bella del- l'altra volta, forse perché le era passata la 'nfruenza. Salì in macchina in un tripudio di cosce al vento. Mon- talbano girò alla seconda a destra, poi pigliò la trazze- ra a mano mancina. «Si ricorda benissimo la strada. Forse c'è tornato do- po?» spiò Michela, a vista del boschetto, raprendo per la prima volta la bocca. «Ho buona memoria» disse Montalbano. «Perché vo- leva vedermi?» «Quanta prescia!» fece la picciotta. Si stirò come una gatta, i polsi incrociati sulla testa, il busto tutto narrè. La cammisetta parse arrivare al pun- to di rottura. «Col reggiseno si sentirebbe in cammisa di forza» pen- sò il commissario. «Sigaretta.» Mentre gliela addrumava, spiò: «Che esami va a dare?» Michela rise tanto di core che la tirata le andò per traverso. «Se mi resta tempo, ne darò uno.» «Se le resta tempo? Che altro va a fare?» Michela si limitò a taliarlo, gli occhi viola sparlucci- canti di divertimento Più eloquente di una parlatina lunga e dettagliata. Il commissario, con raggia, sentì che stava arrussicando. Allora, di scatto, passò un braccio attorno alle spalle di Michela, la strinse con forza a sé mentre brutalmente le infilava una mano in mezzo al- le gambe. «Mi lasci! Mi lasci!» gridò la picciotta con una vo- ce improvvisamente acuta, quasi isterica. Si liberò dal- la stretta del commissario e raprì la portiera. Era ve- ramente sconvolta e irritata. Niscì dalla macchina, ma non si allontanò. Montalbano, che non si era catami- nato dal suo posto, la taliava. All'improvviso Michela sorrise, raprì la portiera, s'assittò nuovamente allato al commissario. «Lei è molto furbo. E io ci sono cascata, nella sua recita. Avrei dovuto lasciarla continuare per vedere come se la sarebbe cavata dall'impiccio.» «Me la sarei cavata allo stesso modo dell'altra vol- ta» disse Montalbano «quando ti è venuta la bella pensata di baciarmi. Ma comunque ero certo che avre- sti reagito così. Ti diverte tanto provocare?» «Sì. Come a lei piace fare il casto Giuseppe. Pace?» Tutte le aveva 'sta picciotta, manco l'intelligenza le fagliava. «Pace» fece Montalbano. «Volevi veramente dirmi qualcosa o era una scusa per procurarti lo spasso?» «Metà e metà» disse Michela. «Stamattina, quando ho sentito che Giacomo era morto, sono rimasta im- pressionata. Lo sa com'è morto?» «Gli hanno sparato un colpo in faccia.» La picciotta sussultò, poi due lagrime grosse quanto perle le vagnarono la cammisetta. «Scusami, ho bisogno d'aria.» Niscì. Mentre si allontanava, Montalbano le vide le spalle scosse dai singhiozzi. Quale reazione era più normale, quella di Michela o quella di Mariastella? A conti fatti, tutte e due erano normali. Scinnì macari lui dalla macchina, s'avvicinò alla picciotta pruiendole un fazzoletto. «Mischino! Mi fa una pena!» disse Michela asciu- gandosi gli occhi. «Eravate molto amici?» «No, ma abbiamo travagliato due anni nella stessa càmmara, non ti basta?» Continuava a dargli del tu e il suo italiano ora s'im- bastardiva col dialetto. «Mi tieni?» Per un momento Montalbano non capì il senso del- la domanda, poi le passò il braccio attorno alle spalle. Michela si appoggiò a lui. «Vuoi che torniamo in auto?» «No. E' il fatto della faccia che mi ha... ci teneva tan- to alla sua faccia... si faceva la barba due volte al gior- no... usava creme per la pelle... Scusami, lo so che sto dicendo fesserie, ma....» Tirò su col naso. Matre santa, quant'era più bella ac- cussì! «Non ho capito bene la storia del motorino» disse, dopo essersi arripigliata con un profondo respiro. Il commissario si fici tiso, attentissimo. «Chi si occupa delle indagini dice che è stato trova- to sottacqua nelle vicinanze della macchina di Garga- no. Perché me lo domandi?» «Perché lo mettevano nel bagagliaio.» «Spiegati meglio.» «Beh, almeno una volta hanno fatto così. Garga- no aveva domandato a Giacomo d'accompagnarlo a Montelusa, ma siccome non poteva riportarlo indie- tro dato che doveva proseguire, hanno infilato il mo- torino nel bagagliaio ch'era capiente. In questo mo- do Giacomo poteva tornarsene da solo e quando vo- leva.» «Forse nell'urto contro lo scoglio il bagagliaio si è aper- to e il motorino è stato sbalzato fuori.» «Può essere» disse Michela. «Ma ci sono tante cose che non mi spiego.» «Dimmele.» «Te le dirò strada facendo. Voglio tornare a casa.» Mentre si rimettevano in macchina, al commissario tornò a mente che qualcun altro aveva usato le stesse parole di Michela, «un bagagliaio capiente.» Tredici. «Le cose che non mi tornano sono tante. E la pri- ma è questa» disse Michela mentre il commissario gui- dava a lento. «Perché la macchina di Gargano è sta- ta trovata qua? I casi sono due: o l'ultima volta che è stato da noi l'ha lasciata a Giacomo oppure Garga- no è tornato. Ma a fare che? Se aveva programmato di scomparire dopo aver messo al sicuro i soldi, e que- sto programma di sicuro ce l'aveva tant'è vero che il solito trasferimento di fondi da Bologna a Vigàta sta- volta non c'è stato, allora perché è venuto qua ri- schiando tutto?» «Vai avanti.» «Ancora: ammettendo che Gargano fosse con Gia- como, perché incontrarsi in macchina come due aman- ti clandestini? Perché non incontrarsi nell'albergo di Gargano o in qualche altro posto tranquillo e sicuro? Sono convinta che le altre volte non si erano incontrati in macchina. Va bene che Gargano era avaro, ma....» «Come lo sai che Gargano era avaro?» «Beh, avaro avaro no, ma tirato sì. Lo so perché una sera che andai con lui a cena, anzi ci sono stata due volte....» «T'invitò lui?» «Certo, faceva parte del suo sistema di seduzione, gli piaceva piacere. Beh, mi portò in una trattoria di Montelusa, gli si leggeva in faccia lo scanto che scegliessi piatti costosi, si lamentò del conto.» « Tu dici che faceva parte del suo sistema? Non ti ha invitato perché sei una ragazza molto bella? Credo che a tutti gli uomini piaccia farsi vedere con una pic- ciotta come te a fianco.» «Grazie dei complimenti. Non voglio parere cattiva, però devo dirti che ha invitato a cena macari a Maria- stella. Il giorno appresso Mariastella era completa- mente intronata, non capiva niente, un sorriso felice che si aggirava tra i tavoli sbattendovi contro. E la sai una cosa?» «Dimmela.» «Mariastella ha ricambiato. L'ha invitato a cena a ca- sa sua. E Gargano c'è andato, almeno così ho capito perché Mariastella non parlava, gemeva di contentez- za, persa.» «Ha una bella casa?» «Non ci sono mai stata. E' una villona, appena fuo- ri Vigàta, isolata. Ci stava con i genitori. Ora ci vive da sola.» «Ma è vero che Mariastella continua a pagare l'af- fitto e il telefono dell'agenzia?» «Certo.» «Ma ha soldi?» «Qualcosa il padre deve avergliela lasciata. Lo sai? Voleva pagarmi lei, di tasca sua, i due stipendi arretrati. "Poi il ragioniere me li rimborsa", disse. Anzi no. Le scappò di dire, diventando una vampa di foco: "Poi Emanuele me li rimborsa." Stravede per quell'uomo e non si vuole arrendere alla realtà.» «E qual è la realtà?» «Che nella migliore delle ipotesi Gargano se la sta scialando in un'isola della Polinesia. Nella peggiore delle ipotesi se lo stanno mangiando i pesci.» Erano arrivati. Michela baciò la guancia di Mon- talbano, scinnì. Poi si calò attraverso il finestrino e disse: «Gli esami che devo dare a Palermo sono tre.» «Auguri» fece Montalbano. «Fammi sapere com'è an- data.» Se ne tornò direttamente a Marinella. Appena tra- suto, si rese conto che Adelina aveva ripigliato ser- vizio, la biancheria e le cammise erano sul letto, sti- rate. Raprì il frigorifero e lo trovò vacante fatta ciz- zione di passuluna, angiovi condite con aceto, oglio e origano, e una bella fetta di caciocavallo. La legge- ra delusione gli passò quando raprì il forno: dintra c'e- ra la mitica pasta 'ncasciata! Una porzione per quat- tro. Se la scofanò con lentezza e perseveranza. Poi, dato che la giornata lo permetteva, s'assistimò sulla verandina. Aveva bisogno di pinsari. Ma non pinsò. Poco dopo, il rumore della risacca lo fece dolcemen- te appinnicare. «Meno male che non sono un coccodrillo, masannò annegherei nelle mie lagrime.» Questa fu l'ultima cosa sensata, o insensata, che gli venne in testa. Alle quattro del doppopranzo era nella sua càmma- ra al commissariato e di subito s'appresentò Mimi. «Dove sei stato?» «A fare il dovere mio. Appena ho saputo la notizia, mi sono precipitato sul posto e mi sono messo a di- sposizione di Guarnotta. A nome tuo e secondo le di- rettive del nostro Questore. Quello è territorio nostro, no? Ho fatto bene?» Quando ci si metteva, Augello era capace di dare pun- ti a tutti. «Hai fatto benissimo.» «Gli ho detto che ero lì solo ed esclusivamente co- me supporto. Se voleva, gli andavo ad accattare le si- garette. Ha molto apprezzato.» «Hanno trovato il corpo di Gargano?» «No, ma sono scoraggiati. Hanno interpellato un vec- chio pescatore della zona. Quello ha detto che se non trovano Gargano trattenuto da qualche scoglio, a que- st'ora, per le forti correnti che ci sono lì, il catafero starà veleggiando verso la Tunisia. Di conseguenza, in sera- ta smetteranno le ricerche.» Sulla porta comparse Fazio. Il commissario gli fece 'nzinga di trasire e d'assittarsi. Fazio aveva una faccia di circostanza. Era chiaro che si teneva a malappena. «E allora?» spiò Montalbano a Mimi. «Allora domani a matino è prevista una conferenza stampa di Guarnotta.» «Sai che dirà?» «Certo. Altrimenti perché mi sono scapicollato fino a quel posto infame? Dirà che tanto Gargano quanto Pellegrino sono vittime di una vendetta della mafia, pi- gliata per il culo dal nostro ragioniere.» «Ma come faceva questa biniditta mafia, lo dico e lo ripeto, a sapere con un giorno d'anticipo che Gar- gano non avrebbe tenuto fede agli impegni e quindi am- mazzarlo? Se l'avessero ammazzato l'uno o il due set- tembre, avrei capito. Ma ammazzarlo il giorno avanti non ti pare minimo minimo strammo?» «Certo che mi pare strammo. Strammissimo. Ma vallo a spiare a Guarnotta e no a mia.» Il commissario si rivolse con un largo sorriso a Fa- zio. «Beati gli occhi che ti vedono!» «Porto carrico» fece Fazio, sostenuto. «Un carrico da undici» Voleva dire che in mano aveva carte grosse da gio- care. Montalbano non gli fece domande, lasciò che l'altro si pigliasse il suo tempo e la sua soddisfazione Poi Fazio tirò un pizzino dalla sacchetta, lo consultò e ripigliò a parlare «Arrinesciri a sapiri quello che volevo, m'è costato assà.» «Hai dovuto pagare?» spiò Augello. Fazio lo taliò con fastiddio. «Volevo dire che m'è costato assà in parole e pazienza. Le banche s'arrefutano di dare informazioni sugli af- faruzzi dei clienti e meno che mai quando questi affa- ruzzi fètono. Ad ogni modo, sono riuscito a convince- re un funzionario a parlare. Ma mi ha prigato in gi- nocchio di non fare il suo nome. Siamo d'accordo?» «D'accordo» disse Montalbano «Tanto più che que- st'indagine non ci appartiene. La nostra è pura e sem- plice curiosità. Diciamo privata.» «Dunque» fece Fazio. «Il primo ottobre dell'anno pas- sato nella banca dove gli veniva accreditato a ogni me- se lo stipendio, sul conto di Giacomo Pellegrino arri- va un bonifico di duecento milioni. Un secondo della stessa cifra arriva il quindici gennaio di quest'anno. L'ul- timo, di trecento milioni, è giunto il sette luglio. In tut- to settecento milioni. Non ne sono arrivati altri. E non ha conti nelle altre banche di qua e di Montelusa.» «Chi gli faceva questi bonifici?» spiò Montalbano. «Emanuele Gargano.» «Minchia!» fece Augello. «Dalla banca dove teneva il suo conto personale, non quella con la quale travagliava per la "Re Mida"» pro- seguì Fazio. «Quindi questi soldi mandati a Pellegri- no non ci trasivano con gli affari dell'agenzia. Chiara- mente, si trattava di rapporti personali.» Fazio finì di parlare e fece la faccia longa. Era de- luso perché Montalbano non si era per niente amma- ravigliato, la notizia pareva non avergli fatto né càvu- do né friddo. Ma Fazio non volle arrendersi, ripigliò gana. «E la volete sapere un'altra cosa che ho scoperto? Ogni volta che riceveva un bonifico, il giorno appres- so Pellegrino versava i soldi alla....» «... all'impresa che gli stava costruendo il villino» con- cluse Montalbano. Si cunta e si boncunta che una vol- ta un Re di Pranza, stuffatosi di sentirsi dire dalla Re- gina mogliere che lui non l'amava pirchì non era giloso, pregò un gentiluomo di corte di trasire l'indomani a ma- tino presto nella càmmara da letto della Regina, gettar- si ai piedi della fìmmina e dirle tutto il suo amore. Po- chi minuti appresso sarebbe trasuto il Re che, vista la situazione, avrebbe fatto una terribile scenata di gelo- sia alla mogliere. L'indomani a matino il Re s'appostò fora della porta della Regina, aspittò che trasisse il gen- tiluomo col quale si era appaltato, contò fino a cento, sguainò la spada e spalancò la porta. E vitti la mogliere e il gentiluomo nudi sul letto che ficcavano con tanto en- tusiasmo che manco s'addunarono del suo arrivo. Il po- viro Re sinni niscì dalla càmmara, rimise la spada nel fo- dero e disse: «Mannaggia, m'ha rovinato la scena!» Fazio fece tutto il contrario del Re di Pranza. A ve- dersi rovinare la scena, satò dalla seggia, arrussicò, santiò e niscì murmuriandosi. «Che gli ha preso?» spiò Augello alloccuto. «Il fatto è che certe volte sono tanticchia fituso» dis- se Montalbano. «A me lo vieni a contare? » fece Augello, vittima fre- quente della fituseria del commissario. Fazio tornò quasi subito. Si vedeva che era andato a darsi una lavata di faccia. «Scusatemi.» «Scusami tu» disse sincero il commissario. E prose- guì: « Quindi il villino gli è stato interamente pagato da Gargano. La domanda è una sola: perché?» Mimi raprì la vucca, ma a un gesto del commissario la richiuse. «Prima voglio sapere se mi ricordo bene una cosa» disse Montalbano rivolgendosi a Fazio. «Sei stato tu a dirmi che quando Pellegrino s'affittò una macchina a Montelusa spiegò che la voleva col bagagliaio ca- piente?» «Sì» rispose Fazio. «E noi allora pensammo che ci doveva mettere le va- ligie?» «Sì.» «Sbagliando, perché le valigie le aveva lasciate nel villino.» «E che doveva metterci nel bagagliaio?» interven- ne Augello. «Il suo motorino. Ha affittato la macchina a Mon- telusa, ci ha infilato il motorino, è andato a Punta Raisi per la facenna dei biglietti aerei, è tornato a Montelusa, ha lasciato la macchina noleggiata e ha rag- giunto Vigàta in motorino.» «Non mi pare importante» osservò Mimi. «Invece lo è, importante. Macari perché ho saputo che una volta aveva messo il motorino nel bagagliaio dell'auto di Gargano.» «Sì, ma....» «Per ora lasciamo perdere questa storia del motori- no. Torniamo alla domanda: perché Gargano ha paga- to la costruzione del villino? Badate: ho saputo, e mi fido di chi me l'ha detto, che era una pirsona tirata, che ci badava a non gettare dinaro.» Augello parlò per primo. «Perché no per amore? Da quello che mi hai conta- to tu, il loro non era solo un rapporto di letto.» «E tu come la vedi?» spiò Montalbano a Fazio. «La spiegazione del dottor Augello potrebbe essere giusta. Ma non so pirchì, non mi pirsuade. Io pense- rei piuttosto a un ricatto.» «Per cosa?» «Mah, Pellegrino poteva minacciare a Gargano di ri- velare a tutti che avevano una relazione... che Pelle- grino era omosessuale....» Augello sbottò a ridere, Fazio lo taliò sorpreso. «Ma quanti anni hai, Fazio? Oggi come oggi il fat- to che uno è o non è omosessuale, grazie a Dio, non fotte niente a nessuno!» «Gargano ci teneva a non apparirlo» intervenne Montalbano. «Ma se la cosa rischiava di venire a gal- la, non credo che ne avrebbe fatto una tragedia. No, una minaccia di questo genere non avrebbe costretto un tipo come Gargano a cedere a un ricatto.» Fazio allargò le vrazza e rinunziò a difendere la sua ipotesi. E taliò fisso il commissario. Macari Augello si mise a taliarlo. «Che avete?» spiò Montalbano. «Abbiamo che tocca a te parlare» disse Mimi. «Va bene» fece il commissario. «Ma devo fare una premessa: il mio è un romanzo. Nel senso che non ho manco l'ùmmira di una prova di quello che dirò. E, co- me in tutti i romanzi, via via che lo si scrive, i fatti pos- sono pigliare una strata diversa e arrivare a conclusio- ni non pensate.» «D'accordo» disse Augello. «Partiamo da un punto certo: Gargano organizza una truffa che, di necessità, non può risolversi nel giro di una simanata, ma abbisogna di tempi lunghi. Non so- lo: deve mettere in piedi una vera e propria organiz- zazione con uffici, impiegati e via dicendo. Tra gli im- piegati che assume a Vigàta c'è un picciotto, Giacomo Pellegrino. Dopo qualche tempo, tra i due principia una storia. Una specie di innamoramento, non una mar- chettata qualsiasi. Chi me l'ha detto, ha aggiunto che, a malgrado cercassero d'ammucciarlo, il loro rapporto veniva fora da come si comportavano. Certi giorni si sorridevano, si cercavano e certi altri giorni si teneva- no il muso, evitavano di parlarsi. Proprio come fanno gli innamorati. E' così, Mimi, tu che di queste facenne ne capisci?» «Perché, tu no?» ribattè Augello. «Il bello è» proseguì Montalbano «che avete ragio- ne tutti e due. Una storia nata nell'ambiguità e prose- guita nell'ambiguità. Pellegrino è una testa parziale che....» «Fermo qua» disse Mimi. «Che significa?» «Per testa parziale intendo la testa di quelli che si occupano dei soldi. Non dell'agricoltura o del com- mercio o dell'industria o dell'edilizia o di quello che volete voi, ma dei soldi in sé. Del denaro in quanto tale, capiscono o intuiscono tutto, ora per ora, mi- nuto per minuto. Lo conoscono come se stessi, san- no come il denaro ha pisciato, come ha cacato, come ha mangiato, come ha dormito, come si è svegliato al matino, le sue giornate bone e le sue giornate tin- te, quando vuole figliare, cioè produrre altro dena- ro, quando gli vengono le manie suicide, quando vuole restare sterile, perfino macari quando vuole far- si una chiavata senza conseguenze. In parole ancora più povere, quando il denaro s'impennerà o quando andrà in caduta libera, come dicono quelli del tele- giornale che si occupano di queste cose. Queste te- ste parziali si chiamano, in genere, maghi della fi- nanza, grandi banchieri, grandi operatori, grandi speculatori. La loro testa funziona però solo in quel verso, per il resto sono sprovveduti, goffi, limitati, primitivi, perfino assolutamente stronzi, ma ingenui mai.» «Mi pare eccessivo questo ritratto» disse Augello. «Ah, sì? E secondo te non era una testa parziale quel- lo che finì impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra? E quell'altro che si finse rapito dalla mafia, si fece sparare a una gamba e andò a bersi un cafè av- velenato in càrzaro? Ma fammi il piacere!» Mimi non osò contraddire. «Torno a Giacomo Pellegrino» disse Montalbano. «E' una testa parziale che s'incontra con una testa an- cora più parziale della sua, vale a dire il ragioniere Ema- nuele Gargano. Questi ne intuisce a volo l'affinità elet- tiva. L'assume e comincia ad affidargli qualche inca- rico che si guarda bene di dare alle altre due impie- gate. Poi il rapporto tra Gargano e Pellegrino si tra- sforma, scoprono che la loro affinità elettiva non è li- mitata solo al denaro, ma si può allargare macari alla sfera affettiva. Ho detto che queste persone non so- no mai ingenue, ma ci sono diversi livelli di ingenuità. Diciamo che Giacomo è leggermente più furbo del ra- gioniere, ma questa leggera differenza basta e super - chia al picciotto.» «In che senso?» spiò Augello. «Nel senso che Giacomo deve avere scoperto quasi subito che nella "Re Mida" c'era qualcosa che non qua- trava, ma se l'è tenuta per sé, ripromettendosi però di seguire con attenzione le mosse, le operazioni del suo datore di lavoro. Principia ad accumulare dati, a sta- bilire connessioni. E macari, per il rapporto d'intimità che si era stabilito, capace che fa qualche domanda che può parere svagata e che invece mira a uno scopo pre- ciso che è quello di penetrare sempre più dintra alle in- tenzioni di Gargano.» «E Gargano è accussì innamorato del picciotto che non si mette mai in sospetto?» intervenne Fazio con ariata scettica «Hai fatto centro» disse il commissario. «Questo è il punto più delicato del romanzo che stiamo scriven- do. Vediamo di capire come agisce il personaggio Gar- gano. Ricordati che al principio ho detto che il loro rap- porto è segnato dall'ambiguità. Io sono persuaso che a un certo punto Gargano intuisce che Giacomo si sta pe- ricolosamente avvicinando a capire il marchingegno della sua truffa. Ma che può fare? Licenziarlo sareb- be peggio. E quindi fa, come si dice, u fissa pi nun jri a la guerra.» « Spera che Pellegrino si fermi al villino che si è fat- to regalare e non domandi altro?» fece Mimi. «In parte lo spera, perché non è certo se Giacomo lo stia ricattando o no: il picciotto probabilmente lo avrà con- vinto contandogli come sarebbe stato bello avere un lo- ro nido d'amore, un posto dove macari sarebbero potu- ti andare a vivere una volta che il ragioniere si fosse riti- rato dagli affari... Lo avrà tranquillizzato in questo sen- so. Tutti e due sanno, e non se lo dicono, come andrà a finire l'intera facenna. Gargano scapperà all'estero con i soldi e Giacomo, non risultando in nessun modo impli- cato nella truffa, si potrà godere il villino in pace.» «Ancora non arrinescio a capire perché disse allo zio che sarebbe partito per la Germania» fece, quasi a se stesso, Fazio. «Perché lo zio l'avrebbe detto a noi quando ci sa- remmo messi a cercare Gargano. E noi avremmo aspet- tato il suo ritorno senza indagare oltre. Poi si sarebbe appresentato con aria da innuccintuzzo a contarci che era andato sì in Germania, ma che era stato un ingan- no di Gargano per levarselo dai cabasisi dato che lui era l'unico in grado di capire, a tempo, che il ragioniere si preparava a tirare le reti. Ci avrebbe detto che nelle ban- che dove l'aveva spedito Gargano non aveva trovato una lira, Gargano non vi aveva mai fatto un deposito.» «Ma perché fare allora il mutuperio dei biglietti ae- rei?» insistette Fazio. «Per cautelarsi in ogni caso. Cautelarsi da tutti: da Gargano e da noi. Credetemi, Giacomo l'aveva pinsa- ta bona. Ma gli è capitato un imprevisto.» «Quale?» spiò Mimi. «Una revorborata in piena faccia non ti basta come imprevisto?» disse il commissario. Quattordici. «Vogliamo continuare domani con la seconda punta- ta? Sapete, mi vado addunando strata facendo che più che un romanzo è uno sceneggiato televisivo. Se l'aves- si scritto e stampato, questo romanzo, qualche critico avrebbe sicuramente detto accussì, macari aggiungendo "uno sceneggiato sì e non dei migliori." Allora?» La proposta di Montalbano suscitò la protesta dei due unici ascoltatori. Non poteva lamentarsi dei risultati del- l'auditel. Fu costretto ad andare avanti, dopo aver do- mandato, e ottenuto, una piccola pausa cafè. «Negli ultimi tempi però i rapporti tra Gargano e Pel- legrino appaiono deteriorati» ripigliò «ma questo non lo possiamo sapiri con certezza.» «Si potrebbe» asserì Augello. «Come?» « Spiandolo alla stessa persona che ti ha dato le altre informazioni.» «Non so dove sia, è partita per Palermo.» «Allora spialo alla signorina Cosentino.» «Posso farlo. Ma quella non si addunava di nenti, manco se Gargano e Pellegrino s'abbrazzavano e si va- savano sotto i suoi occhi.» «Va bene. Supponiamo che i loro rapporti si dete- riorano. Perché?» « Io non ho detto che si deteriorano, ho detto che ap- paiono deteriorati.» «Che differenza porta?» domandò Fazio. «La porta, eccome. Se si sciamano in presenza di ter- zi, se si dimostrano friddi e distanti, lo fanno perché si sono appaltati, stanno recitando.» «Macari in un romanzo sceneggiato questo mi sem- brerebbe macchinoso» disse ironico Mimi. «Se vuoi, le leviamo dalla sceneggiatura, le scene le tagliamo. Ma sarebbe uno sbaglio. Vedi, io penso che il picciotto, vedendo arrivare il momento della con- clusione della truffa, sia passato al ricatto esplicito. Vuo- le realizzare il massimo prima che Gargano sparisca. Gli domanda altri soldi. Il ragioniere però non glieli smol- la e questo lo sappiamo di sicuro perché tu, Fazio, hai detto che non risultano altri versamenti. E che fa al- lora Gargano sapendo che la fame di un ricattatore non finisce mai? Finge di cedere al ricatto e addirittura ri- lancia facendo una proposta al picciotto del quale si di- chiara sempre e malgrado tutto innamorato. Se ne scapperanno insieme all'estero coi soldi e vivranno fe- lici e contenti. Giacomo, che non si fida sino in fon- do, accetta a una condizione: che il ragioniere gli riveli in quali banche estere sono andati a finire i depositi del- la "ReMida." «Gargano gliele elenca con tutti i codici d'accesso e nello stesso tempo gli dice che è meglio se si fingono agli occhi di tutti sciamati o in cattivi rapporti accus- sì la polizia, quando si metterà a cercarlo dopo scoperta la truffa, non avrà motivo di pensare che se ne siano fujuti insieme. Sempre per questo motivo, dice anco- ra Gargano, dovranno raggiungere l'estero separata- mente. Forse scelgono macari la città straniera dove si ritroveranno.» «Ho capito il trucco di Gargano! » intervenne a que- sto punto Augello. «Ha dato a Giacomo le autentiche chiavi d'accesso ai conti. Il picciotto controlla e ha modo di vedere che il ragioniere non gli sta tirando un trainello. Gargano pensa infatti di trasferire i deposi- ti solo qualche ora prima di scomparire, tanto per fa- re queste cose oggi come oggi abbastano meno di una decina di minuti. E pensa macari di non farsi trovare all'appuntamento all'estero. E' così?» «Ci inzertasti, Mimi. Ma abbiamo stabilito che il no- stro Giacomino non è un fisso per queste facenne. Cer- tamente ha capito il piano di Gargano e lo tiene sot- to controllo col cellulare, chiamandolo in continuazione. E poi, quando arriva il momento, vale a dire il tren- tuno agosto, all'alba, telefona a Gargano e, minacciando di contare tutto alla polizia, lo costringe a venire a Vigà- ta a rotta di collo. Vuol dire che espatrieranno insie- me, dice Giacomo, è disposto a correre il rischio. Gar- gano a questo punto sa di non avere scelta. Si mette in macchina e parte, non servendosi della carta di cre- dito autostradale per non lasciare tracce. Arriva al punto stabilito che è già notte. Poco dopo spunta Gia- como col motorino che ha tenuto nella villetta. Delle valigie grandi se ne fotte, l'importante è la valigetta dove ha raccolto le prove della truffa. E i due s'in- contrano.» «Posso contare il finale?» s'intromise Fazio. E con- tinuò: «I due hanno una discussione e Gargano, vistosi perso perché capisce che il picciotto oramà lo tiene in pugno, scoccia il revorbaro e gli spara.» «In faccia» precisò Augello. «E' importante?» «Sì. Quando si spara in faccia a uno è quasi sempre per odio, perché si vuole cancellarla.» «Non credo che ci sia stata una discussione» fece Montalbano. «Gargano ha avuto tutto il tempo che ci voleva da Bologna fino a qua in auto per ragionare sul- la posizione pericolosa nella quale si era venuto a tro- vare. E arrivare alla conclusione che il picciotto dove- va essere ammazzato. Certo, capisco che una violenta azzuffatina, macari sul ciglio dello sbalanco, ora ri- schia di cadere uno ora l'altro, con Giacomo che ten- ta di disarmare a Gargano e sotto il mare in tempesta, potrebbe arrinesciri bene in televisione, trovando ma- cari il giusto commento musicale. Purtroppo penso che appena Gargano ha visto arrivare Giacomo gli ha spa- rato. Non aveva tempo da perdere.» «Perciò secondo te l'ha ammazzato fora dalla mac- china?» «Certo. Poi lo piglia e l'assistema al posto allato del guidatore, il catafero scivola di lato, si mette per lon- go sui due sedili. Ecco perché quando passa il profes- sor Tommasino non vede il morto e pensa che la mac- china sia vacante. Gargano rapre il bagagliaio, tira fo- ra la sua valigia (che macari si sarà portato appresso ad ogni buon conto, come oggetto di scenografia, per di- mostrare, se ce ne fosse stato bisogno, che era pronto a partire), al suo posto ci mette il motorino dopo aver- ne rapruto il bauletto e pigliato la valigetta coi docu- menti, la sua valigia invece la colloca sui sedili di darré. A questo punto arriva il professor Tommasino, Gargano gioca con lui ad ammuccia-ammuccia, aspetta che quel- lo si allontani, poi inserra gli sportelli e si mette ad am- muttare la sua macchina fino a quando non precipita di sotto. Immagina, e immagina giusto, che ci sarà qualche stronzo che incomincerà a cercare il suo cata- fero, fattosi pirsuaso che si tratta della vendetta della mafia. Con la valigetta in mano, dopo manco un quar- to d'ora è su una strada dove passano macchine. Do- manda un passaggio a qualcuno che macari paga pro- fumatamente perché non parli.» «Finisco io» fece Mimi. «Ultima inquadratura. Mu- sica. Vediamo su una strata longa e dritta....» «Ce ne sono in Sicilia?» spiò Montalbano. «Non ha importanza, la scena la giriamo in continente e facciamo finta, col montaggio, che si trovi da noi. La macchina si allontana sempre di più, addiventa un puntolino. Fermo immagine. Appare una scritta: "E co- sì il male trionfa e la giustizia va a pigliarsela nel cu- lo." Titoli di coda.» «Non mi piace questo finale» disse Fazio serio serio. «Manco a mia» commentò Montalbano «Ma ti de- vi rassegnare, Fazio. Le cose stanno proprio accussì. La giustizia, di questi tempi, può andare a pigliarsela in culo. Bah, lassarne perdiri.» Fazio apparse ancora più incuputo. «Ma nenti nenti possiamo fare contro Gargano?» «Vai a contare il nostro sceneggiato a Guarnotta e vedi che ti dice.» Fazio si susì, fece per nesciri e andò a sbattere con- tro Catarella che stava trasendo affannatissimo e giar- no in faccia. «Matre santa, dottori! Il signori e Quistori ora ora chiamò! Maria chi scanto che mi piglio ogni volta ca tilifona!» «Voleva a mia?» «Nonsi, dottori.» «A chi voleva allora?» «A mia, dottori, a mia! Matre santa, le gambe di ri- cotta mi sento! Mi acconsente d'assittarmi?» «Assettati. Perché voleva a tia?» «Donchi. Sguilla il tilifono. Io assullevo e arrispon- no ca sugnu pronto. E allura sento la voci del signori e Quistori. "Sei tu, Santarella?" mi fa lui. "In pirso- na pirsonalmenti" ci faccio io. "Riferisci questo al commissario" mi fa lui. "Non ci sta" ci faccio io sapenno che vossia non ci avi gana di parlari con esso di lui. "Non importa. Digli che accuso ricevuta" mi fa lui. E sinni va. Dottori, pirchì il signori e Quistori accusa la rice- vuta? Chi ci fici, la ricevuta? L'offisi?» «Lascia perdere, non ti preoccupare. Se la piglia con la ricevuta, non con tia. Calmati.» Il signori e Quistori, come lo chiamava Catarella, vo- leva offrirgli un decoroso armistizio? Ma avrebbe do- vuto essere esso di lui, il signori e Quistori, a doman- darlo e non a proporlo. Tornato a casa a Marinella, trovò sul tavolino della cu- cina il pullover che gli aveva regalato Livia e allato un biglietto di Adelina la quale scriveva che, essendo pas- sata nel doppopranzo per dare una puliziata alla casa, ave- va scoperto il pullover sull'armuar. Aggiungeva che, avendo trovato al mercato dei merluzzi boni, glieli ave- va preparati bolliti. Bastava condirli con oglio, limone e sale. Che fare col pullover? Dio, quant'è difficile far scomparire un corpo di reato! Lui, quel pullover, l'ave- va rimosso, sarebbe potuto restare in eterno dove l'aveva gettato. E invece eccolo qua. L'unica era scavare nella rena. Ma si sentiva stanco. Allora pigliò il pullover e lo scagliò nuovamente al posto di prima, difficilmente Ade- lina nei giorni seguenti avrebbe smirciato di nuovo so- pra all'armuar. Squillò il telefono. Era Nicolò che l'av- vertiva di raprire la televisione. C'era una edizione straordinaria alle nove e mezzo. Taliò il ralogio, man- cavano una quinnicina di minuti. Andò in bagno, si sve- stì, si diede una rapida lavata, s'assistimò in poltrona. I merluzzi se li sarebbe mangiati dopo il telegiornale. Finita la sigla, apparsero immagini che parevano quelle di una pellicola americana. Una grossa automo- bile malandata assumava lentamente dalle acque, men- tre la voce di Zito spiegava che il difficile recupero del- l'auto era avvenuto poco prima del tramonto. Ora si vedeva l'auto depositata supra il pontone e omini che la liberavano dai cavi d'acciaio coi quali era stata im- bragata. Poi apparse la faccia di Guarnotta. «Dottore Guarnotta, ci vuole cortesemente dire cosa avete trovato all'interno della macchina di Gargano?» «Sul sedile posteriore, una valigia contenente effet- ti personali dello stesso Gargano.» «E nient'altro?» «Nient'altro.» E questo confermava che il ragioniere si era porta- to appresso la preziosa valigetta ch'era appartenuta a Giacomo. «Le ricerche del cadavere di Gargano proseguiranno?» «Posso annunziare ufficialmente che le ricerche so- no concluse. Siamo più che convinti che il cadavere di Gargano sia stato trascinato al largo dalla corrente.» E accussì s'addimostrava che Gargano l'aviva pinsata bo- na sulla sua messinscena, uno stronzo disposto a crederci ci sarebbe stato. Eccolo lì, l'emerito dottor Guarnotta. «Corre voce, e noi la riferiamo per dovere di crona- ca, che tra Pellegrino e Gargano ci fosse un rapporto particolare. Vi risulta?» «Anche a noi è giunta questa voce. Stiamo facendo ricerche in questo senso. Se risultasse vera, sarebbe im- portante.» «Perché, dottore?» «Perché spiegherebbe come mai Gargano e Pelle- grino siano convenuti in ore notturne in questo po- sto solitario e poco frequentato. Erano qui, come di- re, per appartarsi. E qui sono stati uccisi da chi li ave- va seguiti.» Non c'era niente da fare, Guarnotta era ammin- chiato con il pupo. Mafia doveva essere e mafia era. «Abbiamo avuto modo un'oretta fa di parlare per te- lefono col dottor Pasquano che ha terminato l'autopsia sulla salma di Giacomo Pellegrino. Ci ha detto che il giovane è stato ucciso con un colpo solo, sparato a di- stanza ravvicinata, che lo ha colpito proprio in mezzo agli occhi. Il proiettile non è fuoriuscito, è stato pos- sibile recuperarlo. Il dottor Pasquano dice che si trat- ta di un'arma di piccolo calibro.» Zito si fermò, non aggiunse altro. Guarnotta fece la faccia imparpagliata. «Ebbene?» «Ecco, non le pare un'arma anomala per la mafia?» Guarnotta fece un risolino di compatimento. «La mafia adopera qualsiasi arma. Non ha prefe- renze. Dal bazuka alla punta di uno stuzzicadenti. Lo tenga presente.» Si vide la faccia alloccuta di Zito. Evidentemente non arrinisciva a spiegarsi come uno stuzzicadenti potesse addivintare un'arma letale. Montalbano astutò il televisore. «Tra queste armi, caro Guarnotta» pinsò. «Ci sono macari quelli come a tia, giudici, poliziotti e carrabbi- nera che vedono la mafia quando non c'è e non la ve- dono quando c'è.» Ma non voleva farsi pigliare dalla raggia. Si susì. I mirluzzeddri lo stavano aspittando. Decise d'andarsi a corcare presto, accussì avrebbe avu- to modo di leggere tanticchia. Si era appena stinnic- chiato che squillò il telefono. «Amore? Qui è tutto sistemato. Domani dopopranzo prendo un aereo. Sarò a Vigàta verso le otto di sera.» «Se mi dici l'ora giusta, vengo a prenderti a Punta Raisi. Non ho molto da fare, verrei con piacere.» «Il fatto è che ho ancora qualche impiccio con l'uffi- cio. Non so a che ora riuscirò a partire. Non ti preoccu- pare, piglio il pullman. Quando torni, mi troverai a casa.» «Va bene.» «Cerca di tornare presto, non fare al solito tuo. Ho proprio tanta voglia di stare con te.» «Perché, io no?» L'occhio, istintivamente, gli corse a sopra l'armuar dove ci stava il pullover. In matinata, prima di andare al commissariato, avrebbe dovuto sotterrarlo. E se Livia gli avesse spiato dov'era andato a finire il suo regalo? Avreb- be fatto finta di mostrarsi sorpreso e accussì Livia avreb- be finito col sospettare di Adelina che detestava, ricam- biata. Poi, senza quasi rendersene conto, pigliò una seg- gia, l'accostò all'armuar, ci acchianò supra, tastiò con la mano fino a quando non trovò il pullover, l'affirrò, scinnì dalla seggia, la rimise a posto, agguantò il pullover con le due mani, arriniscì a fatica a fargli uno strappo, lo pi- gliò a muzzicuna, ci fece uno, due, tri pirtusa, si armò di coltello, lo trafisse con cinque o sei colpi, lo jttò 'n ter- ra, lo pistiò con i piedi. Un vero assassino in preda a un raptus omicida. Infine lo lassò sul tavolo di cucina per ricordarsi di sotterrarlo la matina appresso. E tutto 'nzemmula si sentì profondamente ridicolo. Perché si era lasciato assugliare da quella stupida furia incontrollata? Forse perché l'aveva rimosso completamente e invece, con prepotenza, il pullover gli era stato fatto ricomparire da- vanti? Ora che era passato lo sfogo, non solo si trovò ri- dicolo, ma gli venne una specie di malinconico rimorso. Povera Livia, che glielo aveva accattato e regalato con tan- to amore! E fu allora che in testa gli venne un paragone assurdo, impossibile. Come si sarebbe comportata la si- gnorina Mariastella Cosentino alle prese con un pullover regalatole da Gargano, l'uomo che amava? Anzi no, che adorava. A tal punto da non vedere, o non voler vede- re, che il ragioniere non era altro che un truffatore ma- scalzone che se ne era scappato coi soldi e che per non doverli dividere aveva a sangue friddo ammazzato un omo. Non ci avrebbe creduto, oppure avrebbe rimosso. Per- ché non aveva reagito quando lui si era inventato, per cal- mare il poviro geometra Garzullo, che la televisione ave- va detto che Gargano era stato arrestato? Lei non ave- va la televisione in casa, era in qualche modo logico che credesse a quanto diceva Montalbano. E invece nenti, im- mobile, manco un sussulto, un sospiro. Suppergiù aveva fatto lo stesso quando era andato a portarle la notizia del ritrovamento del cadavere di Pellegrino. Sarebbe dovu- ta cadere nella disperazione supponendo che la stessa sor- te era toccata all'adorato ragioniere. E invece, macari sta- volta, era stato quasi lo stesso. Si era trovato a parlare con qualcosa di assai simile a una statua con gli occhi sgrid- drati. La signorina Mariastella Cosentino si comportava come se... Sonò il telefono. Ma era mai possibile che in quella casa non si arriniscisse a pigliare sonno in pace? E poi era tardo, quasi l'una. Santianno, sollevò la cornetta. «Pronto? Chi parla?» spiò con una voce che avreb- be fatto scantare un brigante di passo. «Ti ho svegliato? Sono Nicolò.» «No, ero ancora vigliante. Ci sono novità?» «Nessuna, ma ti voglio contare una cosa che ti met- terà di buonumore.» «Ce ne vuole.» «La sai qual è la teoria che il PM Tommaseo ha tirato fora in un'intervista che gli ho fatto? Che non è stata la mafia ad ammazzare i due come afferma Guarnotta.» «Allora chi è stato?» « Secondo Tommaseo, un terzo uomo geloso che li ha colti sul fatto. Che te ne pare?» «A Tommaseo, appena c'è di mezzo tanticchia di ses- so, la fantasia gli parte per la tangente. Quando la mandi in onda?» «Mai. Il Procuratore Capo, saputa la cosa, mi ha te- lefonato. Era impacciato, povirazzo. E io gli ho dato la mia parola che non avrei reso pubblica l'intervista.» Lesse tre pagine scarse di Simenon, ma, per quanto si sforzasse, non arriniscì a procedere oltre, aveva trop- po sonno. Astutò la luce e sinni calumò di subito in un sogno chiuttosto sgradevole. Era sott'acqua nuova- mente, vicino all'auto di Gargano, e vidiva il corpo di Giacomo dintra all'abitacolo che si cataminava come un astronauta senza piso, accennava a una specie di dan- za. Poi una voce arrivava dall'altra parte dello scoglio. «Cucù! Cucù!» Si voltava di scatto e vedeva il ragioniere Gargano. Morto macari lui e da gran tempo, la faccia cummigliata da lippo verde, alghe che gli si attorcigliavano alle braccia, alle gambe. La corrente lo faceva ruotare len- tamente su se stesso come se fosse infilato in uno spie- do e messo sul girarrosto. Ogni volta che la faccia, o quello che era, di Gargano si veniva a trovare rivolta verso Montalbano, rapriva la vucca e faci va: «Cucù! Cucù!» S'arrisbigliò emergendo con fatica dal sogno, tutto sudato. Addrumò la luce. Ed ebbe l'impressione che un'altra luce, violenta e rapida come un lampo, gli fos- se per un attimo esplosa nel ciriveddro. Completò la frase interrotta dalla telefonata di Zito: la signorina Mariastella Cosentino si comportava come se sapesse perfettamente dove era andato ad ammuc- ciarsi il ragioniere Gargano. Quindici. Dopo quel pinsèro, arriniscì a dormiri picca e nenti. Pi- gliava sonno e manco passava una mezzorata che s'arri- sbigliava e di subito la mente gli correva a Mariastella Co- sentino. Di due dei tre impiegati della «Re Mida» era ar- rinisciuto a farsi preciso concetto, macari se a Giacomo non l'aveva mai visto se non da morto. Alle sette si susì, mise la cassetta che gli avevano preparato a «Retelibera» e se la taliò attentamente. Mariastella vi compariva due volte in occasione dell'inaugurazione dell'agenzia a Vigà- ta e tutte e due le volte allato a Gargano. E lei che se lo taliava, adorante. Un amore a prima vista, dunque, che col passare del tempo sarebbe diventato totale, assoluto. Doveva parlare con la picciotta e aveva una buona scu- sa. Dato che le sue supposizioni venivano via via con- fermate dai fatti, le avrebbe domandato se i rapporti tra Gargano e Pellegrino negli ultimi tempi apparivano tesi. Se avesse detto di sì, macari questa supposizione, vale a dire che i due si erano appaltati per fingersi sciamati, si sarebbe rivelata inzertata. Ma prima di andarla a trova- re, decise che aveva bisogno di saperne di più su di lei. Arrivò in commissariato verso le otto e subito chiamò Fazio. «Voglio notizie su Mariastella Cosentino.» «O Gesù biniditto!» fece Fazio. «Perché ti meravigli?» «Certo che mi devo ammaravigliare, dottore! Quel- la pare viva, ma inveci morta è! Che vuole sapere?» «Se su di lei in paìsi corrono o sono corse voci. Che ha fatto o dove ha travagliato prima d'impiegarsi da Gar- gano. E che gente erano suo patre e sua matre. Dove vive e che abitudini ha. Sappiamo, per esempio, che non ha la televisione, ma il telefono sì.» «Quanto tempo ho?» «Massimo alle undici mi vieni a riferire.» «Va bene, dottore, però lei mi deve fare un favore.» «Se posso, volentieri.» «Può, dottore, può.» Niscì, tornò con sulle vrazza una quintalata di car- te da firmare. Alle undici spaccate Fazio tuppiò alla porta, trasì. Il commissario l'accolse con soddisfazione: era arrivato a firmare tre quarti delle pratiche e aveva il braccio an- chilosato. «Pigliati le carte e portatele via.» «Macari quelle non firmate?» «Macari quelle.» Fazio le pigliò, le portò nella sua càmmara, tornò. «Ho saputo picca» fece assittandosi. Tirò fora dalla sacchetta un foglio scritto fitto. «Fazio, una premessa. Ti scongiuro di dare il meno sfogo possibile al tuo complesso dell'anagrafe. Dimmi solo le cose essenziali, non mi fotte niente sapere la da- ta esatta e dove si sono maritati il patre e la matre di Mariastella Cosentino. D'accordo?» «D'accordo» disse Fazio facendo il muso storciuto. Lesse il foglio due volte, poi lo ripiegò e se lo rimi- se in sacchetta. «La signorina Cosentino è sua coetanea, dottore. E' nata qua nel febbraio del 1950. Figlia unica. Suo pa- dre era Angelo Cosentino, commerciante in legnami, persona onesta, stimata e rispettata. Apparteneva a una delle più antiche famiglie di Vigàta. Quando nel '43 ar- rivarono gli americani, lo fecero sindaco. E sindaco è restato fino al 1955. Poi non ha voluto fare più poli- tica. La matre, Carmela Vasile-Cozzo....» «Come hai detto?» fece Montalbano che fino a quel momento l'aveva seguito distrattamente. «Vasile-Cozzo» ripeté Fazio. Vuoi vedere che c'era parentela con la signora Cle- mentina? Se c'era, tutto sarebbe stato più facile. «Aspetta un momento» disse a Fazio. «Devo fare una telefonata.» La signora Clementina si mostrò felice di sentire la voce di Montalbano. «Da quand'è che non viene a trovarmi, malaconnutta che non è altro?» «Mi deve perdonare, signora, ma il lavoro... Senta, signora, lei per caso era parente di Carmela Vasile-Coz- zo, la madre della signorina Mariastella?» «Certo. Prime cugine, figlie di due fratelli. Perché mi fa questa domanda?» « Signora Clementina, le porto disturbo se passo a tro- varla?» «Lei sa benissimo quanto piacere mi fa vederla. Pur- troppo non posso invitarla a pranzo, ci sono mio figlio, sua moglie e il nipotino. Ma se vuole passare verso le quattro del pomeriggio....» «Grazie. A più tardi.» Riattaccò, taliò Fazio pinsiroso. «Sai che ti dico? Che non ho più bisogno di tia. Con- tami solo se su Mariastella corrono voci.» «Che voci vuole che corrano? Salvo il fatto che era innamorata cotta di Gargano. Ma dicono macari che tra di loro di concreto non c'è stato nenti.» «Va bene, puoi andare.» Fazio niscì murmuriandosi. «Una matinata sana mi fici perdiri stu santu cristia- nu!» Alla trattoria «San Calogero» mangiò accussì svo- gliatamente che macari il proprietario se ne addunò. «Che abbiamo, pinsèri?» «Qualcuno.» Niscì e se ne andò a farsi una passiata sul molo sino a sotto il faro. S'assittò al solito scoglio, s'addrumò una sigaretta. Non voleva pinsare a nenti, voleva solo starsene lì, a sentire lo sciacquio del mare tra gli scogli. Ma i pinsè- ri vengono macari se fai di tutto per tenerli lontani. Quello che gli venne, riguardava l'àrbolo d'aulivo ch'e- ra stato abbattuto. Ecco, gli restava solo lo scoglio ora, come rifugio. Si trovava all'aria aperta, certo, ma di colpo ebbe una curiosa sensazione di mancanza d'a- ria, come se lo spazio della sua esistenza si fosse im- provvisamente ristretto. E di molto. La signora Clementina principiò a parlare dopo che, assittati in salotto, si erano pigliati il cafè. «Mia cugina Carmela si maritò giovanissima con Angelo Cosentino che era colto, gentile, disponibile. Ebbero solo una figlia, Mariastella. E' stata mia allie- va, aveva un carattere particolare.» «In che senso?» «Nel senso che era molto chiusa, riservata, quasi scon- trosa. A Parte questo, era anche molto formalista. Si diplomò ragioniera a Montelusa. Il fatto di avere per- so la madrequando aveva solo quindici anni credo che abbia inciso assai negativamente su di lei. Da quel momento si dedicò al padre. Non usciva più nemme- no di casa.» «Economicamente stavano bene?» «Non erano ricchi, ma non credo fossero nemmeno poveri. Dopo cinque anni dalla morte di Carmela, morì macari Angelo. Quindi Mariastella aveva vent'anni, non era più una picciliddra. Ma si comportò come tale.» «Che fece?» «Bene, quando seppi che Angelo era morto, andai a trovare Mariastella. Con me c'era altra gente, uomini, fimmini. Mariastella ci si fece incontro, vestita come al solito, non aveva pigliato il nero manco quando la madre era morta. Io, che ero la parente più stritta, l'ab- bracciai, la confortai. Lei si staccò da me e mi taliò: "chi è morto?" mi spiò. Aggelai, amico mio. Non voleva per- suadersi che suo padre era morto. La questione andò avanti....» «...per tre giorni» disse Montalbano. «Come lo sa?» spiò la signora Clementina Vasile-Coz- zo imparpagliata. Il commissario la taliò più imparpagliato di lei. «Mi crede se le dico che non lo so?» «Durò tre giorni, appunto. Ci mettemmo tutti a cer- care di persuaderla: il parrino, il dottore, io, quelli dell'impresa funebre. Niente da fare. La salma del po- vero Angelo stava lì, sul suo letto, e Mariastella non si persuadeva di lasciarlo ai becchini. Allora....» «... proprio quando avevate deciso di ricorrere alla forza, cedette» disse Montalbano. «Beh» fece la signora Vasile-Cozzo. «Se lei la storia la sa già, perché vuole che io gliela riconti?» «Mi creda, non la so» fece il commissario a disagio. «Ma è come se questa storia mi fosse già stata contata. Solo che non riesco a ricordare né come né dove né perché. Vuole che facciamo un esperimento? Se io le domando ora: "pensaste allora che Mariastella era pazza?", cono- sco già la sua risposta: "non pensammo che era pazza, pen- sammo che era spiegabile che si comportasse così."» «Già» fece la signora Clementina sorpresa «pen- sammo proprio questo. Con tutte le sue forze, Maria- stella rifiutava la realtà, rifiutava d'essere un'orfana, priva di qualcuno al quale potersi appoggiare.» Ma Dio santo, come faceva a conoscere persino i pen- sieri dei protagonisti di quella storia? Verso il 1970 suo padre e lui mancavano da anni da Vigàta, non ci ave- vano parenti o amici, in quel tempo tra l'altro studia- va a Catania. Quindi quella facenna non era stata man- co vissuta da qualcuno che vi aveva direttamente par- tecipato. E allora come si spiegava? «E poi che successe?» spiò. «Per qualche anno Mariastella campò con quel poco che le aveva lasciato il padre. Poi un parente riuscì a tro- varle un posto a Montelusa. Vi lavorò fino a quaranta- cinque anni. Ma non frequentava più nessuno. A un cer- to momento si licenziò. Spiegò, ora non ricordo a chi, che si era licenziata perché si scantava della strada che doveva fare ogni giorno per andare e tornare da Mon- telusa. Il traffico era troppo aumentato, s'innervosiva.» «Ma non sono manco dieci chilometri.» «Che vuole che le dica. E a chi le fece osservare che pure per andare da casa sua in paese doveva farsela in macchina, rispose che su quella strada si sentiva più si- cura perché la conosceva.» « E come mai decise di tornare a impiegarsi? Aveva bisogno?» «No. In tutto il tempo che aveva lavorato a Monte- lusa, era riuscita macari a mettere qualcosa da parte. E in più credo avesse una piccola pensione. Piccola, ma a lei bastava e superchiava. No, s'impiegò perché fu Gar- gano ad andarla a cercare.» Montalbano satò addritta dalla poltrona, parse un ar- co scoccato. La signora Vasile-Cozzo sussultò per la rea- zione del commissario, portò una mano al cuore. «Si conoscevano da prima?» «Commissario, si calmi, a momenti mi faceva veni- re un infarto.» «Mi scusi» fece Montalbano tornando ad assittarsi. «Io sapevo che era stata lei a presentarsi a Gargano.» «No, la cosa andò così. La prima volta che Emanuele Gargano venne a Vigàta, domandò di Angelo Cosen- tino, spiegando che suo zio, quello che viveva a Mila- no e che gli aveva fatto da padre, gli aveva racconta- to che Angelo, quand'era sindaco, l'aveva tanto aiuta- to sino a salvarlo dal fallimento. Infatti io stessa mi ri- cordo che fino agli anni cinquanta c'era un rappresen- tante di commercio che si chiamava Filippo Gargano. Dissero a Gargano che Angelo era morto e che della famiglia restava solamente una figlia, Mariastella. Gar- gano insistette per conoscerla, le offrì un impiego e lei accettò.» «Perché?» «Vede, commissario, venne Mariastella stessa a dir- mi di quest'impiego. E' stata l'ultima volta che l'ho vi- sta, poi non è più venuta a trovarmi. Del resto, dalla morte del padre ci siamo incontrate sì e no una deci- na di volte. La risposta è semplice, commissario: si era ingenuamente e perdutamente innamorata di Gargano. Era evidente da come me ne parlò. E non mi risulta che Mariastella abbia mai avuto un fidanzato. Poveri- na, lei la conosce....» «Perché?» ripeté Montalbano. La signora Clementina lo taliò strammata. «Non mi ha sentito? Mariastella si era....» «No, mi domandavo perché un mascalzone come Gargano l'abbia assunta. Per riconoscenza? Ma via, Gar- gano è un lupo. Scannerebbe gli appartenenti al suo stes- so branco. Aveva tre impiegati a Vigàta. Uno, quello che è stato ammazzato, era un furbo, competentissimo nel suo mestiere, che però si faceva passare per in- competente o quasi. Ma Gargano aveva subito capito com'era fatto. L'altra è una bellissima ragazza. E ma- cari in questo caso si può capire la ragione. Ma Ma- riastella?» «Per tornaconto» disse la signora. «Per puro torna- conto. Anzitutto perché agli occhi del paese sarebbe ap- parso come un uomo che non si scordava di chi lo ave- va, direttamente o indirettamente, beneficato. E che quel beneficio ripagava in qualche modo con l'assun- zione di Mariastella. Non era una bella facciata per un truffatore? E poi perché avere sottomano una fìmmi- na innamorata fa sempre comodo a un uomo, truffa- tore o no.» Gli pareva di ricordare che l'agenzia chiudeva alle cin- que e mezzo. Chiacchiariando con la signora Clemen- tina, non si era addunato del tempo. Ringraziò, salutò, promise che sarebbe tornato presto, salì in macchina, partì. Vuoi vedere che trovava l'agenzia inserrata? Quando arrivò all'altezza della «Re Mida» vide che Ma- riastella aveva già chiuso il portone e che stava arri- miscando nella borsetta, evidentemente in cerca delle chiavi. Trovò quasi subito un posto. Parcheggiò e scinnì dalla macchina. E tutto principiò ad essere come quan- do in una pellicola adoprano il rallentatore. Mariastel- la stava traversando la strada, la testa calata, senza ta- liare né a dritta né a manca. E tutt'inzemmula si fermò, proprio quando stava sopraggiungendo una macchina. Montalbano sentì la frenata, vide l'auto lentissima- mente pigliare in pieno la fìmmina, farla cadere, sem- pre con estrema lentezza. Il commissario si mise a cor- rere e tutto tornò al suo ritmo naturale. L'investitore scinnì, si calò su Mariastella ch'era stinnicchiata 'n terra, ma si cataminava, cercando di rial- zarsi. Di corsa stavano venendo altre persone. L'inve- stitore, un omo piuttosto distinto, sissantino, era scan- tato a morte, giarno giarno. «Si è fermata di colpo! Io pensavo che....» « Si è fatta molto male? » spiò Montalbano a Maria- stella, aiutandola a rialzarsi. E rivolto agli altri: «Andate via! Non è successo niente di grave!» I sopravvenuti, che avevano riconosciuto il com- missario, si allontanarono. L'investitore invece non si mosse. «Che vuole?» gli spiò Montalbano mentre si calava a pigliare la borsetta da terra. «Come che voglio? Voglio accompagnare la signora all'ospedale!» «Non vado all'ospedale, non mi sono fatta niente» disse decisa Mariastella taliando il commissario per averne l'appoggio. «E no!» fece il signore. «Quello che è capitato non è capitato per colpa mia! Io voglio un referto medico!» «E perché?» spiò Montalbano. «Perché poi, alla scordatina, la signora qua presen- te capace che se ne esce dicendo che ha subito frattu- re multiple e io mi vengo a trovare nei guai coll'assi- curazione!» «Se non si leva dai cabasisi entro un minuto» disse Montalbano «io le spacco la faccia con un cazzotto e lei poi mi porta il referto medico.» L'omo non sciatò, trasì in auto, partì sgommando, cosa che macari non aveva mai fatto in vita so, ma che stavolta lo scanto gli faceva fare. «Grazie» fece Mariastella pruiendogli la mano. «Buo- nasera.» «Che vuole fare?» «Piglio la macchina e me ne torno a casa.» «Non se ne parla nemmeno! Lei non è in condizio- ni di guidare. Non si accorge che sta tremando?» «Sì, ma è normale. Tra poco passa.» «Senta, io le ho dato una mano a non farla andare all'ospedale. Ma ora deve fare quello che dico io. A ca- sa l'accompagno con la mia macchina.» «Sì, ma domani mattina come vengo in ufficio?» «Le prometto che entro stasera uno dei miei uomi- ni le riporterà la sua auto davanti alla porta di casa. Mi dia ora le chiavi, così non ce ne scordiamo. E' la Cin- quecento gialla, no?» Mariastella Cosentino tirò fora le chiavi dalla borset- ta, le pruì al commissario. Si diressero verso l'auto di Mon- talbano, Mariastella strascicava tanticchia la gamba man- cina e teneva la spalla della stessa latata tutta isata, una posizione che forse le faceva provare meno dolore. «Vuole mettersi sottobraccio?» «No, grazie.» Cortese e ferma. Se avesse pigliato il braccio del commissario, cosa avrebbe potuto pinsare la gente a ve- derla in tanta confidenza con un omo? Montalbano le tenne aperto lo sportello e lei trasì con cautela, lenta. Evidentemente aveva pigliato una brutta botta. Domanda: quale sarebbe stato il dovere del com- missario Montalbano? Risposta: accompagnare l'infortunata all'ospedale. Domanda: perché allora non lo faceva? Risposta: perché in realtà il dottor Salvo Montalba- no, un verme sotto le mentite spoglie di commissario di polizia, voleva approfittare di questo momento di tur- bamento della signorina Mariastella Cosentino per ab- batterne le difese e sapere tutto di lei e dei suoi rap- porti con Emanuele Gargano, truffatore e assassino. «Dove le fa male?» le spiò Montalbano mettendo in moto. «A un fianco e alla spalla. Ma è stata la caduta.» Voleva dire che la macchina del sissantino le aveva dato solo un forte ammuttuni, sbattendola 'n terra. La violenza della caduta sulle bàsole della strata le aveva fatto danno. Ma non grave, l'indomani a matino si sa- rebbe arrisbigliata col fianco e la spalla di un bel colo- re blu-verdastro. «Mi guidi lei.» E Mariastella lo guidò fino a fora Vigàta, facendo- gli pigliare una strata dove a dritta e a mancina si ve- devano non case, ma rare vecchie ville solitàrie, alcu- ne delle quali in stato d'abbandono. Il commissario non era mai stato da quelle parti, ne era certo, perché lo me- ravigliava il fatto di venirsi a trovare in un posto rimasto come bloccato a prima della speculazione edilizia, del- la cementificazione selvaggia. Mariastella dovette ca- pire la meraviglia del commissario. «Queste ville che vede sono state costruite tutte nella seconda metà dell'ottocento. Erano le case di campagna dei vigatesi ricchi. Abbiamo rifiutato offer- te miliardarie. La mia è quella lì.» Montalbano non isò gli occhi dalla strata, ma sape- va che era una grossa casa quadrata che era stata una vol- ta bianca, decorata da spire e balconi a volute nella pe- sante levità dello stile anni 1870... Finalmente isò gli occhi, la taliò, la vide, era come aveva pensato, anzi meglio, la casa coincideva perfet- tamente, una stampa e una figura, a come gli era sta- to suggerito di pinsarla. Ma suggerito da chi? Possibi- le che quella casa l'avesse già vista? No, era certo. «Quando è stata costruita?» spiò, timoroso della ri- sposta. «Nel 1870» disse Mariastella. Sedici. «Al piano di sopra sono anni e anni che non salgo più» disse Mariastella mentre rapriva il pesante portone. «Io mi sono sistemata al piano terra.» Il commissario notò le pesanti inferriate alle finestre. Quelle del piano superiore erano invece chiuse dalle per- siane di un colore oramai indefinibile con molte listel- le mancanti. L'intonaco era scrostato. Mariastella si voltò. «Se vuole entrare un momento....» Le parole erano un invito, ma gli occhi della fìmmi- na dicevano tutto il contrario, dicevano: «Per carità, vattene, lasciami sola e in pace.» «Grazie» disse Montalbano. E trasì. Attraversarono una vasta anticamera disa- dorna, poco illuminata, da cui una scalinata saliva ver- so tenebre ancora più fitte. Odorava di polvere e di ab- bandono: un odore chiuso e muffito. Mariastella gli ra- prì la porta del salotto. Era addobbato di mobilia pe- sante e rivestita di cuoio. Quella specie di incubo che aveva già patuto ascoltando il racconto della signora Clementina ora addiventava sempre più opprimente. Dintra al suo ciriveddro una voce sconosciuta disse: "ora cerca il ritratto." Obbedì. Si taliò torno torno e lo vide sopra un tangèr, in un portaritratti patinato coi suoi fregi dorati, un ritratto a pastello di un uomo an- ziano, coi baffi. «Quello è suo padre?» spiò, certo e nello stesso tem- po scantato della risposta. «Sì» disse Mariastella. E fu allora che Montalbano capì che non poteva più tirarsi narrè, che doveva addentrarsi ancora di più in quell'impiegabile zona scura che stava tra la realtà e quello che la sua testa stessa gli andava suggerendo, una realtà che si creava mentre la pensava. Sentì che di colpo gli era venuta la febbre, gli acchianava di mi- nuto in minuto. Che gli stava capitando? Non credeva alle magarìe, ma in quel momento ci voleva molta fi- ducia nella propria ragione per non crederci, per man- tenersi coi piedi per terra. Si addunò che stava su- dando. Gli era successo, anche se raramente, di vedere per la prima volta un posto e provare la sensazione di es- serci già stato o di rivivere situazioni in precedenza vis- sute. Ma ora si trattava di qualcosa di assolutamente diverso. Le parole che gli tornavano a mente non gli erano state dette, non gli erano state contate, pro- nunziate da una voce. No, ora era persuaso di averle lette. E quelle parole scritte lo avevano tanto colpito e forse turbato da stamparglisi nella memoria. Di- menticate, ora tornavano vive, violente. E tutto 'nzem- mula capì. Capì, sprofondando in una specie di scan- to quale mai in vita sua aveva provato e mai pinsato che si potesse provare. Aveva capito che stava viven- do dentro un racconto. Era stato trasportato dintra a un racconto di Faulkner, letto tanti anni avanti. Com'e- ra possibile? Ma non era quello il momento di darsi spie- gazioni. L'unica era continuare a leggerlo e a vi ver lo, quel racconto, arrivare alla terribile conclusione che già conosceva. Non c'era altro da fare. Si susì addritta «Vorrei che lei mi facesse vedere la sua casa.» Lei lo taliò sorpresa e macari tanticchia irritata per quella violenza alla quale il commissario le domanda- va di sottoporsi. Ma non ebbe il coraggio di dire di no. «Va bene» disse, susendosi a fatica. Il vero dolore della caduta cominciava certamente a farsi sentire. Tenendo una spalla assai più alta dell'al- tra e reggendosi il braccio con una mano, fece strada a Montalbano verso un lungo corridoio. Raprì la pri- ma porta di mancina. «Questa è la cucina.» Molto grande, spaziosa, ma scarsamente usata. Su una parete erano appesi pentole e pentolini di rame resi qua- si bianchi dal pruvolazzo che vi si era depositato. Ra- prì la porta di fronte. «Questa è la sala da pranzo.» Mobili scuri di noce, massicci. Negli ultimi trenta an- ni, doveva essere stata adoperata una o al massimo due volte. La porta venne richiusa. Procedettero di qualche passo. «Questo a sinistra è il bagno» disse Mariastella. Ma non lo raprì. Proseguì ancora di tre passi, si fermò davanti a una porta chiusa. «Qui c'è la mia camera. Ma è in disordine.» Si voltò verso la porta di fronte. «Questa è la camera degli ospiti.» Raprì la porta, stinnì il vrazzo, addrumò la luce, si fece di lato per lasciar passare il commissario. Un drap- po funereo, lieve e pungente come in una tomba, sembrava coirne ogni cosa in questa stanza . E Montalbano in un attimo vide quello che già si aspettava di vedere, da una sedia pendeva l'abito accu- ratamente -piegato: disotto le due mute scarpe e le calze but- tate vicino. E sul letto, marrone di sangue rappreso, accurata- mente avvolto nel nylon e ancora più accuratamente si- gillato da nastro adesivo, stava allungato lui, Emanue- le Gargano. «E non c'è più altro da vedere» disse Mariastella Co- sentino, astutando la luce della càmmara degli ospiti e richiudendo la porta. Tornò, con la caminata oramà sghemba, a rifare il corridoio verso il salotto, mentre Montalbano se ne stava lì, davanti alla porta chiusa, in- capace di cataminarsi, di fare un passo. Mariastella non aveva visto il morto. Per lei non esisteva, non c'e- ra su quel letto insanguinato, l'aveva completamente rimosso. Come, tanti anni avanti, aveva fatto col pa- dre. Il commissario sentiva dintra al ciriveddro fi- schiare una specie di bufera, testa ventosa tra ventosi spazi, non arrinisciva a bloccare una frase, due parole che messe l'una appresso all'altra avevano un senso com- piuto. Poi gli arrivò un lamintìo, una specia di mugolìo d'armalo ferito. Arriniscì a dare un passo, a nesciri dal- la paralisi con uno strappo quasi doloroso, corse in sa- lotto. Mariastella era assittata su una poltrona, era ad- diventata giarna, si teneva la spalla con una mano, le labbra le tremavano. «Dio, che dolore che m'è venuto!» «Le chiamo un medico» disse il commissario, ag- grappandosi a quel momento di normalità. «Mi chiami il dottor La Spina» disse Mariastella. Il commissario lo conosceva, era un sittantino che si era ritirato, curava solamente gli amici. Corse in anti- camera, c'era l'elenco posato allato al telefono. Senti- va Mariastella che continuava a lamentarsi. «Dottor La Spina? Montalbano sono. Conosce la signorina Mariastella Cosentino?» «Certo, è una mia paziente. Che le è capitato?» «E' stata investita. Le fa molto male una spalla.» «Arrivo subito.» E fu qui che gli venne la soluzione convulsamente cer- cata. Abbassò la voce, sperando che il medico non fos- se sordo. «Dottore, senta. Glielo chiedo sotto la mia personale responsabilità. Ho bisogno, e non mi faccia ora do- mande, che la signorina Mariastella dorma profonda- mente per qualche ora.» Riattaccò, respirò profondamente tre o quattro volte. «Arriva subito» fece ritrasendo in salotto e cercan- do di darsi un'ariata la più normale possibile. «Fa tan- to male?» «Sì.» Quando ebbe poi a contare la storia, il commissa- rio non arriniscì a ricordare che altro si erano detti. Forse erano restati in silenzio. Appena sentì una mac- china arrivare, Montalbano si susì, andò a raprire il portone. «Mi raccomando, dottore, la medichi, faccia quello che deve fare, ma soprattutto la faccia dormire profon- damente. Nell'interesse stesso della signorina.» Il dottore lo taliò a lungo negli occhi, s'arrisolse a non fare domande. Montalbano restò fora, s'addrumò una sigaretta, si mise a passiare davanti alla casa. Faceva scuro. E gli tornò a mente il professor Tommasino. Di che odora- va la notte? Inspirò profondamente. Odorava di frut- ta marcia, di cose che si disfacevano. Il dottore niscì dalla casa dopo una mezzorata. «Non ha niente di rotto, due brutte contusioni alla spalla, che le ho fasciata, e all'anca. L'ho persuasa a met- tersi a letto, ho fatto come voleva lei, dorme già, an- drà avanti per qualche ora.» «Grazie, dottor La Spina. E per il suo disturbo, vorrei....» «Lasci perdere, Mariastella la curo da quand'era pic- ciliddra. Però non mi sento di lasciarla sola, vorrei chiamare un'infermiera.» «Ci resto io con lei, non si preoccupi.» Si salutarono. Il commissario aspittò che la macchi- na fosse scomparsa, trasì in casa, inserrò il portone. Ora veniva la parte più difficile, tornare di propria volontà nell'incubo del racconto, ridiventarne personaggio. Passò davanti alla càmmara di Mariastella, la vide che dormiva nel suo letto sotto la coperta di un color rosa stìnto, i lumi parati di rosa, la toletta, la delicata serie di cristalli e gli oggetti... Ma non era un sonno sereno, i suoi lunghi capelli color grigio-ferro parevano muo- versi in continuazione sul cuscino. Si decise, raprì l'al- tra porta, addrumò il lampadario, trasì. L'involto sul letto sparluccicava per i riflessi della luce sul nylon. Si avvicinò, si calò a taliare. La canottiera di Emanuele Gargano era bruciacchiata all'altezza del cuore, il fo- ro d'entrata si vedeva netto. Non si era suicidato, la pistola era ordinatamente appoggiata sull'altro como- dino. Mariastella l'aveva ammazzato nel sonno. Inve- ce, sul comodino più vicino al morto c'erano posati un portafoglio e un Rolex. Per terra, allato al letto, stava una valigetta aperta, dintra si vedevano dischetti da com- puter, carte. La valigetta di Pellegrino. Ora doveva concludere veramente il racconto. Sopra l'altro guanciale era impresso l'incavo di una testa? C'e- ra, sopra l'altro guanciale, un lungo capello color grigio- ferro? Si sforzò di taliare. Sull'altro cuscino non c'era nessun incavo, nessun capello color grigio-ferro. Respirò, sollevato. Almeno questo gli era stato ri- sparmiato. Astutò la luce, niscì, richiuse la porta, tornò nella càmmara di Mariastella, pigliò una seggia, s'assittò allato a lei. Una volta qualcuno gli aveva detto che il sonno provocato apposta è privo di sogni. Allora pir- chì quel poviro corpo ogni tanto era traversato, scos- so da sussulti violenti come per una forte scarica elet- trica? E sempre quello stesso qualcuno gli aveva spie- gato come qualmente dormendo non si poteva piange- re veramente. E allora pirchì grosse lagrime scivolava- no da sotto le palpebre della fìmmina? Che ne sape- vano, macari gli scienziati, di cosa poteva capitare nel misterioso, indecifrabile, irraccontabile paese del son- no. Le pigliò una mano tra le sue. Scottava. Aveva so- pravvalutato Gargano, era solo un truffatore, non ave- va retto all'omicidio di Giacomo. Dopo aver fatto ca- dere in mare la macchina, agguantata la valigetta, era corso a tuppiare alla porta di Mariastella, certo che la fìmmina non avrebbe mai parlato, non l'avrebbe mai tradito. E Mariastella l'aveva accolto, confortato, ospi- tato. Poi, quando gli aveva fatto pigliare sonno, gli ave- va sparato. Per gelosia? Una folle reazione alla rivela- zione del rapporto del suo Emanuele con Giacomo? No, Mariastella non l'avrebbe mai fatto. E allora capì: l'a- veva ammazzato per amore, per sparagnare, all'unico essere veramente amato nella sua vita, il disprezzo, il disonore, la galera. Non poteva esserci altra spiegazione. La parte più oscura (o quella più chiara) gli suggerì una soluzione facile. Pigliare l'involto, metterlo nel baga- gliaio della sua macchina, andare nello stesso posto do- ve era stato ammazzato Giacomo, scagliarlo in mare. Nessuno avrebbe pensato a un coinvolgimento di Ma- riastella Cosentino. E lui se la sarebbe scialata a vedere la faccia di Guarnotta quando avrebbe visto il catafe- ro di Gargano accuratamente avvolto nel nylon: per- ché la mafia l'ha incartato? si sarebbe domandato, sgomento. Ma era uno sbirro. Si susì, si erano fatte le otto, andò al telefono, for- se Guarnotta era ancora in ufficio. «Pronto, Guarnotta? Montalbano sono.» E gli spiegò cosa doveva fare. Poi tornò nella càm- mara di Mariastella, le asciugò il sudore dalla fronte con la punta del linzolo, si assittò, le pigliò nuovamente la mano tra le sue. Poi, dopo non seppe quanto, sentì arrivare le mac- chine. Raprì il portone, andò incontro a Guarnotta. «Hai chiamato un'infermiera e un'ambulanza?» «Stanno arrivando.» «Stai attento che c'è una valigetta. Forse riesci a ri- cuperare i soldi rubati.» Mentre tornava verso Marinella, dovette fermarsi due volte. Non ce la faceva a guidare, era sfinito e non so- lo nel corpo. La seconda volta fermò e scinnì dalla macchina. Oramà si era veramente fatta notte. Re- spirò a fondo. E allora sentì che la notte aveva cangiato odore: era un odore leggero, fresco, era odore d'erba giovane, di citronella, di mentuccia. Ripartì esausto, ma confortato. Trasì nella sua casa e di subito s'apparalizzò. Livia stava in mezzo alla càmmara, la faccia 'nfuscata, gli occhi scintillanti di raggia. Teneva isato a due ma- ni il pullover che si era scordato di sotterrare. Mon- talbano raprì la vucca ma non gli niscì sono. Vide al- lora le braccia di Livia abbassarsi lentamente, la fac- cia che le cangiava d'espressione. «Dio mio, Salvo, che hai? Che cosa ti è successo?» Gettò 'n terra il pullover, corse ad abbracciarlo. «Che ti è successo, amore? Che hai?» E lo stringeva, disperata, scantata. Montalbano ancora non era capace né di parlare né di ricambiare l'abbraccio. Ebbe un solo pinsèro, niti- do, forte: «Meno male che è qua.» Nota. L'idea di far svolgere a Montalbano un'indagine (al- quanto anomala, quasi un divertissement) su un «ma- go» della finanza mi fu suggerita dalla lettura di un ar- ticolo di Francesco («Ciccio» per gli amici) La Licata intitolato «Multinazionale mafia» dove si accennava al- la vicenda di Giovanni Sucato («il mago», appunto) che «riuscì, con una sorta di catena di Sant'Antonio mi- liardaria, a metter su un impero. Poi saltò in aria con l'auto.» La mia storia è assai più modesta e, specialmente nella parte finale, assai diversa. Soprattutto diverse so- no state le mie intenzioni nel contarla. E la mafia qui non c'entra per niente, malgrado la convinzione del dot- tor Guarnotta, uno dei personaggi. Tuttavia, devo pur sempre dichiarare che nomi e situazioni sono inventa- ti e non hanno riferimento con la realtà. Qualsiasi coincidenza è dunque ecc. ecc. Il racconto di William Faulkner, nel quale Montalbano si trova a vivere, si in- titola Omaggio a Emilia, è tradotto da Francesco Lo Bue ed è compreso nella raccolta «Questi tredici» (Torino 1948).